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    22/11/2017

In arrivo il decreto taglia-Province, e la Regione rimane a guardare

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Palazzo Caracciolo, sede della Provincia di AvellinoAVELLINO – Province, è come provare ad allungare le braccia per poter con le mani afferrare qualcosa che è lassù, in cima agli scaffali, ma scatoloni e faldoni ti vengono addosso. Soluzioni, rinvii, aggiustamenti, spazzolate: quante cose stanno accadendo attorno al cosiddetto “riordino territoriale” che per ora altro non è che la cancellazione di un discreto numero di Province in attesa della definitiva scomparsa del livello istituzionale provinciale (per fare questo occorrerà, più in avanti, una legge di riforma costituzionale).

Il ministro promotore della riforma, Giuseppe Patroni Griffi, ha annunciato che in anticipo sui tempi da lui stesso fissati il Consiglio dei ministri sta per decidere che entro il prossimo mese di giugno i giuochi saranno fatti e quello delle Province (che lui considera una sorta di reticolo feudale) sarà un impianto a progressiva scomparsa. Dopo annunci, titubanze e marce indietro, alla fine si è deciso che dalla prossima primavera le Province che sopravvivranno all’accorpamento saranno commissariate e forse i commissari saranno gli attuali presidenti.

Mai inguacchio riuscì così bene. Il governo, ed in particolare il suo ministro Patroni Griffi (cui abbiamo già attribuito una buona dose di inutile coraggio), ha deciso un passo sul presupposto che abolendo la Provincia lo Stato risparmierà molto ed i cittadini si vedranno di molto semplificata la vita. Sul risparmio presunto si gonfiano le cifre mettendo insieme il “costo fisso” del personale e del funzionamento dell’ente con le somme per investimenti (strade, forestazione, servizi sociali, scuole ecc.), somme che qualcuno – lo Stato, le Regioni, i Comuni associati – dovrà comunque erogare.

E poi perché mai non mettere le mani sulla selva di enti, consorzi, “partecipate”, che da anni succhia soldi e costituisce una vera barriera cartacea tra i cittadini e la loro voglia di fare. Forse è impossibile toccare questa rete di moderni, costosi ed inutili enti perché area di parcheggio e di sostentamento di politici di secondo o terzo livello, di foraggiamento di partiti e sindacati (quanti sanno che alla guida degli enti previdenziali, a livello provinciale e regionale, si alternano i dirigenti sindacali “dismessi”?).

Sta di fatto che il governo ha diretto le sue attenzioni verso un ente che rappresenta quasi sempre un territorio ed una comunità ben definiti. Perché un passo così deciso e pesante verso le Province e neppure uno sguardo verso il sottobosco nonché gli apparati delle Regioni  - un dipendente su tre non serve - che sono uno scandalo che precede quello pur immondo del costo dei consiglieri e dei loro privilegi (economici) da sesto mondo? Le guerre tra poveri (per difendere privilegi e nocivi localismi), dice il ministro Patroni Griffi, paralizzano l’attività riformatrice del governo. Nessuno sa rispondere su quali conseguenze ci sarebbero con la scomparsa delle Province - si pensi soltanto alle "emergenze" da Protezione civile non affrontabili certo con i soli Comuni in prima linea -  e nessuno sa spiegare la ratio dell’assorbimento di un territorio de-provincializzato (l’Irpinia che mangia il Sannio) che però frega agli “assorbenti” il ruolo di capoluogo di provincia. Rimane inoltre da chiarire lo strano ruolo della Regione Campania in questa vicenda nostrana.

Anche in questo caso dapprima un’attesa (tipo calma piatta) per un bel po’ di tempo, poi le prime elucubrazioni su ipotesi di riordino locale, poi i litigi tra l’assessore al ramo Sommese ed il vicepresidente De Mita (quest’ultimo iniziò la campagna accusando Avellino – che si vedeva scippato il ruolo di capoluogo nell’indifferenza generale – di vittimismo), poi ancora Sommese accusa i Comuni e le Province di non aver saputo, con opportune “opzioni”, salvare il Sannio e di conseguenza Avellino capoluogo e De Mita passa invece alla difesa ad oltranza della dignità della città di Avellino. Infine la resa: più di tanto (quattro Province e Napoli città metropolitana) la Regione non può fare. E questo deve essere così vero che giustamente il presidente Caldoro ha preferito tenere un profilo bassissimo sulla questione,  cioè - come ogni volta che si discute di Campania interna - scompare.

In aggiunta a questo panorama e gioco di posizionamento è sopravvenuta infine la rumorosa presa di posizione del sindaco di Salerno, De Luca: le Province non servono. Non si capisce se il sindaco-sceriffo abbia in mente un ulteriore abbattimento di tutto quanto faccia ombra attorno alla sua Salerno (ma attenzione, si ricordi della favola del cedro) oppure più semplicemente abbia voluto dare un esempio sul suo modo rapido ed efficiente di semplificare l’apparato statale (e che sia capace di andare per le spicce non v’è alcun dubbio).

Tutto ciò detto, rimane credibile una serena riconsiderazione di tutta la vicenda? Francamente proprio no. La soluzione la può trovare il Parlamento con la formula "non si toccano i livelli autonomi locali, si smantelli la struttura napoleonica (prefetture ed altro) dello Stato". Il presidente della Provincia Sibilia, che è anche senatore della Repubblica, proponga questa "rivoluzione" (anche per risparmiare) a Palazzo Madama.

 

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