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    22/11/2017

Borghesia e edilizia, le scelte che hanno rovinato Avellino

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Nella foto grande, via Tagliamento oggi. In alto, il periodico Irpinia Nuova e il ponte di Montevergine a via Tagliamento negli anni '60.AVELLINO – “Grazie a voi tutti enti ed autorità preposti al controllo, alla vigilanza, alla risoluzione dei nostri problemi edilizi, urbanistici, paesistici, igienici. E grazie anche per l’ennesima volta alla Soprintendenza ai monumenti! Grazie per quest’ultimo scempio che lasciate perpetrare, che consentite, che autorizzate, che incoraggiate. Tra poco lo squarcio più bello di paesaggio avellinese verrà completamente mascherato. Da quel palazzo obliquo che è già arrivato alla copertura, al di là del ponte di Montevergine e da quest’altro che sta sorgendo a fianco del ponte, in fondo al torrente in spregio di ogni norma, codificata o no, che riguardi i problemi suaccennati. Igiene, edilizia, urbanistica, paesaggio non avevano, pur nel marasma imperante, ricevuto mai fino ad oggi più profonda offesa…”. Queste parole di fuoco e questa riflessione micidiale che marchia indelebilmente un’epoca ed un ciclo amministrativo non sono state scritte né pensata oggi o pochi giorni fa quando è esplosa la polemica sulla richiesta del Comune di Avellino alla Regione di “retrocedere” la vincolistica intorno al torrente San Francesco per consentire edilizia ai suoi lati. Quella appena riportata è in realtà un violenta denuncia del direttore di un periodico che fu pubblicato ad Avellino tra il 1962 ed il 1963 per iniziativa del giornalista pubblicista Guido Pastena. Il giornale si chiamava Irpinia Nuova e rappresentò un tentativo di dire qualcosa di diverso rispetto a quanto non diceva, ad esempio, il Corriere dell’Irpinia controllato da Angelo Scalpati, allora presidente della Provincia e, di lì a poco, con una furberia, sindaco di Avellino.

È impressionante notare come Irpinia Nuova abbia allora capito tutto del terribile intreccio edilizia-interessi economici-inoperosità dei controllori del Comune,  nonché senso decente di qualche nuova scelta urbanistica (pur non accorgendosi di quanto la nuova urbanistica lasciasse alle sue spalle la preferenza demolitrice nei centri storici della cultura fascista). Intreccio figlio della sgangherata edilizia locale e della micidiale intraprendenza della borghesia finalmente libera di usare i suoi soldi ed i terreni sui quali aveva messo mani e piedi già durante il fascismo.

In verità quel grumo borghese, oggi da qualche disinvolto rappresentante, che nulla ricorda della critica dorsiana alla classe dirigente meridionale, assolto e scambiato come un’élite dei tempi d’oro, è quello che impedì alla città di darsi per tempo un Piano regolatore (quando arrivò quello del 1971 di Petrignani il bottino era già stato portato via). Ed è lo stesso che ha messo in palio i “suoi” terreni, ha deciso ed ha fatto  decidere – complice un apparato comunale disinvolto – cose orride come quelle accadute al “ponte di Montevergine” dove mezzo secolo fa accadde di tutto. Un massacro urbanistico con tanti complici.

Quanto accaduto ai giorni nostri – mezzo secolo dopo – non è altro che la ripetizione di quel misfatto. Il torrente “intubato”, le case costruite (palazzi di sei, sette piani) sul ciglio del torrente, le fognature delle quali si perdono le tracce e l’ipotesi di parco attorno al rio Cupo spostata oltre l’edificato che neppure così a qualcuno va bene tanto che il Tar, per carteggio incompleto, ha respinto la tesi del Comune su una minore cubatura attorno alla parte alta del torrente: si spera ora che sia il Consiglio di Stato a mettere la situazione a posto. Sono tutte cose che dimostrano che può passare anche mezzo secolo ma le abitudini e le convenienze di imprenditori cresciuti male, di tecnici assatanati (si rifletta sul concorso di idee per Piazza Libertà…), di amministratori nella migliore delle ipotesi senza nerbo, ci riportano ad un tempo che non vuol passare.

Cosa è cambiato rispetto a mezzo secolo fa? Che le grandi famiglie che contavano ad Avellino sono sempre le stesse e che con i soldi ed i terreni messi in gioco investono ormai le aree che sono oltre i limiti delle colline una volta vincolate dal soprintendente De Cunzo e poi bloccate dalla variante di salvaguardia che Regione, Tar e Comune cestinarono con allegra disinvoltura. Borghesia illuminata in Avellino? Macché, soltanto convenienze condite anche da abili giravolte elettorali.

 

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