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    22/11/2017

Riforma elettorale e dei collegi? No, «incesto» e regalo alle mafie

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L'aula di MontecitorioCon il ritiro della strampalata ipotesi di nascita di nuovi collegi elettorali non rientra lo sgomento per le follie ipotizzate. Follie figlie del cosiddetto riordino delle pubbliche istituzioni a cominciare dalla soppressione – annunciata come prossimo urgente provvedimento dal confuso quanto cocciuto segretario del Pd, Renzi – delle Province e dall’inseguimento delle vagheggiate “aree vaste” che sarebbero la medicina per tutte le malattie territoriali.

Se i confini delle Province saltano o comunque già non hanno più alcun significato (questo è il risultato dell’azione di due ministri di due diversi governi) perché, hanno pensato autorevoli furbastri che siedono in Parlamento, non ridisegnare i collegi elettorali in modo da renderli funzionali a nascenti o calanti egemonie zonali? Ed ecco che a qualcuno non è parso vero di poter correggere la costante egemonia Pd nell’area gravitante su Avellino abbinando quest’area a quella vesuviana (tradizionalmente di destra, prima monarchico-laurina, poi gavianea, infine berlusconiana).

Una così evidente storpiatura politico-elettorale può essere funzionale a qualche ras del Nolano e dell’area vesuviana, ma è un oltraggio ad una città che ha avuto sempre una sua originale collocazione elettorale fin dai tempi della scelta monarchia-Repubblica quando la Democrazia cristiana guidata da Fiorentino Sullo si aggiunse allo schieramento repubblicano facendone una delle città capoluogo più a sinistra del Meridione monarchico.

Anche la comune convergenza sulla Democrazia cristiana delle due aree è avvenuta su posizioni profondamente diverse – diciamo pure contrapposte – che allora s’imponevano nel partito dello scudo crociato. Il Vesuvio ed il Napoletano con i Gava, i padroni della costa; l’Irpinia con Sullo, De Mita e gli altri con la sinistra cattolica. Su quest’ultimo ceppo si è poi innestata una storia, una tradizione buttate poi nella spazzatura quando questo stesso gruppo ha trovato contatto con il vero potere albergante a Roma. Ma, diciamolo chiaramente (pur con il dovuto rispetto di quelle comunità), la storia e la “tradizione” irpina non sono mai state assimilabili con il “sistema” vesuviano.

A chi poteva venire in mente questa sorta di mostruosità? A chi conveniva correggere queste ormai storiche “tendenze”? Ai lettori la facile risposta. Ora non resta che sperare che le ipotesi concepite in modo così bislacco e subito cestinate non riemergano dalle insalubri (politicamente parlando) stanze del ministero dell’Interno che entro un mese e mezzo deve formulare la nuova ipotesi della suddivisione del territorio in collegi. Naturalmente parliamo di quelli della Camera ritenendo folle disegnare collegi per il Senato, ramo del Parlamento che dovrebbe essere amputato. Il dubbio sull’ipotesi di scomparsa del “bicameralismo perfetto” rimane perché il riformatore audace Renzi ha spesso parlato di Senato delle autonomie locali (un’assemblea di non eletti) che purtroppo lascerebbe in piedi impalcature, costi e cattive abitudini.

Quanti sanno che una decina di anni fa – autonomie locali rivalutate – si parlò di una terza Camera (una “Cameretta”) da destinare a Comuni, Province  e Regioni? Sarà questa il surrogato del Senato? E se sì, in qualsiasi modo lo si faccia rivivere, quanto costerà l’apparato che dovrà sorreggerlo?

Ma la grande riforma elettorale contiene un velenoso codicillo che inutilmente si è cercato di nascondere per settimane: la possibilità per partiti che non abbiano superato la soglia di sbarramento del 4,5% di entrare lo stesso in Parlamento purché in almeno tre regioni riescano a raggiungere l’8 per cento. Si tratta di un omaggio alla Lega di Maroni e di Salvini per il cui partito – forte sicuramente in Lombardia, Piemonte e Veneto – viene riservato il trattamento per le minoranze linguistiche (Alto Adige e Valle d’Aosta).

Ma chi impedirà che in altre regioni si presentino presunte nuove coalizioni locali? Possibile che nessuno abbia pensato al rischio che (oltre partiti timorosi di non riuscire da soli a superare lo sbarramento) si muovano interessi occulti e manovrabili – i poteri sotterranei temuti in caso di ritorno delle preferenze – in grado di racimolare un bel gruzzolo di voti per “sfondare” il muro (?) dell’otto per cento in almeno tre regioni? Un esempio? Chi griderebbe poi allo scandalo se un movimento superasse la minisoglia, mettiamo, in Sicilia, in Calabria, in Puglia ed in Campania? Ci ricorderemmo all’improvviso che forse, in queste regioni, mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita possono orientare molti voti?

Evidentemente in tanti – pur di garantirsi ampie possibilità di manovra –  hanno dimenticato come la mafia abbia eletto qualche consigliere nell’assise regionale lombarda, per non parlare del sessanta a zero ottenuto da Berlusconi in Sicilia qualche anno fa per le elezioni politiche?

Tutti distratti? Tutt’altro. Tutti interessati.

 

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