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    26/09/2017

L'Irpinia dimenticata

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I tribunali di Ariano Irpino e Sant'Angelo dei LombardiAVELLINO - Poco più di trent’anni e sembrano passati secoli. Correva l’anno del Signore 1982 quando Ciriaco De Mita veniva eletto segretario della Dc. Fu l’avvio di una stagione irripetibile che vide gli irpini e l’Irpinia sulla ribalta nazionale. Nel giro di pochi anni degli “irpinesi” (così ci definì per errore De Gasperi) si sarebbe parlato ovunque grazie ad una pattuglia di personalità che, qualunque sia il giudizio sul loro operato, furono di notevole spessore. Persino la cronaca, purtroppo, fu segnata dall’Irpinia e dal suo terribile sisma, che fece scoprire all’Italia quell’ignota provincia che fino ad allora veniva genericamente associata all’area metropolitana di Napoli. Lo sport, le fabbriche dei grandi gruppi industriali del Nord, la Rai di Biagio Agnes e “L’Osservatore Romano” del fratello Mario: l’Irpinia era davvero ovunque. Furono gli anni del boom post-sisma, dell’economia che si risollevava grazie al virtuoso meccanismo del moltiplicatore del reddito avviato dagli ingenti investimenti pubblici. E furono anche gli anni delle grandi infrastrutture e della diffusione capillare dei servizi sul territorio, gli anni di un apparente, quanto fragile, rinascimento.

Poco più di trent’anni e solo le macerie restano di quel periodo d’oro. La tragicomica vicenda dell’accorpamento delle Province ha chiaramente delineato il ruolo dell’Irpinia: una ruota di scorta, un territorio utile a “prestare” i suoi requisiti (superficie, popolazione) ad altre aree, destinate, invece, a recitare la parte del protagonista sul palcoscenico delle istituzioni.

Ma le risate amare lasciano spazio solo al dramma ed alla tragedia quando si considera il declino dell’Irpinia sotto altri profili. I servizi, per esempio. I presidi sanitari sul territorio si sono ridotti drasticamente. A nulla sono servite le barricate per scongiurare la chiusura dell’ospedale di Bisaccia ed il ridimensionamento di quello di Sant’ Angelo dei Lombardi: un’ampia area dell’Irpinia, insomma, è priva di un’adeguata assistenza ospedaliera. Analoga condizione vive il settore della giustizia. La decisione di chiudere i tribunali di Ariano Irpino e Sant’Angelo dei Lombardi è irreversibile. Ed è significativo che nel primo caso gli utenti saranno costretti addirittura a spostarsi nel capoluogo di un’altra provincia (Benevento), segno della progressiva disgregazione del tessuto socio-culturale irpino. E che dire dei trasporti? Le ferrovie sono pressoché scomparse. Stazioni chiuse o inutilizzate ovunque, in Irpinia sopravvive solo il trasporto su gomma. Fuori dalle linee dell’Alta velocità e da quelle dell’Alta capacità, persino gli sgangherati treni regionali evitano accuratamente i nostri binari.

Ma la lenta agonia dei servizi è solo una delle facce della medaglia della crisi. L’altra è quella che raffigura il baratro che sta inghiottendo l’economia, ormai asfittica e priva di prospettive. In crisi o addirittura chiusi i grandi stabilimenti industriali, cancellato l’indotto, strozzate le piccole realtà imprenditoriali ed artigianali. E, ancora, smarrito il percorso dell’agricoltura di qualità, incerto il futuro di una filiera enogastronomica alimentata da risorse finanziarie endogene in via di esaurimento, travolte le piccole e medie attività commerciali dalla grande distribuzione e dai mastodontici centri commerciali del napoletano. La giaculatoria potrebbe continuare, sciorinando i rimpianti per un polo universitario mai decollato, per un turismo mortificato da politiche pressappochistiche, per un settore edilizio ormai morente.

Il fatto è che probabilmente gli anni della ribalta nazionale colsero alla sprovvista la stessa classe dirigente, e non solo quella politica. Impegnati a vivere da protagonisti un presente gratificante, nessuno si preoccupò seriamente di costruire un futuro stabile, che potesse resistere ad un riflusso che – prima o poi – si sarebbe abbattuto sull’Irpinia. E, ora che l’onda di riflusso ha cancellato anche la nostra memoria, non ci resta che affrontare i travagli dell’ennesima ricostruzione, consapevoli – questa volta – che dovremo risollevarci da soli.

 

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