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    21/09/2018

Verso il 10 giugno/Da Roma ad Avellino: l’incertezza del futuro

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Gli otto candidati a sindacoAVELLINO – Dunque, il governo è partito. Si potrebbe dire, usando una metafora ostetrica, che sia stato necessario il forcipe per estrarre quello che è il frutto non tanto di un rapporto d’amore quanto di una fecondazione artificiale, non si sa neppure quanto assistita. Dunque via al cosiddetto governo gialloverde del Prof. Conte e un grande riconoscimento alla resistenza del capo dello Stato che ha dovuto davvero dar fondo a tutta la propria capacità di mediazione (oltreché alla sua pazienza) per riportare (o almeno avvicinare) il percorso grillin-leghista all’interno dell’alveo della prassi costituzionale.

Così Mattarella, tra un insulto e una minaccia ricevuti sul web (non sappiamo in quale Paese di quale mondo si possa esprimere in questo modo tanto vergognoso il dissenso rispetto al primo cittadino della propria Nazione) ha potuto, dopo tre mesi scarsi, firmare i decreti di nomina dei nuovi ministri. Buon lavoro al Prof. Conte che, almeno per il momento, risulterebbe (per quel che appare) essere un premier a “responsabilità limitata”, affiancato com’è dai dioscuri Salvini e Di Maio, vero tandem di decisori della linea di governo.

Vincitori? Certamente Salvini che, pur avendo al suo attivo poco più della metà dei voti dei “five stars”,  ottiene il controllo dei dicasteri chiave attraverso se stesso (suo il ministero degli Interni) o nomi di sua indicazione (a partire dall’ormai celeberrimo Prof. Savona) che occupano le delicatissime poltrone dei ministeri economici; inoltre, dato per lui forse più importante, un ulteriore, massiccio balzo in avanti nei sondaggi che vogliono la Lega intorno al 27-28 %, roba da provocare una labirintite da alta quota: sembra partita decisamente per le ex camicie verdi l’Opa sul centrodestra in cui la derelitta Forza Italia, per difendersi, deve confidare obbligatamente nel taumaturgo ex cavaliere di Arcore, riammesso dalla magistratura a frequentare (quando sarà) i palazzi degli eletti. Quanto a Di Maio e al M5S la rappresentanza governativa appare di profilo decisamente inferiore; “Gigino”, dal canto suo, ha saltato, forse definitivamente, la chance di diventare il primo capo di governo designato dal web: secondo il regolamento targato Casaleggio, infatti, non ci dovrebbero essere ulteriori legislature per chi ne avesse già collezionate due. Ma per il Movimento c’è anche e ben più della sensazione di essere stati giocati dallo “sgamato” Salvini, che in più di una circostanza ha mandato in avanti lo stesso Di Maio a far la voce grossa (vedi questione “impeachment” di Mattarella), salvo doversi poi ritrarre in buon ordine, con lo scaltro leader “lumbard” addirittura nelle vesti di pacificatore e di nuovo padre della Patria. Non a caso, rumors interni, riportano parecchie voci critiche verso il neo vicepresidente del Consiglio, mentre gli stessi sondaggi danno i “fivestars” almeno in frenata, se non addirittura in arretramento presso l’elettorato. Su tutto poi il timore di quel  che  postula qualche profondo conoscitore del Palazzo: una trasmigrazione verso la “Lega-padrona” dei residui italo forzuti, di qualche “occhiolineggiante” piddino oltre che dei penta stellati impuri (ricordate gli espulsi preventivi causa bonifici non versati?), con trasformazione dell’esecutivo “gialloverde” in  “verde con qualche sfumatura gialla”: fantasie ?

E adesso tutti con gli occhi aperti: i tanti sostenitori di questa alleanza, alla ricerca dei risultati promessi, gli attualmente pochi oppositori, pronti a sottolineare eventuali errori ed omissioni. Cosa aggiungere a condimento di questa attesa spasmodica? Certo, si fa fatica a trovare una concreta strada per provare ad attuare, senza incorrere nelle bacchettate dell’Europa (con cui volenti o nolenti, allo stato attuale, si deve dialogare) la gran parte dei provvedimenti annunciati enfaticamente dal duo Matteo-Gigino, dal reddito di cittadinanza all’abolizione della Fornero, alla flat-tax: il tutto mentre incombe il rischio dell’aumento automatico, già previsto, dell’Iva. Più probabile e  verosimile, allora, qualche semplice e poco costoso assaggio del sovraesposto menu, a costi più bassi e accettabili, con, in aggiunta, un po’ di azioni (queste a costo zero) contro immigrati e clandestini secondo il vangelo di Salvini. Sempre in attesa, poi, che nei consessi europei, l’annunciata rivolta tricolore contro le regole economiche stringenti imposte in prevalenza dai perfidi tedeschi, sortisca l’effetto benefico previsto.

E veniamo allora alla landa avellinese: influirà e in che misura la conclusione della telenovela governativa sulle ormai imminenti scelte dell’elettorato per il nuovo consesso cittadino, sindaco in testa? Difficile dirlo, anche se i tempi ristretti sembrerebbero suggerire una scarsa se non proprio assente ingerenza delle vicende dei palazzi romani su quelle di Piazza del Popolo. Certo non è difficile immaginare la grancassa destroleghista-grillina che cercherà di far passare l’idea di un’Avellino agevolata dal governo centrale, in caso di vittoria di uno fra Ciampi, Morano e Preziosi (elencati in ordine rigorosamente alfabetico), una grancassa che potrebbe avere invece degli effetti in un ipotetico secondo turno. I favori del pronostico, stando anche alle ultime “voci di dentro”, rimangono per Pizza e il suo numeroso esercito (quasi la metà fra tutti i candidati al Consiglio comunale del capoluogo è schierata per il penalista scelto dal centrosinistra).

L’incertezza potrebbe riguardare l’eventuale chiusura dei conti già al primo turno in assenza della quale, poi, il destino potrebbe non essere più così scontato. Pizza stesso, comunque, astutamente, e come si addice a chi si sente in vantaggio, respinge ogni tipo di confronto diretto con gli altri candidati, che invece auspicherebbero un “faccia a faccia” col predestinato (forse), nella speranza di provocarne qualche fatale scivolone. Un  po’ come anni addietro avveniva su scala nazionale col “re dell’audience e dei sondaggi” Silvio da Arcore, il quale a pooling favorevoli rifiutò gli “uno contro uno” con Rutelli e Veltroni, mentre quando fu costretto ad inseguire, spinse energicamente, ed ottenne, il duello con Romano  Prodi il quale, peraltro, lo sconfisse ugualmente nelle urne.

Su Avellino e sul suo futuro sindaco per il momento è tutto. Ah, dimenticavamo: un possibile e concreto ragionamento sulle cose da fare per la città (depurato, ovviamente, dai proclami più o meno in buona fede o dalle generiche e fumose dichiarazioni di intenti), attualmente risulta non pervenuto.

 

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