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    22/11/2017

Ma perché il Pd corre verso il fondo?

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica_partito_democratico_simbolo.jpgAVELLINO – Se non fosse che dietro lo sfondamento di ogni fronte si annuncia, imminente, un crollo ulteriore, ci sarebbe da dormire sonni quasi tranquilli. Perché, in fin dei conti, stiamo parlando di un partito, ovvero di una parte, per quanto non irrilevante, dello schieramento politico del nostro Paese, della nostra regione, del nostro contesto irpino (provincia e capoluogo). Naturalmente stiamo parlando del Partito democratico che, appunto, sta cedendo su tanti fronti.

Se a livello nazionale tutto è stato affidato ad una sorta di toto-Renzi (resisterà, non resisterà? È la vera alternativa a Berlusconi o è la sua copia?) in Campania tutto è ben definito. Nel senso peggiore naturalmente. Perché la regione è prigioniera della maledizione vesuviana (non diciamo napoletana per evitare drammatizzazioni localistiche) che da tempi non sospetti uccide Napoli. Tralasciamo, per carità di patria (perduta) di riandare alla madre di tutte le sconfitte: la terribile fine della repubblica partenopea del 1799, un episodio storico fondamentale per Napoli e tutto il Sud che meriterebbe ben altro che un riferimento, una citazione. Possiamo cominciare allora dall’ingresso di Garibaldi a Napoli e dall’affidamento dell’ordine pubblico in città alle bande armate della camorra. O dal fascismo “di sinistra” finito con il crollo misterioso di un balcone da dove cadde, morendo, il gerarca inviso ai potenti Aurelio Padovani; o dal plebiscito pro monarchia di quella città, o dal laurismo che forse rappresenta meglio di ogni altra sua vicenda o esperienza il rifiuto di Napoli di andare avanti, o la pozzanghera in cui la Dc di Gava annegò. Una cosa appare certa, insomma, Napoli e la sua area – l’ex Campania felix – non danno mai niente di positivo al resto della regione. Anzi, non hanno mai fatto nascere una vera istituzione regionale. Dobbiamo ricordare quale “qualificante” contributo il Napoletano ed i suoi dintorni hanno dato a Berlusconi ed al suo movimento?

Perché meravigliarsi, allora, se in quella sorta di inghiottitoio che si raffigura con la neonata città metropolitana è finita da tempo ogni buona intenzione del Partito democratico: il nuovo (Bassolino), la quiete dopo la tempesta (Jervolino), le primarie (Cozzolino), le alleanze folli per non perdere il municipio (andato a de Magistris), e, dulcis in fundo, l’impossibilità di arrivare a darsi un pensiero ed uno sguardo davvero regionale - causa questione napoletana e relativa prova di forza con la nascente rivalità salernitana. Stando così le cose quale autorevolezza può avere il Pd partenopeo verso il Pd delle province campane? Nessuna. Però – assente un pensiero nazionale forte – da Napoli può partire ogni prepotenza. È accaduto così per il congresso regionale, è accaduto con le candidature alle Europee che hanno visto escludere le presenze in lista di esponenti della Campania interna.

Seguendo passo passo il degrado di questo che è il più grande partito di Avellino e della provincia si arriva al mancato congresso cittadino dove i circoli cittadini hanno ottenuto l’ennesimo rinvio e si capisce che se qualche circolo ha più di una buona ragione per chiedere lo stop, qualche gruppo mira soltanto a guadagnare spazio nella lotta dentro il Pd. Partito che può fare a meno in città di una guida e di un controllo sul modo della non proprio granitica maggioranza al Comune di Avellino di garantire l’attuazione del programma proposto agli elettori ormai un anno fa?

Eppure, è proprio questo che manca al Pd in città: la funzione nobile di una forza politica che al tempo stesso garantisca sindaco e giunta da colpi di mano (o di testa) di personaggi di terza o quarta fila (ma anche dai colpi bassi di qualche sopravvivente mammasantissima), e che sappia al tempo stesso suggerire, correggere, consigliare, portare idee da aggiungere agli impegni programmatici. Sta capitando in questo periodo che l’amministrazione faccia molta fatica a liberarsi dei pesi gravosi che sono stati posti sul suo capo: debiti, vertenze con le imprese, burocrazia sul filo della disubbidienza, errori – questi tutti suoi – nei rapporti con i cittadini, rapporti a dir poco infelici con le amministrazioni dei Comuni dell’hinterland.

Avevamo pensato, e sperato, che di fronte all’assenza di una guida politica cittadina fosse lo stesso sindaco Foti ad assumere una leadership autorevole. Avellino sta pagando anche su altri fronti l’assenza di quelli che una volta contavano e sapevano dare un ruolo alla città. Questo ruolo, partendo da altro (ma non disprezzabile) livello istituzionale, deve assumerlo lo stesso sindaco. Che fa bene a tuonare ogni tanto come già sta facendo. Ma deve fare di più: deve urlare le ragioni di Avellino in faccia a tutti. In più, essendo stato scelto da tantissimi cittadini, deve tenere gli occhi aperti su tante cose. Certamente sa che non tutti i consigli che riceve sono sempre disinteressati. E le mediazioni con professionisti ed imprese (micidiali quelle in campo urbanistico o sulle grandi opere) vanno fatte sempre e comunque alla luce del sole. Chi dice a Foti che tutto si può concludere in una cerchia ristretta non fa gli interessi di Avellino né del sindaco.

Visto come, scendendo di gradino in gradino, si scopre quanto sia importante una forza politica seria? A proposito, ma davvero nessuno in Irpinia si è proposto per una “battaglia” per le Europee? Una volta Dc e Pci, in mancanza di protagonisti, li costruivano per tempo. Il Pd non ha ereditato proprio nulla dalle “case madri”? Volendo, qualche candidatura nostrana la si poteva imporre. O il viaggio elettorale lo si fa soltanto con destinazione certa e biglietto pagato? Vedremo alle prossime Regionali. Manca appena un anno…

 

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