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    22/11/2017

Ed ora parliamo (seriamente) delle Province

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Palazzo Caracciolo, sede della Provincia di AvellinoL’incubo capoluogo per Avellino poteva svanire con un emendamento come quello che conserva tutte le Province in Campania o con una pregiudiziale – nelle aule parlamentari – di incostituzionalità del provvedimento (salvo valutare comunque la questione davanti alla Corte costituzionale in caso di passaggio parlamentare) o per la decadenza al sessantesimo giorno dal varo del decreto stesso. A quanto pare la questione la sta risolvendo la “crisi programmata” del governo visto che l’intesa cui sono costretti i litiganti in Parlamento prevede il voto favorevole sulla legge di Stabilità (il bilancio), forse sul decreto per l’Ilva di Taranto e subito il “tutti a casa” per affidare la parola agli elettori.

C’è indubbiamente il tentativo del governo – ma diciamo pure del ministro Patroni Griffi, sempre pronto a parlare di “localismi” quando le autonomie locali tentano di esporre le proprie ragioni – di provare a varare l’abolizione delle Province con un pasticcio-imbroglio sulla manutenzione di strade e scuole e sui suoi costi dopo i decreti (sbagliati) a raffica degli ultimi mesi sulla questione Province. Rotto il quadro riesce ora difficile far entrare con logica i pezzi nella cornice. Comunque, se tutto sarà davvero bloccato è però evidente che proprio dallo scioglimento del Parlamento deve subito cominciare una riflessione sul tema delle Province in modo che già nei programmi dei partiti, e quindi durante la campagna elettorale, sia seminato un progetto giusto ed economico davvero di riordino degli uffici statali, delle Regioni e degli enti locali. È radicata, infatti, la sensazione che il grossolano tentativo del governo di spazzare via l’ente Provincia si sia basato su analisi superficiali che comunque, proprio perché semplicistiche, hanno fatto presa sul mondo dell’informazione e soprattutto sull’opinione pubblica delle grandi città: quelle che non avranno più la Provincia ma dovrebbero diventare città metropolitane, città dunque che avranno grandi capacità operative con settori di competenza in concepibili persino per i grandi municipi.

Occorrerà, dunque, ripartire daccapo chiarendo subito che un bel taglio alle spese inutili lo Stato potrà operarlo riportando le Regioni ad alleggerire la struttura paragovernativa che si sono date (consigli sproporzionati, assessorati con ramificazioni ovunque, personale che in pratica si sovrappone a quello statale del quale è, di fatto, un doppione, autority di ogni tipo: per l’acqua, le comunicazioni, i rifiuti, i trasporti ecc.) e sopprimendo tanti enti e consorzi che vanno ripensati alla radice. I consigli di amministrazione di Iacp, Asi, Ept, Ato di varia natura, parchi e Comunità montane (tutti supportati da personale in pochi casi davvero selezionato e preparato) per non parlare di società di servizio, partecipazioni varie ed altro ancora, devono rimanere in piedi e nessuno può mettervi mano?

Prendiamo il caso dell’Istituto case popolari, un ente nato nel 1949 per dare alloggi a chi ne aveva bisogno, oggi gestisce case vecchie e bisognose di interventi che, messe in vendita per pochi soldi, non vengono riscattate da famiglie che le abitano perché preferiscono che sia l’Iacp a sostenere la manutenzione. Il risultato è che lo Stato deve provvedere a tutto, non ricevendo spesso neppure il canone di abitazione o subendo l’occupazione degli appartamenti da chi non ne ha diritto o lasciandoli nelle disponibilità di malavitosi che li inseriscono in un loro depravante mercato.

È da non toccare un sistema del genere?  Perché il governo non ha pensato di pulire questo putrido sottobosco? Forse perché quel sottobosco appartiene ai partiti (ed ai sindacati) e quindi era meglio apparire inflessibili con strutture (Province che per decenni sono state lasciate con poche “leggerissime” competenze che non hanno mai colpito l’opinione pubblica, e piccoli Comuni) che servono ad una periferia poco “incidente”. Lo stesso svolgersi del tentativo di abolizione dell’ente-Provincia fa capire che oltretutto sulla questione si è andati avanti con tentativi e visioni sbagliate. Dapprima il tabula rasa (ma la Costituzione non lo consentiva così come concepito dal governo), poi il riordino con il gioco delle Province e dei capoluoghi che sparivano e riapparivano (litigio e scontro di campanili). Infine, una vera perla, l’invenzione – un contentino per chi veniva punito – delle aree vaste e dei prefetti “presidiali”. In parole povere il risorgere delle “sottoprefetture”, con la nomina di tantissimi nuovi prefetti (ma non bastavano i tanti che girano nei corridoi del Viminale?).

Ora è compito dei partiti riannodare il filo di questi discorsi, far valere la tanto reclamizzata autonomia territoriale, saperla animare in un livello sopracomunale dove serve proprio la difesa del territorio come tutela ambientale costante o come temporanea difesa civile – alluvioni, terremoti, disastri – ed il tutto senza il passaggio regionale nel rapporto Stato-enti locali. Ed affidando proprio alle abolende Province (unico ente ad elezioni dirette in ambito sovra comunale) i compiti di indirizzo di tutti gli enti da sopprimere.

Si tratta di capovolgere un’impostazione che ha preso il sopravvento dopo l’oblio subito dal progetto di riforma degli anni Sessanta che puntava soprattutto sull’eliminazione delle prefetture. Abbiamo perduto quarant’anni. i partiti, soprattutto quelli del centrosinistra, si sveglino e si diano da fare.

 

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