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    26/09/2017

Perché non possiamo non essere europeisti

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L'imponente mole del castello normanno di Ariano IrpinoAVELLINO – Ormai il giorno del voto – intendiamo quello per le Europee – è vicino ed è giusto considerare che per la prima volta alle urne ci andiamo con un ampio schieramento, non soltanto in Italia, fortemente deciso a contestare l’esistenza stessa di tutto quello che c’è dietro e sotto l’Unione europea. Potremmo dire semplicisticamente che sotto violento attacco c’è soprattutto l’euro, la moneta del nostro risorto continente. Perché di resurrezione, soprattutto nella sua parte occidentale, bisogna parlare; così come di una sorta di ritorno alla vita negli ultimi venti anni è stata interessata la sua parte orientale.

Formalmente è proprio l’euro ad essere sotto accusa. Ma in realtà è tutto il disegno patriottico di menti e di spiriti come quelli dei vari Spinelli, Monnet, Spaak, De  Gasperi, Schuman, Martino, Adenauer e tanti altri ad essere contestato e calpestato. Parliamo di spirito patriottico perché di una nuova più grande e pacifica patria parlavano questi grandi spiriti liberi che osavano pensare di creare pace e prosperità in un’area sempre dilaniata dalle guerre e quindi con vacillanti fortune economiche.

Difficile prevedere l’esito del voto – quasi un referendum – ma facile, molto facile intravedere in tanta violenza verbale (a volte non soltanto questa) un tentativo miserabile di sostituire a concetti ed ide di fondo rancori e possibili, facili convenienze. Del resto è proprio dei cosiddetti ed imperanti populismi fare apparire possibile, a portata di mano, mediante una semplice spallata o un calcione il grande cambiamento, la soluzione possibile subito a portata di mano, la soluzione di ogni problema. Quanti nel nostro Sud penseranno che davvero la soluzione ai nostri problemi sia lì, nell’abiura dell’euro e dell’europeismo?

È vero che per tutti noi l’Europa non è altro che quel super ente che ci dà e ci nega i finanziamenti e che ci rifila multe salatissime per le nostre insufficienze ambientali o amministrative. Ma è anche vero che l’Europa a Nord ed il Mediterraneo al Sud sono le culle della nostra civiltà. Ma il rinascimento ci sarebbe stato senza le luci ed i pensieri viste ed ascoltati al di là delle Alpi? Per non dire poi di quello che abbiamo ricevuto dal mare nostrum: la Magna Grecia non è stato un fatto isolato della storia, così come non lo fu Bisanzio, un impero durato mille anni – anni di imprese militari, di amministrazione ferma, persino della prima svalutazione della storia – ridotti nei modi di dire come qualcosa di inutilmente evanescente…

Ma noi meridionali, oltre che alla Grecia, a Bisanzio ed agli Arabi (altra civiltà stupidamente declassata) abbiamo ricevuto tanto da culture d’oltralpe: ci limitiamo a considerare barbari i Longobardi che con il loro “sistema” istituzionale arrivarono fin sotto Salerno? Ed i Normanni che promuovendo il processo dell’incastellamento fecero nascere tanti borghi e paesi che oggi contiamo tra i Comuni al voto per i rinnovi amministrativi? Che facciamo, rendiamo de facto irrilevanti Ruggero I e Ruggero II che cominciarono a costruire lo Stato del Sud Italia? Ruggero II fu anche il re che convocò nel castello di Ariano Irpino il primo parlamento di quello Stato (ed a proposito di Ariano basterebbe mettersi ai piedi del suo castello ed ammirarlo per rimanere stupiti di tanta potenza architettonica e militare per capire la grandezza di quel tempo.

Da Ruggero passiamo poi a Federico II di Svevia, l’uomo dei castelli e dei nobili tedeschi. Rifinì e completò la costruzione dello Stato in tutto il Meridione. E nella costruzione va inteso di tutto, dalle possenti strutture militari che hanno sfidato i secoli a porti, università, città, legislazioni, prassi amministrative, rapporti (burrascosi) con la Chiesa di Roma ma anche quieti contatti con la civiltà araba. Tutto questo non è un mondo per caso, è l’Europa che incominciò a nascere proprio dal Sud. Noi meridionali, noi irpini possiamo ritenerci estranei a tutto questo? Crediamo proprio di no. Perché anche noi concorriamo ad elaborare ed affinare quel grande processo culturale di cui parlavamo prima.

Le elezioni da noi? Poca roba e pochi che sottolineano che oltre le Alpi vivono milioni di italiani che vi andarono nel dopoguerra per cercarvi lavoro. Oggi vi si stabiliscono tanti giovanissimi che lì cercano lavoro e risposte al non ascolto delle loro ragioni in casa nostra. Tranne chi ha parlato delle radici – paesi, agricoltura, civiltà rurale – della nostra terra, chi ha sentito trattare i temi cui prima accennavamo? Nessuno. Forse anche per questo il principale partito irpino sembra più ripiegato sulle amministrative che su Longobardi, Normanni e Svevi. E forse anche per questo non ha espresso un candidato provinciale per le Europee. Ariano davvero è entrata nel cimento elettorale ma non proprio per la storica convocazione nel suo castello del parlamento del regno di Ruggero II.

 

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