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    26/09/2017

E Guido Dorso rimase a casa

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Guido DorsoNon è soltanto ad Avellino che il centrosinistra non riesce a comporre in un messaggio unico e lineare l’insieme di spinte, slanci e sogni che costituiscono da sempre il Dna delle cosiddette forze progressiste. A livello nazionale, o comunque in tante realtà locali, il centrosinistra (ed in particolare il suo blocco di vera e propria sinistra, almeno così come storicamente lo intendiamo) non trova capacità di intesa né sul piano programmatico e meno che mai sul piano ideologico dove troppe componenti ritengono di essere le depositarie della verità assoluta, atteggiamento più abituale nelle forze della sinistra-sinistra, quelle eredi della vecchia tradizione socialista prima e comunista dopo.

E così la paralisi è totale sia che si debba far nascere il nuovo governo sia che si debba eleggere il nuovo presidente della Repubblica sia che si debbano svolgere le primarie per la scelta del candidato sindaco in una città come Napoli dove la decomposizione del fronte appariva evidente già sul tramontare della giunta regionale di Bassolino quanto quella municipale della Iervolino. Fu già degrado elettorale con conseguente annullamento delle primarie quando ci fu a Napoli il tentativo di individuare la persona giusta per Palazzo San Giacomo che il Pd. Partito ormai somma di avanzi del Pci-Pds, di Rifondazione comunista, della cosiddetta sinistra democristiana più spezzoni sindacali ed ambiti sociali che sono l’eredità di un mondo politico-sociale anni fa coagulatosi prevalentemente attorno al Pci grande e forte partito di opposizione. Partito che seppe essere anche “sistema” capace in alcuni regioni di assemblare, attorno al “buon governo” locale, adesioni, consensi e tante idee che poi furono la chiave del successo sostanzioso dell’opposizione per molti anni.

Anni legati a successi elettorali forti come nel ’75 le amministrative nelle grandi città italiane e quasi contemporaneamente i referendum sul divorzio e sull’aborto; successi che andavano oltre il mero dato elettorale, tanto che davano la sensazione di uno sconvolgimento sociale guidato dalla sinistra ed aperto verso il nuovo mentre relegava i governi e la Democrazia cristiana nel ruolo di negatori di quel cambiamento verso il “nuovo”. Ma quei progressisti di allora hanno via via perduto terreno rispetto ad un nuovo cambiamento che il Paese mostrava di desiderare.

Edonismo, egoismo, corsa sfrenata ed isolata verso il benessere segnarono – nel ventennio successivo – così profondamente la società italiana da far apparire leggere colpe come contatti con camorra, mafia, ‘ndrangheta e capitalismo (inteso come finanza spregiudicata e basta). In quel momento si è smontato il blocco della sinistra che da allora non è riuscita più a rialzarsi e a produrre quell’idea di futuro diverso possibile che era il segreto e la carta vincente della sinistra.

È evidentemente mancata al centrosinistra la capacità di percepire il grande mutamento che tra gli italiani era avvenuto prima con il miracolo economico (pochi Paesi al mondo si sono trasformati in poco più di un decennio da popolo di contadini a nazione-potenza industriale), poi con il mitico ’68 e la rivoluzione giovanile. Complessivamente un’ampia mobilità all’interno della società italiana: la crescita del numero dei ricchi, il passaggio dal mito della casa per i lavoratori dell’immediato dopoguerra al successivo sogno (realizzato) dell’acquisto della casa in cui si vive, la nascita di un ceto geloso dei suoi privilegi. Quel mitico ceto medio capace di procurarsi e difendere ricchezza. È in sintesi il punto di riferimento dei partiti di centro e di quei centri studi che gli italiani hanno poi imparato a conoscere come il Censis o gli uffici studi di sindacati e associazioni di produttori. Non è per un caso che il partito del nuovo centro intanto costituitosi, quando candida persone del suo popolo, candida in genere banchieri, manager, imprenditori, primari e dirigenti ospedalieri: in sostanza gli italiani di oggi. Certo è difficile pensare a scelte del genere non solo ai tempi di De Gasperi e Togliatti, ma anche ai tempi di Fanfani, Amendola e Occhetto. Questo popolo ricco ed immerso negli affari allora non c’era o era una parte assai residuale della popolazione.

C’è però qualcosa di quel periodo di sviluppo economico che non si riesce a spiegare. È il terrorismo ed il suo tempo. Perché proprio l’Italia che come la Germania (anch’essa ferita dal terremoto) aveva fatto quel salto? Perché l’eversione colpiva proprio mentre si approvavano misure che spalancavano ai giovani italiani le porte sul futuro? Tutte queste cose, diceva il Pci, andavano fatte prima e meglio. Evidentemente a sinistra è rimasto qualcosa di quel giudizio, anzi pregiudizio. Il servizio sanitario nazionale e lo statuto dei lavoratori potevano essere fatti prima e meglio, come la riforma agraria, le case popolari e tutto il resto. Se l’humus culturale è questo perché meravigliarsi se c’è chi pensa che si può cambiare, “scassare” direbbero a Napoli, (la città che si è pericolosamente offerta ad un altro Masaniello) facendo tutto da soli. Questo non vuole dire che la sinistra-sinistra debba convertirsi ad un’ala crapulona ed egoista. Vuole soltanto dire che bisogna evitare oltranzismi che in Irpinia abbiamo già vissuto come quando nell’immediato dopoguerra ad un esterrefatto maggiore britannico Sisson (una sorta di prefetto facente funzione nominato dagli Alleati) i rappresentanti locali del Cln posero l’aut-aut per la nomina della giunta provinciale: «Questo è l’elenco dei nominandi con Guido Dorso quale capo virtuale della Provincia. Ma attenzione: o tutti o nessuno». E nessuno fu per la rigidità di quei partiti. E Guido Dorso rimase a casa…

 

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