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    24/11/2017

L'acqua dell'Irpinia ricchezza del Sud

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Un tratto del fiume Calore (fonte Forum dell'Appennino)AVELLINO – L’opinione del ministro per lo Sviluppo Guidi sulla necessità di “riconsiderare, pur rispettando l’ambiente, la ricchezza del nostro sottosuolo da utilizzare ai fini energetici” ha subito provocato reazioni un po’ in tutto il Sud. È il Meridione, infatti, l’area più appetibile dal punto di vista della possibile utilizzazione di giacimenti di idrocarburi. Ed una parte dell’Irpinia – per ora circa 750 chilometri quadrati nell’area compresa nel triangolo Nusco-Bonito e Gesualdo – è inclusa in un progetto di perforazione già agli atti della Regione Campania. È un bene, è un male? La discussione ruota attorno all’ipotesi di fondo del ministro Guidi circa la necessità di rilanciare l’economia italiana usando “finalmente” la ricchezza che c’è sotto i nostri piedi. Scelta mai compiuta perché, dice sempre il ministro, in realtà un malinteso spirito ambientalistico ha bloccato ogni iniziativa. Le cose stanno davvero come dice il ministro Guidi? Nel senso che davvero il sottosuolo italiano è ricco di gas, petrolio e metano? E davvero noi italiani non abbiamo mai cercato queste ricchezze del sottosuolo (magari per l’opposizione degli ambientalisti di tutte le epoche)?

Non pare che le cose stiano così. Perché il petrolio il governo lo aveva cercato in Valle Padana durante il fascismo. Nel dopoguerra, però, un po’ di petrolio lo trovò il povero-grande Enrico Mattei che nominato liquidatore dell’Agip (relitto fascista secondo molti da buttare a mare) si servì di quella “pozzanghera” di petrolio trovata nelle campagne circostanti Cortemaggiore per proseguire le ricerche, trovare un ampio bacino sotterraneo di gas metano, far capire al governo l’importanza di offrire alle industrie ed alle città del Nord – rinascenti dopo la guerra – una fonte energetica tutta italiana. Mattei così salvò l’Agip ma soprattutto da allora cominciò a costruire un’azienda-impero che petrolio ed altro gas andò a prenderseli all’estero, al punto da condizionare le scelte internazionali del nostro Paese, ma entrando in insanabile contrasto con i grandi gestori dell’affare petrolio nel mondo.

Un po’ di petrolio Mattei e la sua Agip (intanto irrobustitasi nell’Ente nazionale idrocarburi, cioè l’Eni, lo trovarono anche in Sicilia. Ma, attenzione, né sull’isola né in pianura padana dove nacque – una bugia – la “potente benzina italiana”, agirono movimenti ambientalisti. Eppure lo svuotamento del bacino di gas sotto la pianura padana ha prodotto un abbassamento del suolo. Ma non c’è stato alcun movimento contro lo “svuotamento” che secondo molti (che però parlano soltanto oggi) avrebbe – è scritto in uno studio che quella Regione non ha però pubblicato – favorito il sisma in Emilia due anni fa. Tutto per colpa di un impianto di sfruttamento del gas secondo la rivista Nature.

La verità è che doveva passare qualche decennio per avere anche nel nostro Paese una vera sensibilizzazione sui temi dell’ambiente. Nel Sud, dove siamo sempre in ritardo, un bel po’ di ambientalismo era comunque cresciuto. Ma niente e nessuno ha impedito alla Basilicata di tentare di diventare il Texas d’Italia. Risultato? Petrolio poco in Val d’Agri e quel poco ha imposto oleodotti, centri di trattamento degli oli minerali che hanno trasformato qualche contesto in un maleodorante sito dal quale si fugge. Il guadagno per gli abitanti di quella regione? Buono dicono le società petrolifere che sfruttano il sottosuolo in quella regione. Nessun guadagno replicano i cittadini che sanno soltanto di una cifra più o meno varabile che intasca la loro Regione. Cifra però che non produce fatti (meno tasse, più lavoro, più ricchezza).

L’affare che la Basilicata credeva di fare non si è rivelato tale. Possiamo pensare che il miracolo avvenga da noi in Irpinia? Francamente sembra proprio che siamo ai vaneggiamenti. Né aiutano a dissipare i dubbi gli interventi di tanti “esperti” che garantiscono – ma come fanno? – che le perforazioni alla ricerca di gas e petrolio non creeranno alcun problema al prezioso sottosuolo irpino. Prezioso non dal punto di vista del ministro Guidi, ma perché le montagne irpine alimentano gli acquedotti di Napoli e di altra mezza Campania, di tutta la Puglia (che ha il più grande acquedotto d’Europa ma di suo non ha neppure una goccia d’acqua) e persino di alcuni centri della Basilicata. Quelle sorgenti garantiscono l’alimentazione di tanti fiumi (Sele, Calore, Volturno, Sarno, Ofanto). Ed il rischio sismico e la faglia che passa sotto Ariano e le montagne irpine?

È proprio vero, possiamo essere certi che cercando petrolio nel nostro sottosuolo non finiremo con l’alterare il percorso di correnti sotterranee, dei fenomeni carsici che hanno reso importanti aree come Volturara (Piana del dragone) e piano Laceno a Bagnoli Irpino? Acqua sgorga dal Terminio e dal Partenio. Ma possibile che tutto questo debba passare in second’ordine, che questo patrimonio non possa subire danni sia dalle perforazioni sia dal nuovo terribile sistema americano di estrazione (se mai lo praticassero da noi) che spappola le rocce per ottenere carburante? È proprio retorico sostenere che è meglio lasciate in pace i nostri monti, i nostri boschi, i nostri fiumi, un contesto particolare come quello creato a Conza con l’invaso sorto con la diga sull’Ofanto?

L’Irpinia è bella così. Fanno benissimo i sindaci a ribellarsi. Fanno bene i comitati di ambientalisti a porsi problemi, ad interrogarsi e ad interrogare. La ricchezza vogliamo farla nascere dalla bellezza del nostro Appennino. Sia meno sbrigativo il ministro Guidi. Venga a vederla almeno la nostra terra. Così (forse) capirà.

 

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