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    26/09/2017

Chi tradisce la città

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita_torre_orologio.jpgAcquisito ormai il dato che per il governo le Province vanno abolite per risparmiare e per semplificare le procedure amministrative diventa purtroppo per ora inutile argomentare sullo strano e orribile sistema di Monti e dei suoi ministri di raggiungere i risultati prefissi. Ma occorre ribadire fino allo strangolamento che il governo sta compiendo, su questo punto, errori su errori che indurranno Consigli provinciali non pavidi e le Regioni (che dovranno sciogliere nodi storici, quindi non solubili…) ad ingolfare di ricorsi la Corte costituzionale.

Una mal riposta pervicacia sta consentendo sabotaggi, colpi di mano e furbate che, insieme con l’esigenza di far nascere (da vent’anni) le città metropolitane contribuiranno a creare guazzabugli periferici dai quali si presume ci salveremo quando il Parlamento voterà la legge costituzionale sulla soppressione delle Province. Fino ad allora vedremo politici di infimo livello trasformarsi in una sorta di moderni (si fa per dire) agrimensori addetti alla mappatura e definizione del territorio. Ovvero agrimensori che di moderno avranno soltanto il periodo in cui tocca loro di vivere, essendo di fatto degli assegnatari delle quote di terreni. Come si faceva con i veterani ai tempi dei Romani: altro che modernità, dunque. La differenza con allora è tutta nel fatto che oggi si assegnano le Province o quote di esse o il ruolo di città capoluogo (vi diamo la dignità di municipio romano, dicevano i conquistatori) a seconda degli interessi di partiti, capicorrente, astuti estensori di commi. Commi che, come dice il vicepresidente della giunta regionale Giuseppe De Mita, servono soltanto a quelli che vanno a blaterare ai convegni. Detta da lui che di convegni riesce ad inghiottirne anche più di quattro al giorno…

Ma, a proposito di convegni, è proprio questo il lavoro degli assessori? Quando stanno nel Palazzo per produrre per i cittadini? E visto che stiamo planando in Campania con il nostro ragionamento avvertiamo tutti di tenersi aggrappati ai sedili. Perché in Campania ne vedremo presto delle belle. La città metropolitana di Napoli comprenderà probabilmente tutta quella provincia. In più, dice il presidente della Provincia partenopea Cesaro, dovremmo “allargarci all’agro nocerino-sarnese ed al Baianese”. Questo perché il territorio dell’ente di Cesaro è poco ed ospita troppi abitanti.

E poi il Sannio che in base ai parametri fissati dal governo non ce la fa a rimanere provincia ma assume per Benevento il titolo di capoluogo dell’Irpinia-Sannio, ma guai a chiamarla così, dicono sulle sponde del Calore, dove non piace la formula Massa-Carrara o Pesaro-Urbino: Benevento sarà capoluogo di tutto il territorio. Punto e basta. Ovvero capoluogo della Campania interna, terra che trenta, quarant’anni fa riuscì a porre il problema della mala guida di Napoli e della sua classe dirigente sulla Campania e delle loro mire paracamorristiche sulla neonata Regione.

Oggi la Campania interna è invece più interessata a partecipare agli utili di una Regione che le volta le spalle ed è disposta a perdere – per astrusi (mica tanto) calcoli elettorali – territori, infrastrutture (vedi la diretta ferroviaria Napoli-Avellino), funzioni. Avellino, per un comma infilato da nota mano beneventana nella legge di “riordino” delle Province, perde il ruolo di capoluogo di provincia? Non piagnucoli, intima De Mita junior. L’altro, il padrone del vapore, per ora non parla.

Il Comune di Avellino chiede tardivamente ad una ammutolita Provincia una riunione congiunta delle due maggiori assemblee elettive per discutere insieme della cosa: il centrosinistra tutto si oppone. La giunta Sibilia, debolissima sulla questione, almeno accetta il confronto. Pd, Sel & C. dicono no. Forse qualcuno ha pensato che la cosa riguardi il solo sindaco Galasso: meglio isolarlo. Evidentemente il centrosinistra – che sa delle ambizioni del sindaco – vuole oggi (tardivamente imbarazzato dal percorso fatto insieme) prenderne le distanze dopo averlo messo per due volte sulla poltrona di sindaco e dopo averlo sempre sostenuto con il voto in Consiglio (gli attacchi sui giornali sono indecifrabili e strumentali rispetto ad una lotta tutta interna al Pd).

In ogni caso la città di Avellino andava tenuta in considerazione a prescindere dal suo sindaco. Quella scritta a Palazzo Caracciolo dal Pd e dal centrosinistra – pur con le riparatorie, successive riunioni “separate dei due Consigli – rimane una pagina sconcia e blasfema scritta da una classe dirigente di poco spessore. Quanto poi alla sprezzante (vizio di famiglia) raccomandazione lanciata dal giovane De Mita contro la città bisogna ricordargli che se Avellino ha oggi i problemi che ha gli unici a non potersi tirare fuori da un giudizio negativo sono proprio i De Mita (padre, figli, nipoti) perché sono ormai cinquant’anni che fanno ad Avellino il bello ed il cattivo tempo. Essersi riparati oggi nell’antro Nusco-Udc non li mette al riparo. Se una colpa hanno gli avellinesi è di averli seguiti come vassalli.

Chi ha tentato di farlo da cittadino è stato subito messo alla porta. Persino Fiorentino Sullo – tanto nomini – (ah, quella sua riforma urbanistica che avrebbe salvato l’Italia e il suo territorio) fu trattato come fu trattato. E tutto in nome della lotta al clientelismo ed al notabilato meridionale…

Ed al vicepresidente regionale che invita Avellino a non piangere ed a vivere il suo declassamento con stile consigliamo di riguardarsi una celebre vignetta di Altan apparsa su Repubblica all’epoca in cui l’operaio Cipputi aveva a che fare con una sorta di cummenda che si serviva dell’ombrello per intimorirlo. Quando ci fu una protesta operaia Berlusconi invitò tutti a darsi una calmata sennò “che figura facciamo all’estero”. Il giorno dopo la vignetta mostrava Cipputi infilato nel retro dall’ombrello del cummenda che gli raccomandava: “stia calmo, il mondo ci guarda”.

Ad Avellino, città che comunque deve sapere che lo Stato leggero che inevitabilmente dovremo costruire le farà perdere funzioni, non rimane che sperare in una vera, grande riforma: abolire quasi tutti gli enti del livello intermedio (Asi, Iacp, Ato, consorzi vari, società partecipate di Regioni ed enti locali ecc.) affidandone gli indirizzi proprio alle Province che, ricordiamolo sempre, sono gli unici enti elettivi locali, oltre i Comuni, e rappresentano ambiti chiari, definiti, significativi in riferimento a territori ed alle loro popolazioni. Un aspetto, questo della identità di territori e di popolazioni, che i tecnici del governo Monti non vogliono tenere in alcuna considerazione salvo (talvolta) a considerarlo caratterizzante quando invece si parla complessivamente del Sud (meridionali piagnoni e clientelari, ripetono spesso molti ministri). Occorre ora sperare che sia il Parlamento a rimettere le cose a posto, anche se sappiamo che sono proprio i partiti a beneficiare di quel sottobosco costoso di enti e consorzi che sarebbe giusto ripulire e riordinare. Se non lo farà, saremo invasi dagli interessi degli infelici uomini della Campania felix.

Delle conseguenze in Campania del consolidamento della forza espansiva di Napoli mentre si smantellano le Province attorno lasciamo tutto all’immaginazione dei lettori. Su queste cose sarebbe stata gradita una riflessione sia da parte del vicepresidente della giunta regionale De Mita sia da parte del sempre etereo, incredibile e sfuggente centrosinistra di Palazzo Caracciolo (di quello di Piazza del Popolo meglio non parlare).

 

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