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    22/11/2017

L’allegra “armata” che ha portato il Comune al dissesto

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Il Comune di AvellinoAVELLINO – È materia delicatissima. Dal punto di vista tecnico, amministrativo, finanziario-contabile e, quando capita, penale. E poi, come conseguenza della valutazione di questi vari aspetti, c’è la valutazione politica. Stiano parlando, se non si è capito, della complessa e spinosa questione della situazione finanziaria al Comune di Avellino e della ipotesi, ventilata da più d’uno, di dichiarare per l’ente di Piazza del Popolo il “dissesto”.

Più che approfondire i tecnicismi che possono portare a questa ipotesi (ed alle conseguenze meramente tecniche) è opportuno chiarire subito alcune questioni. Diciamo allora innanzitutto una cosa: l’amministrazione Foti insediatasi cinque mesi fa può essere costretta a prendere atto della situazione che è sotto i suoi occhi, ma non ha alcuna responsabilità per la critica situazione finanziaria che è venuta nel tempo (almeno dieci anni) a crearsi. Non un atto, non una scelta dell’amministrazione Foti va ad aggiungersi agli errori che “prima” sono stati commessi. Per la verità la stessa cosa si può dire del periodo di interregno del commissario prefettizio, Cinzia Guercio, che, per quanto qualche sbagliato intervento finanziario lo abbia compiuto, ha in sostanza una sola colpa: aver titubato fin troppo – alla fine contraddicendosi – sulla reale esigenza per il Comune di Avellino di dichiarare il dissesto.

Il prefetto Guercio inizialmente sembrò dar ragione, anche in qualcuna delle sue rare interviste, al dirigente del settore finanze del Comune, Marotta, che quarantotto ore dopo l’uscita di Giuseppe Galasso dalla sede e dalla veste di sindaco (Galasso era in corsa per l’elezione alla Camera dei deputati) dichiarò che per lui il dissesto appariva inevitabile e che l’amministrazione uscente aveva commesso errori determinanti che avevano aggravato una situazione comunque già non florida.

Detto questo occorre ricordare a molti smemorati che il Comune di Avellino ha vissuto in modo particolarmente pesante il dopo terremoto quando si pensò che il sostegno finanziario dello Stato – garantito da una classe dirigente locale che era ai vertici anche a Roma – avrebbe sostenuto non soltanto la ricostruzione. Opere pubbliche considerevoli furono realizzate o avviate. Tutti volevano tutto e sembrò che finalmente tanti traguardi sarebbero stati raggiunti. Poi una martellante campagna di giornali e televisioni (in primis quelle di Berlusconi) e l’adeguamento a questa campagna di un ampio schieramento politico – con regolamenti di conto anche all’interno della Dc dove non parve vero a più d’uno di passare all’incasso le cambiali del clan irpino al potere – portò il Parlamento a rivedere l’impostazione della legge 219 (ricostruzione e sviluppo) e a dettare regole che consentissero sì la ricostruzione di case, scuole ed opere di urbanizzazione essenziali, ma niente più finanziamenti a pioggia per opere pubbliche in sovrappiù. E poi una regola che fregò letteralmente il Comune di Avellino particolarmente esposto su questo fronte: gli espropri. Disse Roma: “Quelli ve li pagate voi”.

Da allora è stato tutto un susseguirsi di sentenze, di rimborsi, di mutui assunti pere far fronte a queste rilevanti esigenze. In aggiunta, a partire dal 1992 la situazione finanziaria del Paese ha portato alla pratica eliminazione dei “trasferimenti” dallo Stato verso i Comuni. C’è chi riflette su cosa abbia veramente significato questa svolta per i Comuni in genere e quello di Avellino in particolare?

Il dopo terremoto significò tante e troppe spese, tanto personale in più, tanti incarichi professionali. Dopo quella prima crisi venne una nuova amministrazione nel 1995. Esattamente cinque anni dopo il sindaco dell’epoca tenne una conferenza stampa per annunciare che ormai il Comune di Avellino non era più in condizione di assumere mutui presso la Cassa depositi e prestiti (la banca degli enti locali) perché la rata annuale per la restituzione dei prestiti era troppo alta. Ed allora si decise di dimagrire la struttura del personale e di avviare opere pubbliche soltanto se intanto si fosse venduto parte del patrimonio immobiliare: il primo bene messo (inutilmente) in vendita fu il Mercatone. Due anni dopo il Comune vendette all'Air l’autostazione per venticinque miliardi di lire.

Con questi presupposti cosa avrebbero dovuto fare le giunte successive? Non adagiarsi nella bambagia, questo è certo. E non spendere e limitare gli incarichi professionali facendo lavorare soltanto l’ufficio tecnico. È andata proprio così? Non pare. Ma chi oggi si lamenta del possibile dissesto (e dei sacrifici che gli avellinesi dovranno compiere) quando ci fu questa radicale inversione di tendenza avrebbe pur potuto dire qualcosa. E pensare che ai candidati appoggiati da De Mita e Mancino, allora ancora insieme, gli avellinesi regalarono quasi il settanta per cento dei voti…

Difficile trovare qualcuno dell’armata del 2004 disposto a discutere serenamente di questo travaglio che significò tante cose per amministratori, personale e politici allora appena emergenti. Facile, invece, pensare che la giunta Foti - i cui componenti non rischiano alcuna sanzione per questa possibile scelta - vivrà ovviamente con difficoltà la decisione di dichiarare o meno il dissesto. A questa fase tutti hanno il dovere di guardare con doveroso rispetto.

 

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