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    22/11/2017

Avellino alla guerra per il capoluogo

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Il governo rilancia la sfida Province

b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica_capoluogo_comitato.jpgAVELLINO – Ricomincia con un disegno di legge di modifica costituzionale il tormentone Province. E per evitare equivoci, indugi o rallentamenti sul suo presunto percorso riformatore (a fin di risparmio) il capo del governo Letta – che in visita ad Avellino sul tema aveva detto ben altre cose – ha annunciato che uno dei tre provvedimenti votati per avviare a soluzione la pratica Province impone a ministri, direttori generali, prefetti vari (ce ne sono in ogni dove per fare le cose più incredibili) di far sparire dalla Costituzione e dalla legislazione italiana la parola “Provincia” in modo che mai più il nefando istituto riemerga dall’oblio cartaceo in cui sarà cacciato per riproporre il problema della sua esistenza e del suo ruolo nella vita della Repubblica.

Mentre parlava di questa caccia alla parola proibita – mai sentito di esperienze analoghe in Paesi con democrazia più o meno avanzata – il presidente del Consiglio aveva alla sua sinistra l’ex ministro per le Riforme (oggi sottosegretario e braccio destro di Letta), Filippo Patroni Griffi, ovvero il superburocrate che da ministro del governo Monti ha fatto credere agli italiani che per risparmiare sulle spese dello Stato sarebbe stato necessario abolire le Province. E via di seguito provvedimenti conseguenti, anche se arruffati, inutili, sbagliati e producenti altre anomalie sulle quali molti cittadini pensavano di aver messo più di un macigno grazie allo scioglimento delle Camere e la conseguente decadenza di tanti provvedimenti, buoni o sbagliati che fossero.

E invece no. L’idea nefasta sopravvive, “riaffiora” dal letamaio del riformismo all’italiana che trova il riformista (sbagliato) per eccellenza, Patroni Griffi, di nuovo nella stanza di comando ed addirittura come primo suggeritore di Enrico Letta. Una lobby fatta di prefetti (ma quando li rottamiamo, li mettiamo fuori gioco, li mandiamo a casa?), economisti in preda a sviste, giornalisti autorevoli e no, dirigenti di enti che davanti all’ipotesi di scomparsa delle Province intuiscono che la loro poltrona è salva. Quella lobby, dicevamo, si è mossa per martellare l’opinione pubblica sull’ineluttabilità della riforma più stupida, quella riguardante la Provincia. L’unico a nobilitare almeno in parte il “patriottismo” provinciale di tanti è stato, su Repubblica, il sociologo Ilvo Diamanti. Però rimane in tutti l’ossessione per il risparmio possibile. In realtà, non c’è un vero risparmio perché il costo del personale – da trasferire alla Regione – non si abbasserà se non – con i pensionamenti – fra alcuni anni. Anziché semplificare l’apparato pubblico, lo si svuota con il risultato che occorrerà in futuro costruire nuove strutture per difendere il territorio dal punto di vista ambientale, antisismico, di gestione infrastrutturale. C’è addirittura chi pensa che le Province oggi non sono altro che quel niente cui le ridusse una legge sbagliata che affidava loro soltanto viabilità locale, istruzione superiore, orfani e malati di mente; materie che, messe insieme, costituiscono nei nostri tempi già un bel pacchetto. Perché l’Italia ed i suoi ottomila Comuni sono oggi qualcosa di molto più complesso rispetto ai tempi – l’ultimo dopoguerra – in cui furono scritte Costituzione e competenze delle Province.

Infatti oggi l’ambito locale della Provincia comprende ben altro. Si va dallo sviluppo all’irrigazione, alle riserve idriche da tutelare, ai prodotti agricoli da valorizzare. Chi disegna una politica per questi settori? C’è chi risponde: la Regione, ovvero quel cancro di sprecata autonomia (con poteri quasi da repubbliche autonome caucasiche) di incontrollata libertà di spesa per cui costano tantissimo e non provocano che ritardi amministrativi.

*  *  *

Naturalmente il problema Provincia comporta un risvolto nostrano, tutto cittadino, la famosa questione del capoluogo che s’impone in tutta la sua gravità ad onta di chi – compreso qualche parlamentare – insiste nel distinguere tra una sacrosanta battaglia per la Provincia ed un’inutile piazzata per il ruolo di capoluogo. Evidentemente c’è chi pensa che togliere ad Avellino questo ruolo significhi poco o niente.

Quante Iribus, quante Fma ci vogliono per dare ad Avellino il lavoro diretto ed indiretto che un secolo e mezzo di non secondaria vita burocratica (e non solo) ha prodotto? Per dare una risposta forte a questa ipotesi c’è oggi in campo un’amministrazione comunale appena eletta e formata. Questa storia (brutta assai) è cominciata l’estate scorsa, ha interessato la precedente amministrazione di striscio; il sindaco stava per dimettersi per candidarsi al Parlamento. L’amministrazione Foti eredita dal governo questa sorta di follia che avrà molte ripercussioni sulla città.

Come abbiamo già detto ci sono anche reazioni strane all’ipotesi svuotamento delle funzioni della città di Avellino. Si va da stupide asserzioni sull’inutilità del ruolo di capoluogo alla soddisfazione di sindaci che ritengono invece giusto e produttivo distribuire – sognando l’area vasta che tanti non sanno neppure cosa significhi – su tutta la provincia le funzioni del capoluogo. Meglio ancora se qualcuno di questi Comuni dovesse trovarsi al centro geografico, economico ed infrastrutturale di un’Irpinia così ridisegnata. Nel crollo dell’impianto voluto da Patroni Griffi per far saltare il sistema Province non è finito travolto anche lo strano pilastro che il senatore Viespoli mise a sostegno della sua balzana idea di lasciare abolire la Provincia di Benevento ma di individuare la città sannita quale capoluogo del Beneventano e dell’Irpinia fuse in un solo contesto.

Può qualche parlamentare modificare quell’assurda norma? Può Avellino chiedere che qualche forza politica e qualche famiglia politica che in passato tanto ha avuto dalla città irpina possa battersi pere difenderla? Difficile crederlo perché il gruppo dirigente che nacque prevalentemente in Alta Irpinia ma che ad Avellino ha mietuto voti, favori e consensi si è dileguato tornando proprio in Alta Irpinia. Da allora – se non per tenere la mano su producenti centri di potere – non si sono più occupati di Avellino che è stata così tagliata fuori dalle nuove università, dalla linea ferroviaria diretta Napoli-zone interne e persino dall’ipotesi di allacciamento della sua morente area industriale alla ferrovia dell’Alta capacità che passa per Benevento. Allacciamento ripetutamente chiesto dal presidente regionale di Confindustria, Basso, e puntualmente disatteso da quella giunta regionale dove l’Irpinia demitiana era magna pars.

Riuscirà la nuova amministrazione comunale di Avellino ad invertire questa rotta? Difficile, molto difficile. Quando un terreno non è arato per anni è difficile dissodarlo. E ad arare doveva essere il taciturno ed immobile Partito democratico che si è accontentato per qualche anno in città di fermare ogni movimento (salvo scoprire che i giochi e le sortite si svolgevano tutte al suo interno) trovandosi poi con una non gestibile vittoria che intanto coglie fuori dal suo recinto chi aveva qualcosa da dire. Se poi si guarda a destra è inutile illudersi che il suo spappolamento  di pochi giorni fa in aula sia una garanzia. Dino Preziosi e soci stanno soltanto regolando i conti con traditori, manovratori e falsi grandi elettori. La destra in città è molto più forte di quanto dicano i numeri del Consiglio comunale.

Non per attribuire capacità o verità assolute tutte da una parte, ma conviene ricordare che per la prima volta dal quasi Ulivo vincente del 1995 nella giunta comunale di Avellino non c’è un rappresentante delle forze di sinistra (quelli di Sel si dicono soddisfatti per il momento che vivono. Contenti loro…) e manca al suo contorno – salvo qualche eccezione – quell’ambiente progressista (tipico prodotto della sinistra Dc) che riusciva a tenere i rapporti con quella parte di città che spingeva per il cambiamento. Ma rimanendo a sinistra viene da chiedersi qualcosa. Chissà quanto tempo ancora passerà per capire a fondo il disastro politico, culturale ed umano (oltre che amministrativo) che fu provocato dai poteri forti della politica avellinese quando si vide che chi era vecchio era vecchio e basta.

Sono passati da allora dieci anni ed altri disastri e chi dovrebbe intanto preoccuparsi delle scelte fatte allora alleandosi con chi riteneva di essere il capo e basta (che di lì a poco li lasciò in asso andandosene con la destra nazionale e campana, cioè con la camorra) accusa chi allora resistette al Comune e nel partito di essere andati con i fascisti; scambiando la lista “Libera città” – quasi il 12% di voti – ed un integerrimo Procuratore della Repubblica candidato sindaco (era stato il braccio destro del Procuratore Gagliardi…) per uno di quei strani convogli dei quali si servono in tanti ad Avellino per arrivare nei posti dove davvero si conta. Per racimolare quel due o tre per cento di elettorato ed entrare nel parco divertimenti dell’amministrazione civica. Dove, ad esempio, non si sa oggi quanto conti chi è rimasto fuori dalla giunta e, soprattutto, quanto conti chi è riuscito a farne parte.

 

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