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    26/09/2017

Urbanistica radicalmente diversa o tutti a casa

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La sentenza, il convegno, la crisi al Comune

b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-IlCommento_s_franc.jpgAVELLINO – Poniamoci qualche domanda dopo la decisione del Riesame di respingere la richiesta della Procura di Avellino di sequestro dei fabbricati in costruzione a meno di 150 metri dal torrente San Francesco. Due i casi in questione: il complesso che stava sorgendo al posto del demolito palazzo Scognamillo che in via Tagliamento ha poi fatto per alcuni anni da sede provvisoria della prefettura; e quello – pure in costruzione – situato su rampa Madonna delle Grazie.

La prima domanda, che in pratica ne rappresenta molte altre, è questa: il sindaco Foti ed il Pd intendono lasciare che la questione rappresenti quasi soltanto un duello all’interno del Palazzo di giustizia, con relativi colpi e contraccolpi che vedono naturalmente protagonisti esterni imprese ed i loro avvocati? O il Comune di Avellino intende essere protagonista di una battaglia di civiltà riproponendo – magari proprio con il programma di rilancio dell’amministrazione comunale annunciato dal sindaco – quella variante di salvaguardia degli ambiti fluviali e collinari del Piano Cagnardi lasciato cadere da qualcuno davanti al Tar di Salerno senza, peraltro, far ricorso al Consiglio d Stato? Quella variante, una sorta di prosieguo del blocco dell’edificazione sulle colline di Avellino proposto dopo l’80 dal soprintendente Mario De Cunzo, avrebbe evitato tante “schifezze”. Ma non c’è stato chi abbia osato vedere la città in questi termini. Anzi.

Ed ora viene da porsi qualche domanda relativamente alla situazione nostrana, ma anche in generale (chi decide in materia urbanistica: il Parlamento, il governo, le Regioni, i Comuni o la risoluzione di un sia pur rispettabile ed immacolato magistrato?). Una legge del 1903 dice chiaramente che sia pure a pochi metri sempre bisogna mettersi a distanza dai corsi d’acqua, la legge del ministro Galasso dell’agosto del 1985 pone il limite dei 150 metri concedendo possibilità edificatorie a distanze inferiori purché il Comune tracci un piano paesaggistico delle zone a contorno dei corsi d’acqua. Piani non fatti oppure, come abbiamo visto, vincoli fatti saltare senza porsi tanti problemi.

Foti è pronto a prendersi questa croce sulle spalle e farne un punto cardine della sua visione della città chiedendo al Pd ed alla maggioranza consiliare – che pure in teoria vanta notevoli “verdissimi” – di fare di questi punti il discrimine per il futuro di Avellino? Qui nessun sta parlando, sia ben chiaro, di quella mezza città orrendamente edificata lungo il torrente San Francesco dal ponte di Montevergine fino a via Volpe, Piazza Macello. Anche su questi punti appaiono un po’ disinvolte certe argomentazioni-motivazioni della sentenza del tribunale del Riesame di Avellino.

In tutta coscienza, possiamo assistere ai disastri come quelli di Messina, di Genova, dell’area delle Cinque Terre, della Maremma (e ci riferiamo agli ultimi casi) e sapere il giorno dopo di arresti, inchieste e indagini che vanno immancabilmente a colpire amministrazioni locali, tecnici e funzionari? La magistratura si muove bene in questi casi. Ma, tornando ad Avellino, c’è una consapevolezza da parte di tutti di cosa rappresenti il torrente San Francesco “intubato” ad Avellino? Se davvero, con l’ultima sentenza, non sarà più possibile aprire lo scatolare almeno lungo il piazzale Santa Rita (della intricata e difficile situazione idraulica di Piazza Kennedy e vicinanze abbiamo già parlato nei giorni scorsi - si rifletta oggi sulle alluvioni del ’51 e del ’61 -) e controllare così pezzi di alberi trascinati da Montevergine e, soprattutto, gli scoli delle acque nere, per Avellino sarà un disastro.

Ma torniamo, per concludere, al verde che ancora circonda Avellino e ad una vicenda politica prima nazionale, poi locale. Da tempo Coldiretti, ambientalisti ed associazioni di agricoltori segnalano il disastro edilizio che sta rovinando il territorio italiano. Nell’ultimo mezzo secolo abbiamo divorato – per dare una casa agli italiani (nell’immediato dopoguerra si trattava soltanto di alloggi per operai e lavoratori) – il 28% del suolo agricolo. Nel commentare questi dati davvero devastanti, l’eurodeputato e giornalista Curzio Maltese ha scritto delle responsabilità della politica che ha assecondato questo flagello. Però non è andato un po’ più indietro nel tempo. E cioè al triennio ’61-’63, quando un ministro dei Lavori pubblici democratico cristiano, l’irpino Fiorentino Sullo, lanciò l’allarme – il boom economico già dava i suoi frutti (in questo caso amari) – e propose una riforma urbanistica che fu osteggiata dalla destra, dai costruttori e dagli industriali. E fu guardata in modo piuttosto distratta dal Pci.

Sullo spiegò in Parlamento che la riforma non avrebbe “nazionalizzato” le case, ma avrebbe soltanto disciplinato un mondo impazzito. Sullo fu costretto a ritirare la sua riforma e fu sconfitto sia a Roma che ad Avellino (dove il suo potere ormai “degenerava”). Di quel Sullo si dovrebbe parlare durante convegni che oggi vedono la partecipazione di Ciriaco De Mita, il leader vincente che con la sua corrente si guardò bene dal promuovere – dopo il 1969 – dibattiti su Sullo uomo di sinistra e sulla rifiutata sua riforma urbanistica (ma Rotondi, presunto interprete del suo  pensiero, sa che Sullo con la destra non c’entra nulla?). E attenzione – e torniamo così allo sconquasso datato di Avellino – l’immonda edificazione a pochi centimetri dal torrente è avvenuta durante il periodo fulgido della Dc avellinese. Al di là delle leggi all’epoca inesistenti (o quasi) possibile che allora nessuno della Dc abbia guardato, considerato, riprovato, proposto?

Attenzione, oggi l’assessore all’Urbanistica Vanacore sostiene che la linea suicida della giunta Foti sull’urbanistica è risultata vincente dopo la sentenza del tribunale del Riesame. Vanacore, però, non dice a Foti che se avesse subito varato uno strumento di tutela del paesaggio e dei corsi d’acqua tutto oggi si porrebbe in maniera diversa. E a chi dice che a mezzo secolo dall’edificazione tutto è indifendibile ricordiamo che la parola “rottamazione” non l’ha inventata Renzi, ma era il titolo di un libro scritto per far capire che la brutta edilizia e quasi tutte le periferie delle nostre città possono rinascere rifacendo l’edilizia. Quel titolo diceva: “Rottamiamo le città”. Foti e Vanacore sono disposti ad indirizzare in questo senso l’attività edilizia di Avellino? Se sì, cambino linea oppure lascino. Ed intanto si ricordino che sul parco dell’autostazione di edificato non c’è nulla. Vogliono lor signori concedere permessi o aspettare che una sentenza (gli avvocati, si sa, sono abilissimi) dia il via libera a costruttori interessati a restringere gli spazi pubblici e ad aumentare le loro volumetrie?

Avellino sta guardando. E guarda assessori, imprenditori e dispute dentro il Palazzo di giustizia. Sindaco Foti, Avellino aspetta una svolta radicale su questo. Il resto è soltanto una bega di palazzo di città tanto stupida quanto insignificante.

 

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