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    24/11/2017

Andreotti e la lezione su De Gasperi ai giovani di Avellino

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Giulio Andreotti sul palco del cinema Giordano (1974). Seduti da sx: il sindaco Antonio Aurigemma, Antonio Argenziano, Ciriaco De Mita, Nicola Mancino ed Enzo VeneziaAVELLINO – Sempre, in occasione di eventi “forti” che colpiscono persone o comunità, ci si misura con quel fatto aprendo il cosiddetto libro dei ricordi. Alla notizia della morte, a novantaquattro anni, di Giulio Andreotti anche l’Irpinia ed Avellino non si sottraggono a questa logica. E non soltanto perché il “divino Giulio” (così lo battezzarono tanto amici quanto avversari) non mancò di includere Avellino e provincia in giri elettorali particolarmente delicati, ma perché la sua indubbia capacità di attrarre consensi – la sua corrente “Primavera” fu con quella fanfaniana di “Nuove cronache” tra le più longeve quanto più misteriose articolazioni della Democrazia cristiana – ha segnato la vicenda politica italiana e non solo all’interno del suo partito.

In tal senso rimane un mistero la mancata integrazione della sua corrente, cioè il suo potere, in contesti territoriali meridionali (ad eccezione della Sicilia) come la Campania o proprio la nostra provincia dove prevaleva sì, molto teoricamente, una frazione della cosiddetta “sinistra Dc”, ma dove erano presenti i suoi dirigenti – notabili progressisti, ci si passi l’ossimoro – che evidentemente non avrebbero lasciato respirare un “estraneo”.

Andreotti poteva venire in Irpinia per un comizio di rilievo. Si pensi all’accoppiata Europee-Amministrative di Cervinara nel 1979; poteva anche venire a ricordare il suo maestro Alcide de Gasperi a vent’anni dalla scomparsa (discorso, nel 1974, ai giovani Dc nel gremito cinema Giordano per iniziativa del Movimento giovanile); o, ancora meglio, venire a vedersi la partita Avellino-Lazio allo stadio Partenio sedendo in tribuna d’onore accanto al sindaco Massimo Preziosi, a De Mita, Mancino, Salverino De Vito ed altri maggiorenti della corrente di Base (con l’anteprima del pranzo da Titino a Mercogliano, ovviamente). Ma sedimento organizzativo o portatore d’acqua, sia pure di peso, no. Questo proprio no.

Sia ben chiaro che quando ha avuto bisogno del riconoscimento di tutto il partito, tutto il partito gli fu vicino. Gli fu chiesto - ed era capo del governo - di guidare la lista Dc a Campania2 (Napoli e Caserta) perché a Napoli e dintorni c’erano politici di partito che oggi definiremmo “impresentabili” e lui accettò. Fu capolista, tenne un interessante comizio in una gremitissima Piazza Plebiscito. Ottenne quasi mezzo milione di voti (mentre stravinceva nel Basso Lazio, suo abituale habitat) e da lì consolidò il suo potere ed iniziò la lunga serie di governi da lui presieduti.

Fu artefice del suo successo. Al centro della triade Dc-governo-Vaticano (ovvero tutto il potere del mondo) si affacciò nei feudi dei potenti Dc paradossalmente proprio mentre la Dc finiva. Andreotti fu tutto questo. Politico vero, politico totale, trovò anche il modo di gestire la complessa operazione delle Olimpiadi di Roma - grande successo, anche d'immagine, ad appena quindici anni dalla fine della guerra - e di fare il tifo per la Roma (in occasione della ricordata partita Avellino-Lazio giocata al Partenio e finita 0-0, richiesto, a fine gara, di un commento, sentenziò con la sua proverbiale ironia: “L’Avellino avrebbe meritato di vincere, e non lo dico perché sono tifoso della Roma”). Nessuno ha potuto però mai dire di aver lui fatto vincere uno scudetto o una Coppa ai giallorossi, e comunque non ne fu mai dirigente.

Ancora una riflessione. Dicevamo prima dell’impatto tra il ricordo di un evento e la storia che, inesorabilmente, tutto ricicla, tutto ripropone. Quel discorso ai giovani sul De Gasperi presidente degli anni difficili impone un confronto con le difficoltà di oggi. Perché l’Italia dei poveri del dopoguerra e dei politici sobri di allora costruì grandi cose e perché oggi non dovremmo farcela? Soltanto perché abbiamo politici ciarlieri?

La verità è che allora ci furono un popolo ed una classe dirigente all’altezza del compito. Oggi pare proprio il contrario.

 

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