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    25/09/2017

Rifiuti: errori, dimenticanze e bugie per nascondere la verità

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Il Cdr di PianodardineAVELLINO – È proprio facile far passare del tempo, mettersi tutto alle spalle e dire oggi – come se scendessimo da un’astronave proveniente da Marte – che chissà perché in città è stato fatto questo o quello.

Prendiamo il caso di Avellino e della “sua” questione rifiuti. A stare a sentire qualche consigliere comunale da quasi un quarantennio presente nel civico consesso, la presenza del Cdr, oggi Stir, nell’area industriale di Avellino altro non è stato che il risultato di un capriccio dell’amministrazione che operò tra la fine degli anni Novanta ed i primi anni del nuovo secolo. Il tutto condito dallo “sfizio” nella localizzazione dell’impianto di selezione e trasformazione in combustibile dei rifiuti “differenziati” dai cittadini.

Lecito, davanti a tanta “leggerezza” di analisi (o a tanta stupida acidità) porsi domande che ormai gli organi di informazione – pur essendo tenuti ad una corretta “memoria” delle passate vicende cittadine – neppure vogliono analizzare. Ed il risultato è che Avellino e gli avellinesi pare abbiano messo nel dimenticatoio crisi durissime e lunghe nella raccolta e, soprattutto, nello smaltimento dei rifiuti.

Meglio, allora, rinfrescare la memoria a qualcuno. Cominciamo con il ricordare che la “serena” soluzione trovata qualche decennio fa da Avellino, come da tantissimi Comuni irpini e campani, e cioè lo sversamento nella grande discarica di Pianura, alle porte di Napoli, divenne un incubo per tanti amministratori locali quando lo Stato si impossessò – sequestrandola perché ritenuta un bene in mano alla camorra – la grande cavea dentro la quale in maniera incontrollata quasi tutti i Comuni campani andavano a depositare – senza selezione o controlli igienici di sorta – i loro rifiuti.

Appena il tempo di far capire che sull’invaso aveva messo le mani lo Stato ed ecco che la fino ad allora silenziosa Pianura – un quartiere abusivo di Napoli grande quanto Avellino, quartiere che aveva ormai le sue villette sui bordi dell’orrido cratere – subito trova il coraggio verso lo Stato e protesta duramente chiedendo la chiusura dell’immonda discarica. Il prefetto di Napoli, Cataldo, all’epoca commissario campano all’emergenza rifiuti (la prima di tante micidiali crisi), propose un accordo: niente rifiuti dalle altre province, via libera a quelli di Napoli e della sua provincia (che erano la gran parte dei rifiuti della Campania e che proprio non si intravedeva dove “sistemare”). E guai agli altri Comuni che avessero tentato di forzare il blocco; visto che la presenza di mezzi provenienti da altre province – tutti recanti vistose scritte (che riportavano nomi di ditte e località di provenienza) sui fianchi dei compattatori – avrebbe comportato il divieto di scarico anche per i mezzi dell’area napoletana. Evento che tutti – governo, Regione, Provincia e Comune di Napoli – vedevano come un cataclisma.

Gli altri Comuni? Si dovevano arrangiare. Dove c’era qualche vecchia discarica andarono di corsa a riaprila. In Irpinia qualche possibilità c’era a Frigento che consentì per alcuni giorni ad Avellino di portarvi i suoi rifiuti. Ma soprattutto c’era la discarica arianese di Difesa grande. Discarica gestita da una società mista pubblico-privata che per la verità aveva già mostrato i muscoli – con atti giudiziari – ad un appena nuovo eletto sindaco di Avellino. Discarica che per la verità gli arianesi non volevano. Puntigliose furono alcune ordinanze del sindaco arianese, Melito, che, sostenuto e spinto da comitati, partiti ed associazioni locali, limitò il passaggio per il centro del Tricolle ai mezzi diretti a Difesa grande. Il risultato fu che i mezzi della città di Avellino, per via delle distanze, furono i più penalizzati: dovevano “passare” all’alba – in realtà orario di raccolta dei rifiuti in città – e tornare lungo l’asse Savignano-Monteleone-autostrada Bari-Napoli. Il tutto per una cifra non proprio modesta per le sempre vuote casse comunali.

È in questo clima che alla Regione – presidente Rastrelli – si comincia a ipotizzare un piano per la raccolta differenziata in tutti i Comuni e per la realizzazione di impianti per trattare o bruciare gli stessi. Gli inceneritori (con ciminiera alta 110 metri) facevano paura a tutti ed i cosiddetti Cdr (sigla imposta da un ambientalista di spessore quale Edoardo Ronchi, poi ministro per l’Ambiente, sigla che significa combustibile derivato dai rifiuti) andavano equamente distribuiti sul territorio. Fu, poi, con il piano varato con l’arrivo di Bassolino a Palazzo Santa Lucia che la Regione ed il governo scelsero la strada degli investimenti privati (ovvero la Fibe) per costruire il costoso inceneritore di Acerra che con la vendita dell’energia prodotta avrebbe nel tempo restituito l’investimento ai privati. Su tutta questa materia interverrà, come si sa, pesantemente la magistratura che poi ha prosciolto tutti gli indagati: politici e dirigenti regionali, tecnici ed imprenditori.

La scelta, più che obbligata, di far assumere, con il Cdr, ad Avellino la sua parte fu resa possibile dal cambiamento della legge che, fino ad allora, impediva di insediare impianti per il trattamento dei rifiuti dentro le aree industriali come quella di Pianodardine. Dentro l’area Asi il Comune di Avellino aveva stoccato ed imballato già due volte i rifiuti della città (altre volte, rischiando, lo aveva fatto al Campo Genova e Campo Pisa dove oggi c’è la piscina). L’area scelta per insediare il Cdr è una lingua di terra avellinese che si inserisce tra il Comune di Montefredane e quello di Manocalzati. Alle legittime proteste degli abitanti dell’area (Pianodardine, Arcella, contrada Cardalani) il Comune oppose l’impossibilità di sistemare altrove l’impianto per il trattamento dei rifiuti. Avellino è un Comune con pochissima estensione territoriale dove da tempo l’edilizia aveva inghiottito ogni spazio. L’unico pezzo di campagna intatto era quello dove doveva sorgere la Città ospedaliera. Il resto non era altro che i confini, abitati, degli altri Comuni.

Da sottolineare che l’impianto fu realizzato con l’impegno della Regione di costruire una strada di accesso poco dopo il casello autostradale di Avellino Est. Cosa è stato di quel progetto che avrebbe impedito ai compattatori di passare per Arcella? E perché il Comune di Avellino – con nuova amministrazione sostenuta dai big politici locali – ha inghiottito soldi sulla premialità per i Comuni “ricicloni” senza concedere agevolazioni per gli abitanti della zona (per riduzione o abolizione della tassa rifiuti)? E soprattutto perché nel 2008 furono accettate dal Comune le 20mila eco balle che, marcendo, inondano (quelle, non lo Stir) con un fetore insopportabile la stessa area industriale – dove pure ci sarebbe stato tanto da dire sulla pericolosità di molti impianti – e le abitazioni della zona? Perché tante volte non c’è stato chi abbia protestato? Ed infine perché la raccolta differenziata – avviata con ottimi risultati nel 2000 – è poi rimasta al palo? E chi è che non ha controllato che le lavorazioni nel Cdr avvenissero secondo regola? E chi è che, pur abitando a due passi dal luogo del delitto, non ha sentito un rumore, un fetore, un sentore di quanto accadeva nei pressi del casello Avellino Est dove il deposito e la compressione dei rifiuti in un capannone destinato a ben altro ha creato un caso che è a tutt’oggi nelle mani dei magistrati?

Dobbiamo continuare? Ma davvero c’è chi crede che più passa il tempo e più è possibile raccontare sull’argomento frottole? Argomento che mentre vide sindaco, giunta ed un buon numero di consiglieri impegnati a viverlo in maniera drammatica ed in un cautelare silenzio, vide altresì altri - finti inconsapevoli della gravità della questione - impegnati in sfilate, proteste, interrogazioni e chiacchiere varie?

Considerazione finale su un dato di fatto nascosto da tanti furbi sotto una pietra tombale: con la creazione del nucleo industriale – stiamo parlando degli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso – fu prevista la delocalizzazione delle frazioni Pianodardine ed Arcella nonché delle abitazioni private dell’area. Un’autentica rivolta degli abitanti fermò tuto, con il risultato che nel tempo (intanto cresceva il non felice insediamento di alloggi Iacp a borgo Ferrovia…) quelle famiglie hanno dovuto convivere con la Novolegno, l’Isochimica ed il resto.

Quanti errori clamorosi. Proviamo a metterli in fila: per anni ed anni nessuna politica sui rifiuti in città ed in provincia, il rifiuto di abbandonare le proprie case mentre arrivavano le fabbriche, nessun vero controllo su queste ultime, un’urbanistica cittadina davvero folle. C’è altro da aggiungere?

 

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