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    26/09/2017

L’infezione delle Regioni, il muro delle prefetture

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Palazzo Santa Lucia, sede della giunta regionale della CampaniaAVELLINO – A quanto pare né le Regioni né le prefetture saranno toccate dall’ondata riformatrice annunciata dal governo (più in tv che in Parlamento) a caccia di soldi (da risparmiare) e di semplificazioni da offrire ad imprenditori e comuni cittadini.

Per le Regioni – la grande delusione della Prima Repubblica – c’è chi farfuglia qualcosa. Visti i disastrosi risultati prodotti dalla loro nascita (1970) fino ad oggi, c’è chi si pone il problema del loro costo. Della loro micidiale trasformazione da istituzione che avrebbe dovuto accorciare le distanze tra i cittadini e lo Stato ad ulteriore realtà separatrice, addirittura a miniparlamenti senza controlli, a conflitti di competenze e di diritto di legislazione, all’assunzione del ruolo di stazione appaltante (queste ultime deviazioni sancite dal’infelice riforma dell’articolo 5° della Costituzione, cambiamento voluto qualche ano fa dal centrosinistra). In Campania abbiamo avuto anche la sfortuna della “napoletanizzazione” della appena nata istituzione regionale. Intendiamo per “napoletanizzazione” quel particolare processo – purtroppo dilagante da Roma in giù – che vede una moderna struttura o istituzione non trascinare verso il nuovo, il moderno, l’ambiente in cui è collocata, ma subirne l’inghiottimento, diventare con il tempo (poco tempo) con quel territorio, quella comunità, quella città, un’unica cosa.

Questo fenomeno che a Roma ha prodotto la “romanizzazione” (nel senso peggiore del termine) dei ministeri, a Napoli, a Palermo, a Catanzaro e Reggio Calabria, per citare gli esempi più eclatanti, ha provocato alterazioni profonde del tessuto politico. Il risultato finale è stato – ma non soltanto nel Sud – la distruzione dela funzione e del valore del’autonomia locale.

Sicilia e Campania sono state l’avanguardia del disastro. Davvero adesso con le macroregioni proposte dalla Lega Nord e dal M5S, entrambi interessati ad una disintegrazione dello Stato o al “commissariamento” delle Regioni in crisi finanziaria, possiamo attenderci una svolta radicale o i risparmi che il governo cerca e chiede? Sembra proprio di no ed allora è meglio dare alle Regioni un ruolo più semplice: semplice coordinamento ed orientamento dei rispettivi territori. Fare delle assemblee regionali non la porta di accesso al Parlamento ma il luogo d’incontro delle autonomie locali (quello che si vorrebbe fare del Senato per evitare di abolirlo…).

Ed a proposito di ricerca dei risparmi e della semplificazione perché non c’è più chi parli dell’abolizione delle prefetture, quel residuo napoleonico che doveva e deve tenere il controllo del territorio per conto di uno Stato che prima era monarchico, poi fascista, poi repubblicano (di prima e seconda edizione) ma sempre prefettizio? Riusciremo mai a liberarci da questa costosissima gabbia, gabbia antidemocratica che sarà ancora di più inaccettabile con la scomparsa delle assemblee elettive provinciali?

Nessuno risponde. La rottamazione, evidentemente, si ferma davanti ai portoni d’ingresso di Regioni e prefetture.

 

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