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    26/09/2017

L’anniversario/La città di Di Nunno per disegnare il futuro di Avellino

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Antonio Di NunnoAVELLINO – A due anni dalla scomparsa di Antonio Di Nunno, avvenuta il 3 gennaio del 2015, una messa in suffragio sarà celebrata domani, alle 18.00, nella chiesa di Costantinopoli in Corso Umberto I. Ad officiare il rito religioso sarà il parroco don Emilio Carbone.

“Dal Piano urbanistico all'Area vasta. Avellino disegna il futuro” è invece il tema del convegno che il nostro giornale, con il patrocinio della Provincia, del Comune di Avellino e del Centro di ricerca Guido Dorso, ha organizzato per il giorno 13 gennaio, alle ore 17.00, nella sala blu del carcere borbonico in via Alfredo De Marsico. Il programma dei lavori prevede gli interventi di Francesco Barra, ordinario di storia moderna presso l’Università degli studi di Salerno, e Antonio Gengaro, ex vicesindaco della giunta Di Nunno e collaboratore del nostro giornale. Seguirà una intervista di Generoso Picone, responsabile della redazione avellinese del Mattino, ad Augusto Cagnardi, urbanista e redattore del Piano regolatore di Avellino, Ugo Tomasone, assessore all’Urbanistica del Comune di Avellino, e Domenico De Maio, assessore all’Urbanistica del Comune di Salerno. Al termine verrà assegnato il premio “Franco D’Onofrio” agli architetti Lello Troncone, Massimo Russo e all’ingegnere Michela Candela.

Qui di seguito riproponiamo ai nostri lettori l’articolo dal titolo Area vasta, idee piccole che Antonio Di Nunno, con lo pseudonimo di Angelo Del Bosco, pubblicò il 22 marzo 2014 su L’Irpinia, il giornale cui collaborò fino alla fine.

*  *  *

Evidentemente c’è chi non vuole capire che il futuro che gli orientamenti recenti in tema di riassetto territoriale delineati da governo e Regione (nonché dai Patti locali animati da molti Comuni irpini) riservano a città come Avellino tutto sono tranne che…futuro. Anzi si sta manifestando un progetto di spoliazione delle città capoluogo, il che vuol dire, per le città meridionali soprattutto, la morte civile. Rispondendo in tv alle critiche piovutegli addosso per una presunta (certa, secondo Il Sole 24 Ore) mancanza di copertura finanziaria dei provvedimenti adottati per il rilancio dell’economia, il capo del governo, Renzi, ha spiegato che le coperture verranno dalla cancellazione di molti enti, come ad esempio le sempre citate Province sulla cui abolizione si concentrano politici da pensieri grandi e piccoli stupidi.

Quando è stato fatto notare a Renzi che l’inguacchio-Province realizzato fino ad ora produrrà pochissime economie, il presidente del Consiglio ha spiegato che i dipendenti di questi enti non possono naturalmente essere mandati a casa, ma le economie vere – ha detto – verranno dalla chiusura di sedi provinciali come quelle della Banca d’Italia e di uffici simili. Non si è capito bene se verranno abolite anche le prefetture (che continuano a produrre prefetti che costano tantissimo) così come nulla è stato detto su enti e relativi consigli di amministrazione che sono “proprietà” dei partiti in ambito locale. Ricordiamoli: Comunità montane, Ept, Asi, Consorzi non più in grado di reggersi senza l’aiuto dello Stato, ecc.

Proviamo a togliere da Avellino Banca d’Italia, Provveditorato agli studi, uffici di altro tipo (chi ricorda che abbiamo già perduto l’allora ufficio provinciale Sip e l’ufficio provinciale Enel?) ed aggiungiamoci la crisi dell’area industriale di Pianodardine (Fma ed Irisbus sono due facce della stessa medaglia), di qualche struttura che ha problemi (prendiamo il caso della Malzoni), cosa rimane? Ben poco. Ed hai voglia di dire che possiamo rilanciare l’agricoltura. Sì, certo, Avellino potrebbe puntare sui vigneti dell’Istituto agrario, e poi?

Diciamoci la verità. Città come Avellino vivono grazie all’economia alimentata dai suoi impiegati (da noi la classe operaia è stata sempre ben poca cosa) che mantengono la rete commerciale cittadina. La decisione ostinata del governo sull’abolizione delle Province – da noi tardivamente condannata in un convegno promosso da ostinati (pochi) ex consiglieri provinciali – ha trovato, purtroppo, poca resistenza tra partiti e politici, anzi si stanno formando strane alleanze su temi e questioni che vengono presentati come l’alternativa al “mondo vecchio”. Ed allora accade che tutti parlino dell’alternativa alle Province sotto forma di “Area vasta” (ma c’è chi può spiegare all’opinione pubblica di casa nostra in che consiste e perché un’area più piccola di una sia pur povera provincia, l’Irpinia, potrebbe garantire dinamicità e ricchezza alla città?) oppure di scioglimento delle stesse Province nelle cosiddette macroregioni o di loro annacquamento in una ristrutturazione generale dello Stato che – come propone la Società geografica – si potrebbe articolare in 36 dipartimenti, 50 polarità urbane (?) e 250 comunità territoriali (???). Anche il Centro studi della Fiat propose – sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso –  la nascita di macroregioni, ma la cosa finì lì per la evidente impossibilità di tenere assieme territori e comunità in forte contraddizione tra di loro.

Aggiungiamo a queste “idee” le varie interpretazioni su varo e dimensioni delle macroregioni. Qui, come si sa, si va dalle tiepide soluzioni di politici come il governatore della Campania agli strampalati ritorni prerisorgimentali di Grillo e del suo movimento. Inoltre – proprio perché non vogliamo farci mancare nulla – ci sono le ipotetiche città metropolitane (nove, undici o molte di più a seconda se passeranno o meno certe proposte). Si è candidata anche Salerno che dovrebbe essere così ricompensata della perdita del ruolo di viceministro del suo energico sindaco De Luca. La città metropolitana di Napoli – e figuriamoci se nascesse anche quella di Salerno – non piace però al presidente della giunta regionale della Campania, Caldoro, che non gradisce la contrapposizione di fatto tra Palazzo Santa Lucia ed un fortissimo, sia pure squalificato, Palazzo San Giacomo. Come si fa in questo marasma a lanciarsi a tutta velocità sull’accettazione della perdita per Avellino del ruolo di capoluogo e proclamare che l’Area vasta garantirà una Avellino più bella e più grande che pria? Nella dimensione mignon Avellino riceverebbe, secondo quanto vanno dicendo giunta e Partito democratico, fondi europei e persino regionali (e questa è una bestemmia) ed anzi – proprio adesso che ci hanno persino chiuso la stazione ferroviaria – rivivrebbe con collegamenti nuovi con l’Università di Fisciano ed il territorio meridionale (ma c’è chi si ricorda che Avellino è l’unico capoluogo campano a non avere un collegamento ferroviario con Napoli e che della richiesta di un ammodernamento della tratta Salerno-Fisciano-Avellino-Benevento fino ad ora in sede nazionale nessuno si è occupato?).

Il bello è che mentre si muove tutto questo materiale c’è chi in piccolo – in Irpinia – tenta di costruirsi giustamente un futuro. Peccato che lo faccia mirando ad escludere da questo futuro proprio Avellino. E tutto mentre tacevano il Partito democratico (primo partito in Irpinia e ad Avellino) e l’amministrazione comunale del capoluogo. Patti locali, Patto per l’Irpinia, Patto per lo sviluppo, ferrovia ad Alta capacità Napoli-Benevento-Bari. Mentre l’unico a ricordarsi di Avellino e della sua area industriale era il presidente dell’unione industriali Sabino Basso anche i sindacati giravano lo sguardo dall’altra parte. Poi, all’improvviso, durante una riunione che si teneva per parlare del Patto per l’Irpinia ecco il sindaco Foti che coraggiosamente poneva il problema della esclusione dell’area avellinese da ogni progetto nato dall’incontro sindacati-industriali-Provincia-Regione.

Con fermezza Foti ha ricordato a tutti che Avellino è ancora il capoluogo della provincia e che senza Avellino l’Irpinia non va da nessuna parte. Ma a Foti non può certo sfuggire che il peso politico della città è ormai scomparso anche per effetto dei nuovi sistemi elettorali (a proposito attenzione a quello che stanno varando!). Ed allora tocca al sindaco ed al Comune battersi in sua difesa. Queste cose e l’esigenza di proporre progetti validi per il futuro vanno anche spiegate a chi si agita tanto (mancanza di senso storico o anche errore giovanile) a nome del Comune o del Pd.

 

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