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    22/11/2017

Necessario uno sviluppo diverso nella globalizzazione

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Susanna CamussoAVELLINO – Arriva in città la Camusso, nientemeno che la segretaria confederale della Cgil. Ti ritorna in mente la sala dell’Istituto d’arte quando per Avellino passò Luciano Lama. Altri tempi, altre circostanze: allora in ballo era la contingenza, oggi respiri un’aria di bonaccia pre-elettorale.

Con le liste non ancora formate, guai a sbilanciarsi per appoggiare uno piuttosto che un altro probabile candidato/a. La sala per la Camusso nel carcere borbonico non è piena e neppure vuota, con un clima, un tono nelle parole dei capannelli e dietro il microfono che contrasta con le immagini di un Paese all’ultima spiaggia. La Cgil non vibra e riflette il clima di una città, per non dire di una provincia, con i fondamentali statistici con il segno meno.

La Cgil è stancamente ripetitiva e la città altrettanto, per bocca del suo massimo esponente, ovvero il sindaco Foti. Un  paio di esempi illustrano queste dolorose sensazioni. Comincia il sindaco nel suo saluto di benvenuto e ripete monocorde il frasario ascoltato in altre occasioni, tutto auspici, petizioni di principi lanciate come slogan. Molto fumo a nascondere la poca ciccia arrosto; e sappiamo ancora distinguere e comprendere quanto dipenda dal presente amministrato e quanto rimonti ai precedenti amministratori. Di nuovo colpisce l’uso dell’aggettivo vasto, nella nota formula “area vasta” che tenta di soppiantare la formula “Avellino capoluogo”, agitata fino allo scorso anno, nel senso che in quanto ex città burocratica, cresciuta secondo gli schemi degli anni dal dopoguerra al boom dei Sessanta, le deve essere riconosciuto un primato, ora svuotato di senso, nella rivoluzione industriale e sociale dell’informatica e della globalizzazione. A prescindere, avrebbe detto il noto pensatore napoletano.

Ma Avellino non è più capoluogo, affermazione con cui si evita di fare i conti, basta non adoperare più la parola, epperò in qualcosa deve primeggiare ed ecco la formula dell’area vasta. Finché non vi saranno analisi chiare ed assunti politici vincolanti, “area vasta” significherà che i territori dell’Irpinia continueranno a non considerare il ruolo di Avellino, in moti centrifughi (l’Arianese, l’Alta Irpinia, ad esempio ), ma che almeno resti ad Avellino la possibilità gerarchica di influenzare i Comuni prossimi. Un piccolo, misero riaccentrare funzioni e bisogni territoriali, a corto raggio, in un mondo che invia e subisce spinte globali. Avellino, capoluogo minore. L’Alta capacità, quando sarà, passerà lontana, forse anche con il sollievo di chi, come l’attuale amministrazione, non riesce ad immaginare le poste in gioco. Non abbiamo ancora documenti, piani, assunti politici che abbiano colmato il vuoto di strategia in cui si dibattono la giunta e il Pd avellinese. Né si intravedono altri soggetti in grado di sopperirvi.

Già si intuisce il ditino alzato a ricordare l’altra frase in gran voga per Foti e co.: “Avellino porta di accesso all’Irpinia rurale”. Frase anche più intrigante della precedente, che pungolerebbe verso uno sforzo di immaginazione e di rilettura dell’attuale condizione. Anche in questo caso, non basta la semplice esistenza in vita - grama -, perché Avellino sia in concreto la porta di accesso di un territorio. Un luogo dove è sempre difficile indicare cosa sia già “dentro” e cosa venga da “fuori”, a meno di considerare la città come rinchiusa in un appartamento, con un’unica porta sul pianerottolo. Perché Taurasi, Lapio, Tufo, Bagnoli ed altri Comuni devono essere costretti a considerare Avellino come una gola stretta da attraversare? E come, al contrario, convogliare flussi di persone e merci verso Avellino, per rinvigorire città e territori? Foti ed altri presumono che la ripetizione delle parole produca il verificarsi di condizioni sociali e politiche, ma le parole restano parole, neppure slogan che infiammano e corroborano, e i fatti non giungono.

In un gioco di specchi, anche la relazione di Petrozziello appare stanca e ripetitiva, senza l’accorgimento di porre in un nuovo gioco gli elementi evocati e di dotarli di senso. Petrozziello procede per sedimentazioni successive, come strati di roccia distinti e separati. Puntuali si riaffermano come prioritarie le strade che l’Asi progettò a suo tempo, importanti ancora per le comunità locali, ma senza più quel respiro strategico – seppure lo ebbero – degli anni novecenteschi  quando furono progettate.

Domanda banale: perché le merci dovrebbero viaggiare su ferro fino a Benevento o a Grottaminarda, per i corridoi transnazionali, e poi su gomma all’interno della provincia? Il cambio di prospettiva, dallo sviluppismo del dopo-sisma ai tempi attuali, impone anche al sindacato uno sforzo di rielaborazione interna. Se tali restano le priorità, non basta dichiararsi “no triv”, a favore di un ripristino della ferrovia per Rocchetta, per presumere di salvaguardare l’ambiente e i tesori eno-gastronomici, con un cambio di mission non spiegato.

Se, ad esempio, ragionassimo sulla direttrice interna Benevento-Avellino-Salerno, e su come agganciarla ai vettori trasnazionali, staremmo sulla strada giusta. Benevento, Avellino e Salerno: città e territori. Senza tanto girarci intorno.

 

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