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    24/11/2017

La città incompiuta

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Il Mercatone di via FerrieraLa città delle opere incompiute. È questa l’immagine che Avellino consegna ai suoi abitanti e a quanti la frequentino stabilmente o la visitino solo di passaggio. I cantieri abbandonati; gli edifici nuovi e – tuttavia – vuoti e già fatiscenti; le transenne e le reti di protezione che segnano i percorsi di guerra da affrontare per accedere ad uffici e servizi pubblici. La diffusa sensazione di abbandono e precarietà avvolge l’intera città, senza alcuna eccezione. Persino il Corso Vittorio Emanuele, quello che banalmente si definisce il “salotto buono” di Avellino, a più di trent’anni dal terremoto offre ancora lo spettacolo di qualche area di sedime abbandonata e di qualche palazzo fatiscente. A due passi dal Corso, lo scempio del tunnel. Il “Vietnam di Galasso”, per usare una felice espressione di Antonio Gengaro, sta ancora lì a testimoniare il simbolo della incapacità di gestire i lavori pubblici. Serve a poco invocare il contenzioso che si è scatenato tra le ditte appaltatrici o i ritardi dovuti alla scoperta di alcuni reperti archeologici. Niente e nessuno può giustificare l’orrendo squarcio che si apre nel pieno centro della città. E, soprattutto, niente e nessuno può giustificare l’inerzia di una classe dirigente, sia essa amministrativa o politica, che ancora non si sforza di individuare una soluzione, foss’anche quella di richiudere la voragine e suturare quella ferita a cielo aperto.

Percorrendo idealmente il tunnel che non c’è, si sbuca nei pressi del monumento più significativo ed emblematico di Avellino: il mercatone. Nella storia di quell’edificio precocemente decrepito si riassume la storia della città. L’aspirazione alla svolta, a realizzare uno sviluppo che partisse dalla vocazione commerciale di Avellino: dai mercatini al mercatone. È inutile ripercorrere le tappe del fallimento, ma sarebbe certamente utile, anche in questo caso, fare una scelta. Sarebbe ora di interrogarsi, insomma, sulle prospettive di rendere funzionale una struttura che – allo stato – appare inutilizzabile. Si favoleggiava, in passato, di manifestazioni d’interesse da parte della grande distribuzione, di possibili riconversioni del fabbricato per favorirne altre destinazioni. La verità, inconfessata e forse inconfessabile, è un’altra: per il mercatone non c’è futuro. E probabilmente il compito di una classe dirigente sarebbe quello di prenderne atto e di assumere coraggiosamente la decisione più saggia: demolirlo per utilizzarne almeno l’area di sedime.

Costeggiando il torrente Fenestrelle, che scorre in prossimità del mercatone, si raggiunge un’altra potenziale incompiuta. Si tratta del Parco Sant’Antonio. In questo caso l’amministrazione comunale sarebbe ancora in grado di evitare il degrado, a cui la chiusura e l’incuria sembrano destinarlo. E sarebbe ancora in grado di attrezzarlo meglio, per renderlo più fruibile. In realtà, però, anch’esso rischia di diventare una nuova meteora: opera pomposamente inaugurata e nel giro di pochi anni abbandonata.

Ma il tour degli orrori non si conclude qui. Prosegue dalla parte opposta della città, dove resta ancora chiusa la nuova autostazione. Qui si apre un’altra pagina di misteri, incomprensioni, verità più o meno nascoste. Nel corso degli anni non sono mancate le prese di posizione e le giustificazioni di un’apertura più volte rinviata. Prima i contenziosi con le ditte (ci risiamo: sarà solo malasorte o qualcosa di diverso?), poi questioni amministrative. A mezz’aria, una questione mai approfondita, che riguarda le caratteristiche tecniche della struttura in rapporto alle dimensioni degli attuali bus. Per certi versi, anche l’autostazione è un tunnel, nel senso che non si intravede la via d’uscita dall’empasse in cui è precipitata.

Ad un tiro di schioppo dall’autostazione il vecchio ospedale civile. Non è un’opera incompiuta; in realtà, anzi, è un’opera “dismessa” che dovrebbe essere destinata ad altre funzioni. Vero è che la riconversione edilizia di una struttura sanitaria è assai complicata. L’edilizia sanitaria ha regole e caratteristiche peculiari e, quindi, è estremamente arduo trasformare in palazzo di giustizia un ospedale, come pure è stato ipotizzato in passato. Anche per l’ospedale civile, insomma, la prospettiva più immediata e concreta per il futuro sarebbe quella della demolizione e del recupero dell’area di sedime.

A questo punto il viaggiatore, ormai sconcertato e desolato, crederà di aver visto abbastanza. Rinuncerà a visitare edifici semi-abbandonati (Cinema Eliseo), facciate sopravvissute di palazzi storici diroccati (Dogana), ed altri monumenti all’incuria ed al degrado. Mesto, deciderà di andarsene da questa città incompiuta e si dirigerà verso il casello autostradale, magari imboccando la Bonatti…

 

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