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    22/11/2017

Province, il coraggio sprecato di Patroni Griffi

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Il presidente del Consiglio Monti ed il ministro Patroni GriffiCe lo dicono tutti ma non ci convincono. “Le Province non servono, meglio abolirle, risparmieremo tanto”. E se c’è chi resiste o prova ad obiettare, ecco pronta l’accusa di provincialismo (e chi lo fa da quaggiù, nel Sud, ecco poi l’aggravante di libidine per l’assistenzialismo e per l’interessata passione per la burocrazia: cioè posti di lavoro…).

Su questa linea (che ha determinato, secondo un sondaggio Ispo - Istituto per gli studi sulla pubblica opinione - per il Corriere della Sera, uno spostamento dell’opinione pubblica: un cittadino su quattro è oggi per la loro abolizione mentre un terzo dei cittadini si accontenterebbe di abolire le più piccole, comunque mai quelle dove vivono) si muovono fior di intellettuali – l’ultimo della serie, lo abbiamo sentito proprio ad Avellino, nientemeno che l’ex sindaco di Venezia, il professor Cacciari – autorevoli firme del giornalismo, politici dell’eterno mondo romano mai passati per esperienze amministrative, ambienti legati all’economia che conta che appartengono più alla categoria dei contabili che a quella degli imprenditori. E poi c’è la conversione abolizionista del Partito democratico che quale erede delle tradizioni sturziane e togliattiane (entrambe fortemente autonomistiche) fa una bella giravolta, anche se indotta da quel grande calderone incontrollabile costituito dalla “strana maggioranza” che regge il governo Monti.

Siamo chiari ed onesti. Il governo aveva necessità di tagliare le spese e di semplificare al massimo la foresta burocratica. Non è parso vero poter subito mettere le mani sulle Province complice il brutto clima che si è creato attorno al dispendioso mondo dei politici, soprattutto a quelli di secondo o di terz’ordine. Il primo annuncio, un anno fa, recava la novella dell’abolizione sic et simpliciter dell’ente locale. Poi la puntualizzazione da parte dell’unione delle Province italiane che per sopprimere l’ente occorre una legge costituzionale (doppia lettura dei due rami del Parlamento a distanza di un definito lasso di tempo; troppo per le esigenze delle casse dello Stato) ed allora ecco il ripiego sul cosiddetto “riordino”, ovvero il rimescolamento delle Province esistenti, la loro drastica rivoluzione, lo spostamento di qualche capoluogo e così via.

E prima ancora fu progettato di bloccare le elezioni per il rinnovo dei Consigli provinciali, di abolire le giunte, di far eleggere il presidente dall’assemblea dei sindaci. Poi è stato aggiunto che le competenze dell’ente sarebbero state ridotte ed affidate alle Regioni ed a consorzi di Comuni. Il risparmio? Pochino. Ma davvero era questo il punto? Forse sì ma è stato cercato, il risparmio, in modo completamente sbagliato. Vediamo perché.

Il vero risparmio e la vera semplificazione andavano cercati nell’incredibile reticolo di sottoenti, consorzi e società pubbliche costruito soprattutto negli ultimi trent’anni quando invece, con la nascita delle Regioni, tutto doveva essere semplificato ed addirittura snellito sia rispetto ai rapporti con Roma sia rispetto ai Comuni.

Nei giorni scorsi il Consiglio provinciale di Avellino ha nominato uno dei componenti del collegio dei sindaci dell’Istituto case popolari mentre pochi giorni prima la Regione (cioè lo staff di un assessore che probabilmente avrà tenuto conto di equilibri politico-geografici) aveva comunicato il nome di un componente del consiglio di amministrazione dello stesso Iacp. Un altro nome per completare quel consiglio di amministrazione sarà fornito nel prossimo futuro…

Raccontiamo questa storia perché è una delle cento storie legate nella sola provincia di Avellino al sottobosco politico amministrativo fatto crescere non perché facesse bene alla natura (agli irpini) ma perché bisognava collocare tante persone in tanti posti remunerativi. E tutti, partiti (e purtroppo anche sindacati) hanno partecipato a questa dispendiosa quanto perfida giostra. Chi ricorda più che la Regione aveva in animo di riformare Asi, Iacp ed Ept all’epoca della giunta Bassolino? Quanti sanno che il piano urbanistico dell’Asi è sovraordinato rispetto a quello dei Comuni (alla faccia della semplificazione e del rispetto delle autonomie)? E la casistica della rarefazione del (costoso) potere locale ci condurrebbe a parlare di Comunità montane, consorzi di bonifica e fiumi. Un esempio…idrografico: Autorità di bacino destra Sele, Autorità di bacino sinistra Sele e, udite, udite, Autorità superiore per controllare i due enti spreconi. Questo fino a quando si è deciso, un anno fa, di scardinare tutto per esigenze tecnico-finanziarie più che per la vergogna.

Perché questo mondo non poteva essere seppellito? E che dire delle ingolfate prefetture una volta nelle mire della sinistra e di chiunque volesse davvero semplificare e ammodernare lo Stato, ed oggi neppure prese in considerazione sia sotto la voce risparmi sia sotto la voce semplificazione? Perché un governo razionale, freddo, distante dalle pressioni come quello guidato da Monti, ma deciso ad affossare le Province che sono pur sempre una riserva di democratica autonomia, mantiene in piedi una struttura napoleonica che raramente ha dato vere e sicure garanzie di rispetto di regole fondamentali?

Con i Savoia furono il simbolo dello Stato centralista (e dell’occupazione del Meridione), con Giolitti manipolarono maggioranze parlamentari ed elezioni, con i fascisti tennero città e paesi sotto controllo ed in obbedienza al regime, con la Repubblica hanno servito i partiti al potere a Roma o nella loro zona di riferimento. Per anni se ne chiese l’eliminazione. Oggi tutto cambia. Ci si deve guardare, si sussurra (ma non tanto), dai poteri forti della burocrazia dove consorterie, logge ed aggregazioni non sempre limpide (quante volte le prefetture di Milano, Palermo, Reggio calabria, Bologna e Napoli, tanto per fare qualche esempio, sono state tirate in ballo in occasione di vicende piuttosto imbarazzanti?). e quando mai hanno contribuito a chiarire uno dei tanti misteri che la Repubblica si porta sul groppone?

E se nessuno riesce a scalare questa sorta di iceberg, almeno può essere in Parlamento possibile una battaglia per disboscare i mini enti ed i consorzi e salvare le Province, dando loro un ruolo di indirizzo in materia di bonifiche, rifiuti, alloggi pubblici, aree industriali ecc., settori oggi lasciati all’uso selvaggio e non controllato di miniburocrazie e partiti dove, invece, basterebbe una manager per la gestione? Perché colossi come i grandi ospedali possono essere amministrati da una sola persona e questi settori no? Sono tante le questioni che si pongono e ci vengono poste dall’ipotesi soppressione delle Province.

Ad un’opinione pubblica ubriacata dall’ipotesi del risparmio occorre confessare che l’eliminazione di uffici pubblici non comporta l’automatica “scomparsa” dei loro dipendenti che, in verità, non sono proprio…sopprimibili. Il risparmio avviene nel tempo, con il blocco dei ricambi e lo spostamento del personale abile nelle strutture che ne hanno invece bisogno.

Queste verità sono ben presenti nei parlamentari. Ci sarà davvero un coraggioso dibattito tra Montecitorio e Palazzo Madama? C’è francamente da dubitarne. Come c’è da dubitare della sincerità delle prese di posizione – e veniamo alle cose di casa nostra – da parte dei protagonisti della guerra di Palazzo Santa Lucia sul “riordino” delle Province in Campania e sul futuro del ruolo di capoluogo di Avellino.

Per Sommese, De Mita junior è troppo filo avellinese; il vicepresidente ha improvvisamente tolto il vestito del fustigatore delle “lagnanze” avellinesi per invocare un “riordino” che è nella sua mente e che ad Avellino nessuno conosce. Ha detto qualcosina sull’argomento anche Ciriaco De Mita. Tanto tuonò che piovve. Purtroppo sembra proprio che quel che ha detto il ministro Barca in visita in Irpinia sia vero: “i politici irpini ormai non contano un bel niente”.

 

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