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    22/11/2017

Lo «scandalo urbanistico» mezzo secolo dopo

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Fiorentino SulloAVELLINO – Che atto di coraggio sarebbe e che segnale di rottura – quasi una rivoluzione – degli equilibri che dal dopoguerra regolano i fruttuosi rapporti tra politica ed interessi economico-finanziari. L’atto di coraggio consiste nel rimettere davanti agli occhi degli italiani quella che già dai tempi della ricostruzione postbellica è stata la questione principale del Belpaese: l’uso moderato e corretto del territorio.

È vero che da paese prevalentemente contadino siamo diventati – in pochi tumultuosi lustri – la sesta potenza industriale del mondo. Ma è anche vero che lo abbiamo fatto divorando quasi tutto ciò che avevamo ereditato dai nostri nonni e bisnonni. In molti casi abbiamo mangiato (o stiamo per farlo) persino quanto di bellissimo abbiamo ereditato da secoli di storia. Il passaggio – magistralmente colto a tempo debito da un intellettuale come Pier Paolo Pasolini – dalla società rurale a quella industriale sembrò il prezzo da pagare alla corsa verso il futuro, verso la modernità. Senza però che mai la fuga verso il Nord super industrializzato dei contadini meridionali - così come lo svuotamento delle campagne e dei paesi del Sud - sia stato quaggiù contrapposto allo sforzo nazionale compiuto con la Cassa per il Mezzogiorno; da qui la svendita di terreni, paesaggi, contesti ambientali, suoli agricoli e periferie di città e paesi che è apparsa come la degenerazione di un sistema.

Ci fu un periodo “magico” durante il quale sembrò che l’Italia volesse imprimere una svolta alle condizioni che consentivano quella degenerazione. Il periodo fu il biennio 1962-63. Il protagonista di quel tentativo fu l’irpino Fiorentino Sullo che proprio in quel periodo passò dal ministero del Lavoro (dove non passò…inosservato) a quello dei Lavori pubblici. La notte stessa in cui ebbe la delega ministeriale, uscendo da Palazzo Chigi, chiamò dal telefono dell’auto gli intellettuali ed esperti che poi mise al lavoro attorno al progetto di riforma urbanistica. Il racconto della telefonata, in piena notte, dell’immediata convocazione attorno al suo tavolo e del conseguente lavoro del cenacolo che Sullo radunò al ministero di Porta Pia lo fece, durante uno speciale del Tg2, il professor Bruno Zevi, critico dell’architettura, progettista nonché – per sua ammissione – superscettico osservatore di un ministro democristiano alle prese con un materiale esplosivo e fautore di un progetto che neppure il partito comunista – tranne alcuni suoi isolati intellettuali – osava sostenere in Parlamento.

Quella legge – che Sullo costruì anche mettendo insieme correnti di pensiero che sull’argomento avevano tentato qualcosa (l’architetto Piccinato e lo staff che lavorò con Adriano Olivetti al gigantesco piano Ina-Casa e Iacp, il Cnel presieduto da Campilli, l’architetto Cesare Valle - autore nel 1935 del Piano regolatore di Avellino, Piano poi “scomparso” - intanto divenuto presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, tanto per fare qualche esempio) – mirava soltanto a garantire l’esproprio di una fascia di espansione attorno a città e paesi. Si trattava “soltanto” di espropriare in quel tempo non più di centomila ettari da attrezzare e rivendere ai cittadini che volevano farsi una casa.  Paradossalmente qualcosa di simile il governo faceva fare all’ente Eur che aveva ereditato i terreni vicino Roma che il fascismo aveva lasciato in eredità dopo aver abbandonato – con la guerra – l’idea della monumentale area per l’esposizione che avrebbe dovuto celebrare i venti anni della conquista del potere da parte del regime. All’inizio della Repubblica quei terreni  venivano venduti dopo averli attrezzati secondo un disegno che per molto tempo ha garantito una crescita ordinata del quartiere attorno alla sua bella parte monumentale. Sostituire i costruttori ed i proprietari terrieri era, nei fatti, l’idea alla base della riforma.

Questa proposta, che Sullo sottopose al parere del Cnel e che espose più volte nelle commissioni parlamentari, fu fermata dalla Democrazia cristiana il cui corpaccione già era insofferente verso la allora cosiddetta “apertura a sinistra”, ovvero l’alleanza con i socialisti di Nenni; operazione osteggiata anche da gran parte del mondo ecclesiastico e soprattutto dall’alta finanza che già stava per subire la nazionalizzazione dell’energia elettrica.

La destra politica ed economica battezzarono la riforma di Sullo come la nazionalizzazione dei terreni e delle case. Il panico prese la Dc che se con il capo del governo Fanfani si mostrò attendista, con il resto aggredì Sullo che già subiva l’attacco violento, indecente e personale di giornali, riviste e comizianti che, in vista delle elezioni politiche del 28 aprile 1963, lo presentarono come quello che voleva togliere le case agli italiani. A comunicare a Sullo il veto definitivo della Dc fu il segretario nazionale del partito, Aldo Moro, che ne temeva la spaccatura. Se Sullo ha poi affidato al suo lucidissimo libro (1964) intitolato Lo scandalo urbanistico la sua delusione fortissima per quella vicenda, nessun’altra componente politica (esterna ed interna alla Dc) ha poi davvero ripreso quel discorso, quella quasi utopia che poteva salvare l’Italia.

Ma quel che più ha colpito da quel tentativo ad oggi è stato il silenzio glaciale dei suoi amici di corrente (la sinistra di Base) e soprattutto dei suoi conterranei, i De Mita, i Mancino e gli altri che mai hanno riaperto quel libro, che mai hanno avviato almeno una riflessione su quel che poteva essere e non è stato.

Se il ridimensionamento e la sconfitta di Sullo fu in Irpinia determinato dai suoi errori di guida, dalla degenerazione del clientelismo Dc, non si è capito dopo perché i rinnovatori della morale pubblica, a loro volta naufragati nel più squallido proselitismo personale, non abbiano davvero né voluto né saputo cambiare rotta. Incredibile che anche la componente cristiano-sociale del Pd non abbia mai detto una parola né su quella esplosione del clientelismo né su Fiorentino Sullo né sul suo progetto di riforma urbanistica. Forse è il caso – oggi che Sullo è carpito dai sostenitori, con altri vestiti, di quell’ampia parte della Dc che lo osteggiò (chiamiamoli “conservatori”) – di impedire questa ulteriore infamia e di far partire dalla nostra realtà il rilancio di un progetto urbanistico che fermi lo scempio, in corso, del nostro territorio.

Sarebbe un fatto straordinario e rivoluzionario. Degno di giacobini del nostro tempo. Giacobini? Sì giacobini, avete letto bene.

 

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