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    24/11/2017

Ex Eliseo, strane amnesie sul mancato rilancio

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In stato di mobilitazione le associazioni per la riapertura dell'ex EliseoAVELLINO – C’è qualcosa di strano, diciamo pure di imbarazzante, nei discorsi che si fanno o non si fanno a proposito del caso Eliseo (inteso come fatto doloso – l’incendio che suggella precedenti atti vandalici – e come storia dell’acquisizione del complesso al Comune) e degli incredibili ritardi nei lavori di recupero e di consegna alla città.

I più giovani, diciamo giovanissimi, non sanno e non possono sapere perché magari nessuno ha mai raccontato loro come sono andati i fatti. Così come non sanno quanti esprimono da lontano incitamenti e giudizi. Ma gli altri – quelli che partecipano, nella piazzetta antistante l’edificio, a manifestazioni ed incontri – proprio no. Ed ecco che siamo all’imbarazzo di cui dicevamo prima. Perché l’imbarazzo? Perché dai racconti, dalle ricostruzioni, dalle valutazioni sul passato sono scomparse (casualmente?) tre nomi che non hanno avuto certo un ruolo secondario nella pratica-Eliseo.

I tre nomi? Eccoli: Antonio Di Nunno, il sindaco che fece fare marcia indietro alla Regione che, in quanto proprietaria, aveva concesso a privati la gestione del cinema (fu un galantuomo l’allora presidente della giunta Rastrelli che capì ed accettò l’idea di restituire alla città il complesso di via Roma) e poi stanziò in bilancio 800 milioni di lire per recuperare la sala cinematografica; Luigi Anzalone, già segretario provinciale del Pci-Pds nonché presidente della Provincia dal 1995 al 1999, che nella veste di assessore regionale al Bilancio ed al patrimonio decise e garantì il passaggio dell’opera di Del Debbio al Comune di Avellino; Antonio Gengaro, che dapprima propose al sindaco Di Nunno di puntare su fatti nuovi nelle previsioni di spesa del primo bilancio (1996) di quella gestione: appunto l’Eliseo da sistemare e la Dogana da acquisire e da recuperare (600 milioni inutilmente in bilancio per la famiglia proprietaria); poi curò, quale assessore alle Attività produttive, il Piano integrato città di Avellino che, pensato sulle direttrici cultura ed ambiente, aveva al primo punto l’acquisizione ed il restauro dell’ex Gil realizzata ad Avellino negli anni Trenta del secolo scorso secondo la linea architettonica razionalista allora imperante (il progettista faceva parte della “scuola” che aveva capofila Marcello Piacentini e tra gli altri seguaci Giuseppe Terragni, Adalberto Libera, CesareValle. In pratica al Comune l’ex Gil (Gioventù italiana littorio) costò pochissimo perché gran parte del finanziamento per l’acquisizione fu compresa nel Pica (il Comune sborsò soltanto il 15%). Le circostanze vollero che proprio con il Pica (Programma integrato città di Avellino) si chiuse l’esperienza del sindaco Di Nunno e delle sue giunte.

Di Nunno, Anzalone, Gengaro: tre persone che forse qualcuno non vorrebbe neppure citare. Ed ecco allora ragionamenti sulla sorte dell’Eliseo che cominciano dalla fine, magari dall’incendio che, stando alle colleriche analisi di alcuni “arrabbiati” che partecipano alle manifestazioni pro Eliseo, è la chiave per capire i ritardi dell’ultima amministrazione con i cui atti deliberativi non c’entrano né Di Nunno (mai rientrato nell’alveo Ppi-Margherita-Pd) né Anzalone (a suo tempo espulso dal Pds) né Gengaro al di sopra della mischia nella qualità di presidente del Consiglio comunale. Ruolo che soltanto ad Avellino viene visto come interno e funzionale alla maggioranza che guida la città. Ma il Pica, ovvero Eliseo, castello, villa Amendola, Casina del principe, caserma San Generoso, Parco Santo Spirito, erano fatti di sinistra, diciamo progressisti, o potevano essere buttati a mare?

 

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