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    26/09/2017

Comune, alle origini della crisi finanziaria

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La statua di Carlo II d'Asburgo e la torre dell'orologio, due simboli della città di AvellinoAVELLINO – L’allegra stagione della spesa facile e sostanzialmente incontrollata del dopo terremoto si è in pratica chiusa con la fine degli anni Ottanta. Fino ad allora, oltre che a ricostruire le case disastrate e a dare sistemazioni provvisorie alla popolazione rimasta senza un tetto non si era andati. Prima le casette di legno, poi i famigerati “prefabbricati pesanti” per quanti non erano proprietari di alloggi e quindi non aventi diritto a contributi per ricostruire. Al novanta per cento fuorusciti dal centro storico. Oltre questo, dicevamo, si era pensato sì alle opere connesse a questi insediamenti ma si era dato il via anche a non irrilevanti opere pubbliche che la città attendeva da tempo, e cioè scuole, infrastrutture, impianti sportivi (anche il completamento dello stadio Partenio-Lombardi).

Poi all’improvviso il blocco ed il buio. Con lo “scandalo” della ricostruzione in Irpinia (dei ventimila miliardi spesi a Napoli e dintorni si parlò molto meno) ci fu una complicazione sia politica che finanziaria che portò al varo di una nuova legge che intanto mise un limite all’erogazione di fondi (la legge 219 era invece una “legge di scopo”, ovvero un provvedimento senza vincoli di tempo e soldi) ed un limite alla loro utilizzazione: sì alla ricostruzione di case ed alle necessarie infrastrutture, stop a tutto il resto. Da allora soltanto problemi ed un non indifferente aumento dell’esposizione debitoria del Comune di Avellino. Comune che ha naturalmente vissuto questa esperienza assieme a tutti gli altri centri colpiti dal sisma dell’80. Solo che Avellino si era avviata su scelte di respiro più vasto come la Città ospedaliera, alloggi comunali, nuovi uffici pubblici, attività sociali e commerciali (come lo sfortunato Mercatone). Il tutto portò anche a complicazioni burocratiche come gli espropri ed i contenziosi sulla tempistica della concessione dei contributi; per non parlare dei contrasti con imprese e professionisti.

È da sottolineare che il gran problema che il Comune di Avellino si trovò di fronte nacque proprio mentre il governo italiano incominciò a ridurre i “trasferimenti” ai Comuni. Il risultato delle due contingenze fu – ai primi degli anni Novanta – il collasso finanziario dell’ente. È da allora che in città si parla di possibile dissesto. Ed è anche vero che da quel periodo fiorisce un insieme di cifre che serve da un bel po’ a creare cortine fumogene attorno alla reale situazione finanziaria del Comune. quando poi si vuole passare una mano di vernice indelebile su dati, scelte e rimedi tentati durante periodi politici ben definiti, ecco i silenzi ed i tentativi di dirottare l’attenzione dall’essenza dei problemi.

Ed allora bisogna rifarsi ai dati ed ai fatti veri di ogni singolo ciclo amministrativo ripercorrendo con attenzione proprio quel periodo trentennale che il sindaco Foti ha di recente indicato in Consiglio comunale come il periodo terribile che è stato il terreno di coltura del disastro di oggi. Ma davvero il trentennio antecedente l’ascesa al Comune di Paolo Foti è stato un unico blocco fatto di sconcezze, clientelismi e nefandezze varie?

Da militante Dc di tempi non sospetti (un testimone vero sul fronte politico come lo è stato, del resto, anche dall’alto dei vertici dell’associazione costruttori per altri aspetti non irrilevanti della vita della città), Foti fa capire di saperne più d’una. Peccato che ai tempi del decennio di Galasso non si sia mai registrata una sua presa di posizione su quel periodo che pure dal punto di vista finanziario (per non parlare d’altro) ha lasciato non poche perplessità. Così come appare più che strano che Foti nulla sappia – ma in questo sembra allinearsi alla scelta delle tre scimmiette fatta da anni dal Pd che, come le tre scimmiette appunto, non vede, non guarda, non sente –  nulla sappia, dicevamo, del ciclo messo al bando dal tandem De Mita-Mancino: il periodo amministrativo 1995-2003. Ovvero il periodo durante il quale fu praticamente conclusa la ricostruzione (grandi opere prima abbandonate comprese: Città ospedaliera, teatro, Casina del principe ecc.), creato molto verde pubblico, pagati tanti debiti. E messo uno stop all’assunzione di nuovi mutui, fatto epocale nella storia del Comune di Avellino (settembre 2000), per non parlare della riduzione del personale.

In più, a differenza dei tanti che parlano senza cognizione di dati e di causa, quegli otto anni sono contrassegnati da fatti precisi: centotrenta miliardi di lire di debiti fronteggiati. Come? Nei tre unici modi possibili per un ente locale. Assumendo mutui (quindi contraendo altri debiti con il solo vantaggio di diluire il pagamento nel tempo), utilizzando risorse proprie (avanzi di gestione, da usare sempre con parsimonia per non scoprire di avere poco in mano) o infine vendendo beni…vendibili. La somma di questi tre interventi portò appunto al pagamento di centotrenta miliardi di lire.

Qualche esempio? L’accordo per chiudere il rapporto (iniziato nel 1952…) tra Comune e ditta Cecchini per la pulizia in città. L’accordo per arrivare a finire il teatro invece di pagare a vuoto otto miliardi più interessi. Rimborsi per cause perdute con la stessa ditta Cecchini e la chiusura di vertenze con un centinaio di professionisti che avevano prestato la loro opera (ingegneri, architetti, avvocati) ma non erano stati pagati. Due vertenze relative all’insediamento dell’associazione “Noi con loro” (un miliardo a vuoto presso lo stadio per una inutile posa della prima pietra e l’esproprio presso Villa Amabile dove poi fu realmente insediata la struttura. Ed ancora il risanamento annuale del bilancio del Cti (Consorzio trasporti irpini) prima che alla fine fosse venduto alla Regione. Dieci miliardi pagati per sanare un debito che si era riformato con l’Alto Calore (un precedente accordo tra l’amministrazione Romano ed il Consorzio fu fatto saltare da un improvvido intervento della Regione). Tutte queste voci portano ad una bella e consistente cifra. E tutte queste operazioni furono gestite con mano ferma da due assessori alle Finanze, Rossella Grasso ed Enzo Di Domenico. Inoltre a “sorvegliare” i due pericolosi spendaccioni c’era un tignoso dirigente del settore finanze, il dottor Ugo Andreotti, che non amava lasciare andare in libertà sindaco ed assessori salvo a richiamarli a danno fatto.

E – quasi una beffa del destino – alla fine di tanti sacrifici quel ciclo amministrativo lasciò in dote ai nuovi amministratori tre grandi progetti finanziati: 1) il rifacimento del quartiere Quattrograna Ovest (40 miliardi); 2) la metropolitana leggera (50 miliardi); 3) il Pica, Piano integrato città di Avellino (65 milioni di euro). In più nove miliardi di lire recuperati da pratiche sospese da anni indirizzati verso il consolidamento antisismico delle scuole.

Forse dal trentennio micidiale indicato dal sindaco Foti, l’amministrazione in carica dovrebbe saper scegliere e capire qualcosa. Catturare qualche esempio. È dai primi anni Novanta che il Comune paga debiti e fa sacrifici. Poi ha fatto di più: ha pagato, ha ripianato ed ha concluso la ricostruzione. Foti sa di chi e cosa parla quando racconta di un trentennio sudicio, tempo di corruzione e di clientelismi? Se voleva riferirsi ai “potenti” poteva farlo parlando chiaro. Nessuno può addebitare a lui ed alla sua giunta debiti o altri errori. Anche perché non è che si siano distinti per superattivismo. Certo è che due assessori non di secondo profilo – Ricci e Manzo – si sono dimessi perché non è stato dichiarato il dissesto. Foti e l’assessore alle Finanze, Spagnuolo, dicono che si può seguire un’altra strada.

Una strada impervia e da percorrere con cautela. Possibile, ma attenzione ai pericoli. Guai a prendere di petto la montagna che si erge di fronte. Bisogna procedere con quello che in Italia si chiama passo dell’alpino. Quel passo fermo ma non avventato che Francesco Petrarca descrisse nel suo racconto dell’ascensione al monte Ventoso, quel Mont Ventoux che da ragazzotti apprendemmo essere una difficile tappa di montagna del Tour de France. Quello del Petrarca non era in realtà un semplice racconto, ma un pensiero profondo. Foti rilegga quel passo del Petrarca e lasci il resto agli stupidi ed alle persone che fanno come le mitiche tre scimmiette: una non vede, una non sente, l’altra non guarda. Ma questo è il Pd di oggi. Così com’è gli piace proprio tanto?

 

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