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    24/11/2017

Avellino, come porre riparo al massacro edilizio

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Il ponte di Montevergine ad inizio di via Tagliamento negli anni Sessanta. Sotto, via Tagliamento oggiAVELLINO – Difficile dire dove porterà l’indagine della Procura della Repubblica sulle questioni urbanistiche in genere e sul mancato rispetto della tutela dei corsi d’acqua che attraversano il territorio di Avellino in particolare. La difficoltà è tutta nella conoscenza dei tempi (passati), dell’efficacia delle prescrizioni, della scomparsa di tanti protagonisti delle malefatte edilizie che Avellino ha accettato che le venissero imposte.

Sappiamo tutti che un malinteso senso della modernità e di un ritrovato benessere appannarono nel dopoguerra la vista a tanti. Ma delle norme minime – licenze edilizie del Comune, legge del 1904 sulla distanza minima di dieci metri dai corsi d’acqua per edificare, ed addirittura, allora, una valutazione dell’ornato (la gradevolezza di quel che si andava a costruire) – già c’erano. Eppure negli anni Sessanta del secolo scorso tutto quel che si faceva, e ad Avellino il boom economico fu soprattutto boom edilizio, appariva come la costruzione del futuro.

Un futuro che ha lasciato una città con tanti nodi mai sciolti, con la sua naturale funzione ambientale – il verde pubblico ed il rispetto del verde delle sue colline a contorno – tradita. Un futuro alle nostre spalle diventato zavorra che oggi, con il suo peso, pone interrogativi e problemi. Naturalmente nel parlare del massacro edilizio dobbiamo distinguere alcune fasi. La prima rimane quella della ricostruzione post bellica e delle prime sortite dell’edilizia fuori dal guscio storico dell’Avellino medievale ed ottocentesca (una cittadina di neppure trentamila abitanti) con relativa fuoruscita dal “recinto” ed aggressione iniziale alle campagne circostanti, in genere di proprietà di poche famiglie (borghesia, ma anche ceto rurale arricchitisi durante il fascismo). Questa crescita avrebbe dovuto avere il controllo imposto dal Piano regolatore redatto dall’architetto Cesare Valle nel 1935. Ma quel Piano “scomparve” durante i bombardamenti del ’43 per riapparire all’improvviso cinque anni dopo quando il Piano di ricostruzione postbellico era già stato approvato.

Il Piano di Valle – l’architetto che in età repubblicana divenne presidente di sezione in seno al Consiglio superiore dei lavori pubblici – non era un toccasana e conteneva previsioni come sventramenti e demolizioni che però altri si affrettarono a realizzare in Piazza Libertà (le chiese di San Francesco e del Rosario), in Piazza Garibaldi ed in via Nappi. Valle inoltre disegnò un’area per artigiani e piccole industrie nel tratto ponte Ferriera-Santo Spirito del fondovalle Fenestrelle. Ma previde anche tanto verde a rione Mazzini e sulla collina dei Cappuccini così come collocò l’ipotesi-stadio alla fine dell’attuale prolungamento di via Roma.

Un Piano regolatore finalmente moderno Avellino se lo darà soltanto nel 1970-71 quando però i buoi erano quasi tutti scappati. Quelli che non lo avevano fatto ci riuscirono con le 154 licenze edilizie che il sindaco dell’epoca, Angelo Scalpati, rilasciò nel giro di 24 ore pur sapendo che erano tutte in contrasto con il Prg che lui stesso aveva fatto approvare. Si difese, l’avvocato-sindaco, dicendo che con quelle licenze aveva evitato il blocco dell’edilizia, e quindi dell’economia, della città. I timbri ministeriali sul Prg dell’architetto Petrignani arrivarono purtroppo un anno dopo.

Ma bisogna fare un salto di quindici anni per arrivare a capire cosa è accaduto (o sta per accadere) intorno al torrente San Francesco ed al torrente Fenestrelle. Dopo il sisma dell’80 s’impose la revisione del Piano redatto da Petrignani. Previsione affidata allo stesso Petrignani che – senza gli obblighi dei decreti Galasso (si costruisce a 150 metri dalle sponde di fiumi e torrenti) – spostò il centro direzionale dal pianoro posto a ridosso della variante Sud alle spalle di via Colombo dove progettò anche l’autostazione e quindi a ridosso del torrente San Francesco, così come previde l’insediamento degli artigiani sulla parte del fondovalle Fenestrelle che va da Santo Spirito alla Puntarola. Quest’ultima previsione fu cancellata per intervento della neonata Autorità di bacino. Così nacque la prima parte del Parco del Fenestrelle (la più grande, 65 ettari, che metterebbe Avellino in testa alle città europee per dotazione di verde, è da acquisire con il metodo della perequazione-compensazione ma né la giunta Galasso né la giunta Foti hanno mai lanciato segnali in tal senso). Ed è a questo punto che con la legge varata dal ministro Galasso (8 agosto 1985) scatta l’obbligo dei centocinquanta metri di distanza dalle sponde per poter costruire. Ma intanto ci sono già torri (questura, albergo, motorizzazione ed altro) realizzate in base al Piano Petrignani e che non rispettano le distanze previste dalla legge Galasso.

Ed ecco che riflettendo sui termini di questa indagine ci viene di nuovo incontro il futuro. Basti pensare alla parte tombata del torrente San Francesco – dall’orrido insediamento posto tra via Colombo e via Tagliamento (ex zona ponte di Montevergine) fino al castello – per riflettere su quante brutture ci sarebbe da eliminare. A meno che la Soprintendenza, visto il mezzo secolo trascorso dalla loro edificazione, non apponga un vincolo di intoccabilità…Chissà quanti sanno che la parola rottamare fu usata la prima volta per il titolo di un libro dedicato all’urbanistica ed alle città. Rottamiamo le città: questo il titolo del libro che, per la verità, parlava soprattutto delle periferie e comunque dell’edilizia non proprio qualificata datata anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

Ripercorriamo ora il tragitto lungo tutto il San Francesco incapsulato nel cemento armato e soffermiamoci ad “ammirare” l’edilizia sorta lungo il suo percorso. Forse – o senza forse – l’impegno prossimo venturo dovrebbe essere proprio quello di rifare quella parte di Avellino. Chissà quanti sanno che proprio dal ponte di Montevergine, in direzione Est, si prospettò – nei dibattiti in Comune, sia pure in conversazioni non proprio istituzionali, ed in commissione edilizia – l’ipotesi di una lunga striscia di verde che comprendeva il vuoto creato da pessimi imprenditori tra via Piave e via Guarini. Poi Piazza Kennedy, l’area davanti palazzo Santaniello dove una ignobile interpretazione della legge Tognoli ha consentito la realizzazione – parallelamente al torrente intubato – di box auto interrati senza neppure il “fastidio” di restituire l’area soprastante al Comune. La striscia verde poteva proseguire sull’area dove fu costruito il palazzo che ha poi ospitato l’ufficio Iva, e poi su campo Santa Rita dove oggi si vogliono costruire tre palazzi. Ed ancora l’area sottostante il parco del teatro, parallelamente a via Circumvallazione, ed infine una Piazza Castello per la quale l’architetto Cagnardi propose, tranne uno spicchio sotto il teatro, soltanto un bel prato. In Piazza Kennedy l’edilizia, per la sua mole, è difficilmente modificabile (tranne le facciate, il che non guasterebbe).

Ma il resto non vale niente. Come si fa a rottamare pezzi di città dove c’è il problema delle case di proprietà e tante altre questioni? Semplice: fermando l’espansione edilizia verso le campagne. Una secca e ferma riproposizione della “variante di salvaguardia degli ambiti fluviali e collinari” o anche del vincolo salva colline firmato nel dopo terremoto dal contestato soprintendente Mario De Cunzo. Si tratta, in sostanza, come adesso si dice, di non consumare neppure un altro centimetro di terreno e rifare invece il già costruito. Perequazione, compensazione, in alcuni casi anche cubatura in più, ma tutto secondo un progetto che riordina ogni cosa, crea finalmente verde, servizi e viabilità.

Siamo all’utopia? Già, ma chi avrebbe scommesso un centesimo nel dopoguerra sulla capacità di costruire – certo piena di difetti – una città nuova? Viviamo un momento magico che ci induce a rifare l’Italia. Ricominciamo dalle nostre città. Ed una volta tanto facciamolo noi di un’area interna del Meridione. Ed intanto aspettiamo con serenità lo sviluppo delle indagini della Procura che, per fortuna, pare stia volgendo lo sguardo anche su tutto il Fenestrelle (fogne e costruzioni). Non c’è niente di più bello ed alto che sconfiggere l’ossimoro “realizziamo un’utopia”. Lo dice da tempo anche Renzo Piano al centro, peraltro, di una delle tracce della prova d’italiano agli esami di maturità.

 

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