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    26/09/2017

Riforme a metà, piccole città più povere

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Palazzo Caracciolo, sede della ProvinciaAVELLINO – Il rifacimento delle strutture dello Stato e la contemporanea politica di riduzione del disavanzo accusato dalle finanze pubbliche sta comportando da parte del governo proposte di “rottamazione”, chiamiamole così, che spaziano tra il necessario, l’urgente, il fantasioso e, talvolta, il dannoso. Non c’è alcun dubbio che le linee guida sul dimagrimento dell’apparato statale esposte dal ministro per la Riforma amministrativa, Madia, sono al tempo stesso interessanti e preoccupanti. Preoccupanti per piccole realtà territoriali nonché per un certo mondo sindacale che osserva timoroso l’annunciato trasferimento di personale ad ogni notizia di riforma. Il personale che si calcola sarà superfluo viene puntualmente spostato in un altro posto che dovrà essere così grande da “ospitare” tutti i “superflui” di questo mondo. In ogni caso c’è da mettere nel conto una non proprio veloce gestione di tutti i passaggi necessari alle varie fusioni, trasformazioni, ecc. Naturalmente è facile prevedere che tutti questi sommovimenti interessano, e non poco, la Provincia di Avellino. Già la cosiddetta riforma Delrio che mira a cancellare definitivamente l’istituto-Provincia addirittura cancellando da ogni legge, ogni testo, ogni atto, la semplice parola Provincia. Ma di questa strana riforma a metà parleremo tra poco.

Conviene invece interrogarsi su quell’autentica rivoluzione annunciata dal ministro Madia. Accorpare uffici come le prefettura, la Soprintendenza, gli uffici del lavoro, quelli finanziari (ragioneria, agenzia delle entrate) vuol dire semplificare molto, soprattutto se passa l’idea di creare in alcune città un unico Palazzo del governo retto, per ora, da un prefetto; rappresentante, quest’ultimo, di una casta che evidentemente è difficile sgominare. Ci sarebbe da sommare l’effetto di questa operazione a quella degli accorpamenti nonché dei trasferimenti nei soli capoluoghi regionali di uffici come Banca d’Italia, provveditorati agli studi, Camere di commercio ed altro. Per le Camere di commercio poteva bastare l’eliminazione di passaggi cartacei per imprenditori e commercianti. Ma abolire un ente che di solito “riflette” su società ed economia di un territorio che peraltro viene sguarnito su ogni fronte è cosa prima folle, poi stupida.

È la semplificazione ed il risparmio, bellezza direbbe qualcuno. Ma in verità la semplificazione non dovrebbe svuotare dalla sera alla mattina città che, avviate di questi tempi verso nuove povertà (se ne sentiva il bisogno, soprattutto nel Sud…), magari per oltre un secolo hanno svolto queste funzioni. Inoltre, ai rottamatori radicali è venuto in mente il prezzo che città come Caserta, Benevento ed Avellino – quindi ci riferiamo qui soltanto alla Campania – pagherebbero per il semplice fatto che si trovano a confinare con l’area della città metropolitana di Napoli?

Evidentemente a livello romano si è convinti che il rimescolamento delle carte – una struttura statale ancora di tipo napoleonico, monarchico e fascista finalmente aggredita – sia un fatto che prescinde dalla vita di tante città. Cosa non vera. Va benissimo l’abolizione di doppioni, duplicati e cose del genere, ma costringere intere comunità a servirsi di altre “chiese” è cosa facile a dirsi e difficilissimo a farsi. Tribunali ed uffici Asl, ad esempio (i Tar, invece, forse è meglio abolirli). Un esempio di riforma bugiarda? Lo scempio che si sta facendo dell’istituzione-Provincia. È stato fatto credere a tutti che l’ente è superfluo, dispendioso, inutile. Non una parola, invece, su Ato rifiuti, Ato risorse idriche, Iacp, Asi, Autorità di bacino, consorzi di vario tipo (vecchi), consorzi da creare (nuovissimi) per fare le cose che dovrebbe fare la sopprimenda Provincia, le Comunità montane. Soprattutto sui consigli di amministrazione di tutti questi enti e sottoenti. Intanto la Provincia, considerato un lusso, a modo suo sopravvive.

Ed anziché abolirlo ecco nascere un iter paradossale di sopravvivenza ambulatoriale che significa due anni di ossigeno, elezioni indirette riservate ai soli sindaci e consiglieri comunali. Che, insieme, eleggeranno una sorta di giunta (12 membri).

E qui, tanto per gradire, arrivano i problemi a dimostrazione che la velocità con le riforme istituzionali non va tanto d’accordo. Una dimostrazione? Proprio il mancato rispetto dei tempi dell’iter della (temporanea) riforma delle Province. Entro l’8 luglio la Regione Campania avrebbe dovuto dettare linee e norme per questo passaggio “epocale”. Tutto in vista della convocazione dei comizi entro il 19 agosto. Il 7 ed 8 settembre si dovrebbe passare alla presentazione delle liste ed infine il 28 settembre il voto per eleggere giunta e, soprattutto, presidente.

Per le candidature – dopo ferragosto – già ci sono movimenti che non fanno intravedere un’estate tranquilla dentro i partiti (sul nome del presidente, poi, meglio tacere: l’area di Avellino, da tempo senza una tutela politica, potrebbe puntare sul sindaco Foti, a sua volta già impegnato nella guerra per la presidenza dell’Ato rifiuti). Sarà davvero il sindaco di Nusco, Ciriaco De Mita, a mettere alla fine tutti d’accordo? È possibile che venga eletto ma non che metta tutti d’accordo. Dopo aver bloccato Regione e Provincia per anni cosa gli manca? A pensarci bene qualcosa non ha, ma è qualcosa che dalle nostre parti non c’è mai stata e soprattutto a cui nessuno aveva mai pensato: il califfato. E non è detto che non ci sia qualcuno, indovinate chi, che se ne inventi uno per conto suo, come l’impero petroliniano.

 

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