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    26/09/2017

Uccidono le Province ma fanno ingrassare i vitelli d’oro

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Palazzo Caracciolo, sede della ProvinciaAVELLINO – Si sta per compiere la nefandezza-Province, ovvero il singolare massacro (lo chiamano “svuotamento”) dell’ente posto subito sotto il livello delle Regioni che, nate nel 1970 per snellire lo Stato ed avvicinarlo ai cittadini, hanno in realtà ingolfato il già non semplice rapporto con gli italiani e, soprattutto, ne hanno determinato la crisi finanziaria che è da alcuni anni di fronte ai governi. Credete che qualche forza politica abbia pensato ad un ridisegno di strutture e competenze delle Regioni per salvare l’Italia dal fallimento politico e finanziario? Sbagliate. I venti parlamentini creati in ogni capoluogo di regione (ognuno con costi quasi uguali – per funzionamento e mantenimento dei miniparlamentari – a quelli di Camera e Senato) sono intoccabili perché rappresentano l’area di parcheggio di tante ambizioni e perché consentono di dare un ruolo a chi non riesce ad andare oltre. Peraltro rappresentano una buona riserva di pascolo per prendere o sistemare politici, funzionari, impiegati.

Davanti a tanta fortuna come poteva un ceto politico ormai infognato avere uno scatto d’orgoglio e rimescolare tutto ripresentandolo in maniera decente per ricavarne qualcosa di positivo? È così che è maturata la grande riforma sull’abolizione delle Province. Abolizione che, è stato detto, agli italiani procurerà forti economie. Bugia immensa coperta dall’appoggio di organi di informazione autorevoli che hanno contribuito a creare il mito di questa sorta di riforma a strascico. E già, perché la “riforma” non è proprio un provvedimento radicale e dirompente.

Tutto cominciò con l’iniziativa del sottosegretario Patroni-Griffi all’epoca del governo Monti. Il sottosegretario fece credere a tutti che con una “leggina” la rivoluzione sarebbe stata compiuta. Mai un dubbio, mai una pausa di riflessione, meno che mai un’attenzione verso chi gli ricordava che la Provincia aveva ed ha un solido ancoraggio nella Costituzione. Quindi abolirle voleva dire attuare una riforma della Costituzione e, pertanto, ci voleva una legge di riforma costituzionale. Ma bisognava cambiare, e di fretta. Ecco allora gli stop al provvedimento ed ecco la speranza di molti di una profonda riflessione in attesa dell’insediamento del nuovo Parlamento avvenuto alla fine dello scorso inverno. Ed invece niente. L’abolizione delle Province entrava nel programma del nuovo governo senza però quella considerazione complessiva sul dare e l’avere, sulle reali convenienze, sulla vera posta in palio. Risultato: per ora, non potendo toccare l’istituzione, si “svuota” l’ente. Passaggio di funzioni dalla Provincia alle Regioni o ad associazioni di Comuni, niente più elezioni visto che saranno i Consigli comunali a designare il presidente e qualche consigliere (gli assessori non ci saranno più).

Dove sono i forti risparmi annunciati dal ministro Delrio? Quest’ultimo degno successore di Patroni Griffi nonché ideale difensore degli enti locali visto che tanto si era battuto per arrivare a presiedere – da sindaco di Reggio Emilia – l’associazione nazionale dei Comuni d’Italia con tanto di scontro Nord-Sud (quello con il sindaco di Bari, Emiliano, fu condito da molto antimeridionalismo). L’impressione è che in realtà sia lo Stato ad inghiottire soldi e beni immobili dei sopprimendi enti. Perché la soppressione verrà, ma…a strascico. Perché intanto partiranno altre due iniziative, una per eliminare gli avanzi, un’altra per sancire che nella nostra Costituzione e comunque in ogni legge dovrà scomparire la parola Provincia.

Normale procedere in questo modo? No. Ma intanto la riformetta che avanza si nasconde dietro un ossimoro: servizi semplificati con la nascita dell’area vasta. Ora appare evidente che dovendo creare una nuova realtà, le aree vaste appunto, ci vorrà un po’ di tempo e comunque non si capisce come le aree vaste possano essere così economiche. Lavoreranno di meno di una Provincia? Avranno meno competenze? E le altre chi le svolgerà? Mistero.

Ma perché tanti giornalisti e tanti politici si sono precipitati su questa riformetta? Perché, hanno detto, da qualche parte bisogna cominciare. Naturalmente nessuno di loro pensa per un attimo a quella rete di prefetti, ex questori, tutti consiglieri di Stato, che, soprattutto con la Repubblica, ha avvolto ogni pezzo d’Italia con costi altissimi che nessuno pensa a dimezzare. Anzi, adesso ne hanno nominati altri per cui il loro numero supera abbondantemente le duecento unità. Secondo i calcoli, ce ne sono due per ogni prefettura. Quelli in soprannumero che fanno? Di tutto. Dove il governo ha un problema – biblioteche storiche, beni archeologici, rifiuti, lavori pubblici incompleti, un’azienda pubblica decotta o in difficoltà – si nomina un prefetto commissario. Costano tanto? E che importa. Tanto risparmiano con la morte delle Province…

Ma siamo convinti che siano le prefetture a dover reggere lo Stato? Ma Napoleone da quanto tempo è passato a miglior vita? Ed una volta non era la sinistra a perorare la cancellazione di prefetti e prefetture? E non era la sinistra la sostenitrice delle autonomie locali? Dicevamo di Napoleone. Direbbe il grande Totò: “Ragazzi come passa il tempo…”.

 

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