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    26/09/2017

Il «Grande Nord» si farà se il Sud voterà la destra

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-Editoriale_il_75.jpgAVELLINO - L’accordo Pdl-Lega ripropone una questione quantomeno tralasciata tra la fase calante del governo Berlusconi, la nascita del governo Monti ed il tentativo di quest’ultimo di fronteggiare la crisi economica: ci riferiamo al goffo ma insistente e pervicace proposito leghista di procurare una silenziosa secessione di fatto.

Il segretario della Lega, Maroni, ha spiegato che l’accordo elettorale tra il suo partito e quello di Berlusconi si basa su due pilastri: la mancata designazione di Berlusconi quale primo ministro in caso di vittoria della destra il prossimo febbraio e, soprattutto, l’assegnazione alla Lombardia del 75% delle tasse raccolte in quella regione. Regione che, sempre secondo Maroni, dovrebbe ottenere lo stato di Regione a statuto speciale come il vicino Friuli-Venezia Giulia. Formula, secondo lo stato maggiore leghista, da allargare progressivamente a Piemonte e Veneto, regioni già controllate dai “nordisti” e tutte costituenti il Grande Nord sognato come entità autonoma da molti che hanno un’idea relativa del resto d’Italia.

Ci sono, naturalmente, dei paradossi che accompagnano questa visione e questa costruzione del Grande Nord. Incominciamo dall’ormai famoso settantacinque per cento. Maroni ha detto che con quei soldi in Lombardia si potrà eliminare l’Irap, si potrà alleggerire un bel po’ di tasse, non si pagheranno, o costeranno di meno, alcuni servizi essenziali (asili-nido, sanità, ecc.). Ebbene, chi ha fatto un po’ di conti ha scoperto che in Lombardia già viene trattenuto qualcosa tra il 66 ed il 72 per cento di quanto versato dai lombardi. Possibile che sia tutto in quel nove o tre per cento in più da trattenere la soluzione di tanti altri problemi?

Altra obiezione. Con il settantacinque per cento lasciato in ogni regione lo Stato quasi non esiste più. Perché ha voglia di dire che i servizi essenziali non saranno toccati, ma c’è il fatto che nella divisione per Regioni (a parte un poderoso riequilibrio a danno di Regioni come Friuli, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, oltre che delle altre Regioni  a statuto speciale del cui club la Lombardia vorrebbe far parte) c’è da tener conto che nel Lazio (con Roma capitale) confluiscono i versamenti previdenziali. E poi perché non essere chiari sull’Iva, un’imposta che arriva da ogni angolo o mercato d’Italia e di cui in tanti vorrebbero intestarsene i ricavi. Inoltre, un’azienda che lascia i profitti in Lombardia ha tante filiali ha distribuite sul territorio nazionale. E quindi anche al Sud ove, però, di quelle tasse non rimane niente.

Infine, un ragionamento sulla reazione degli elettori meridionali di fronte all’ipotesi 75%. Berlusconi a chi gli ha chiesto se non teme una reazione del Sud ha risposto che, in realtà, ha avuto il “via libera” dai presidenti di Regione della sua area (Scoppelliti, Caldoro, Iorio, l’ex Fitto) e che, comunque, l’operazione 75% prevede bilanciamenti non meglio spiegati a favore del Meridione. Forse la verità sta nel fatto che paradossalmente più la Lega ha tentato di spaccare l’Italia relegando ai margini il Meridione più voti Berlusconi ha preso in Sicilia, Campania, Puglia e lo stesso Lazio. E li ha presi grazie a candidati a volte davvero “impresentabili”, all’adesione di blocchi sociali non proprio raccomandabili. Viene da chiedersi perché il Sud intende accettare che a fronte del Grande Nord vi sia un vuoto meridionale utilizzato come vasto mercato dove non nasce concorrenza.

Forse il Sud dovrebbe mettere in campo se stesso, ma dalle varie “agende” e programmi proprio il Sud è escluso. Se Monti dice che il Sud crescerà quando tutto il Paese crescerà e la destra preferisce prendere anziché dare (le piace “vincere facile”) ci si sarebbe aspettato dal Pd una forte reazione sia al federalismo folle tipo 75% (il federalismo fiscale prevedeva un processo molto lungo di diversa distribuzione delle risorse) sia all’ipotesi di smembramento dello Stato. E poi, in una Campania con tanti problemi “ambientali” (cosche, cricche, imbrogli) non si vedeva proprio la necessità di bruciare gli effetti positivi delle primarie per il primo ministro – lo scontro Bersani-Renzi – con le primarie di terz’ordine per la scelta di chi mandare in Parlamento (per via del porcellum poche aggregazioni hanno deciso chi mandare alla Camera o al Senato) per non parlare dell’assurdità del “cappello di lista” paracadutato da Roma in tutte le circoscrizioni.

Se, malgrado tutto questo, il Pd la spunterà da noi sarà evidentemente perché la destra berlusconiana risultava indigeribile al pari di quelle classi dirigenti meridionali che sembrano sempre sull’uscio ma che riescono, invece, puntualmente a rigenerarsi (si fa per dire) in figli e nipoti. Riusciremo mai ad uscire dal medioevo contemporaneo di cui hanno parlato nei loro libri Paolo Ricci (Riformite) e Cosimo Perrotta e Claudia Sunna (L’arretratezza del Mezzogiorno. Le idee, l’economia, la storia) poche sere fa al circolo della stampa per iniziativa di Sel e di tanti circoli culturali di sinistra?

 

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