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    26/09/2017

Grandi egoismi, piccole idee

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Palazzo Caracciolo, sede della ProvinciaFa pensare ad un monumento che si sgretola, ad una roccia che si sfarina. L’Irpinia si sta “squagliando” per effetto di tendenze centrifughe che si registrano sui bordi del “suo” territorio e per decisioni romane relative all’esistenza stesa dei ruoli di capoluogo di provincia. Il tutto condito da una sorta di spirito di rivalsa di non pochi Comuni e di discrete fette del territorio irpino (possiamo ancora chiamarlo così?) che annunciano di avere programmi che, chissà perché, non riguardano mai – e mai la coinvolgono – la città di Avellino.

Tutto è incominciato con la scomparsa (dovremmo usare la parola fuga?) da Avellino del gruppo dirigente di forze politiche una volta forti. Si sentono discorsi di sindaci che lamentano presunte, passate egemonie di Avellino che invece è stata lentamente privata di tante opportunità. Vogliamo incominciare proprio dalle strade ferrate delle quali tanto si parla in questo periodo? Prendiamo l’esempio della linea ad Alta capacità Napoli-Bari. Perché farle fare lo stesso percorso che più di un secolo fa penalizzò l’Irpinia scartando la soluzione Napoli-Avellino prevista persino – ai tempi borbonici… –  nel progetto dell’ingegnere ed imprenditore Emanuele Melisurgo? Ma questa, si dirà, è roba stravecchia. Ma perché riproporla negli stessi termini un secolo e mezzo dopo mentre Avellino perdeva anche la sua stazioncina?

Perché il sindaco di Avellino, allora sostenuto da tutti i potenti dell’ex Dc irpina, si accontentò – durante un solenne incontro nell’aula consiliare del Comune di Avellino con la giunta regionale presieduta da Bassolino – di ricevere un po’ di fondi ed il periodico premio in soldoni come “Comune riciclone” per avere sul suo territorio l’impianto Cdr (che Galasso e soci a stento sapevano cosa fosse)? Pochi giorni dopo Bassolino si trasferisce a Benevento insieme con il capo della sua segreteria, il beneventano Boffa, e lì annuncia il grande investimento sulla linea ferroviaria Napoli-Benevento-Foggia-Bari e nessuno – ma proprio nessuno – in Regione, alla Provincia, al governo ed in Parlamento fa trapelare un’obiezione. Eppure l’assessore regionale ai Trasporti, Cascetta, parlava – ne parla ancora oggi – di metropolitana regionale a sua volta connessa con i sistemi ferroviari delle regioni vicine.

A Cascetta e a tutti gli altri sfuggiva, evidentemente, che l’unico capoluogo campano non collegato direttamente (con ferrovia) con Napoli era Avellino e che l’eventuale tracciato Napoli-Avellino-Benevento-Foggia-Bari avrebbe consentito di collegare Avellino con la città partenopea, ma soprattutto non avrebbe intaccato gli interessi di Benevento né quelli di Grottaminarda (stazione logistica) o di Ariano Irpino. Semmai, sempre a voler parlare di strade ferrate, ci sarebbe da lamentare (e dovrebbe farlo soprattutto Avellino) il mancato ammodernamento della linea Salerno-Fisciano-Solofra-Serino-Pianodardine: tanti nomi di località che significano tante cose come università, polo conciario, turismo, area industriale di Avellino ed Atripalda.

Se poi si pensa che l’asse aveva già un significativo prolungamento fino a Benevento che attraversa l’area del Greco di Tufo (zona a vigneti di sicuro pregio) nonché quella delle vecchie miniere di zolfo si comprendono certe delusioni. Ed a proposito di area industriale di Pianodardine non è senza significato che la proposta del presidente degli industriali campani, Basso, di pensare ad una stazione logistica anche nell’area posta sul confine Avellino-Atripalda sia stata lasciata cadere da tutti, ma proprio tutti.

Vogliamo tornare indietro nel tempo e ricordare come il gruppo dirigente altirpino che controllava la Dc abbia lasciato scivolare verso Salerno (l’ateneo fifty-fitfy) il nuovo polo universitario che doveva nascere in Campania? È vero che Salerno aveva già il magistero, ma Benevento, che ha costruito un suo ateneo, cosa aveva? Grandi big strafottenti, poi, verso Avellino quando si ipotizzò l’insediamento di un ateneo privato statunitense in città (l’ipotesi di una facoltà della Federico II ad Avellino fu rudemente accantonata dall’allora ministro dell’università Zecchino). Eppure Avellino aveva sedi vuote, adattabili o appena comprate a disposizione.

Il ridimensionamento di caserme, ospedali, tribunali in tanti Comuni? Avellino non c’entra, anzi, ci ha già rimesso la vera funzionalità della caserma “Berardi”, gli uffici Enel ed ex Sip, tra poco la Banca d’Italia e la sottoutilizzazione dell’ente Provincia. In questi casi non ci sono colpe ma adeguamenti di enti ed uffici a semplificazioni ed aggiornamenti: si pensi anche all’ipotesi di chiusura delle Camere di commercio. Però singolare è stata la posizione di tanti sia quando si parlò del trasferimento dal capoluogo a Benevento (visto da molti come una vicenda tutta locale, avellinese) sia – e soprattutto – quando si è parlato di abolire le Province. In quest’ultimo caso si alzarono a dar lezioni fortunatissimi incompetenti che cominciarono a cianciare di area vasta come strumento migliore dell’ente Provincia per gestire il territorio. In realtà non si accorgevano – o fingevano di non accorgersi – che contribuivano al dissolvimento dell’Irpinia intesa come contesto politico e amministrativo.

Chissà se con l’annuncio da parte del governo della chiusura della metà delle prefetture (istituzione che doveva “morire” con la nascita della Repubblica; per anni – questo pensiero – cavallo di battaglia della sinistra) qualcuno di questi soloni ha capito dove andranno a finire piccole realtà territoriali come l’Irpinia. Territorio che sarà costretto, fatalmente, ad essere guidato dall’ex capitale borbonica che rivaluterà di colpo, con la città metropolitana, quell’alveo maleodorante (e non per la presenza dei “regi lagni”) che è il sistema delle cittadine che le stanno a contorno. Si dice che è tutta colpa della semplificazione e della necessità di risparmiare. Tutte sciocchezze. I risparmi si devono fare altrove, nei “santuari” alti della pubblica amministrazione e della finanza di Stato.

Ma torniamo ai nostri maneggi ultraprovinciali. Vedere all’opera sindaci e sindacalisti attorno al Patto per lo sviluppo senza che Avellino venga almeno consultata è francamente esagerato. Così come suona strano il Patto per le aree interne che, chissà perché, deve riguardare soltanto l’Alta Irpinia come se il governo ed i ministri interessati, parlando delle aree appenniniche, mirassero in partenza ad escludere metropoli di meno di…sessantamila abitanti. E che dire di tanti interessanti progetti di marca ambientalista che mentre da Avellino fanno riferimento (da anni è il caso del nostro giornale) ad un’Irpinia intesa come unico parco storico-naturalistico provinciale, dappertutto invece nascono idee per tutele di pezzi di territorio attorno a questo o quel Comune capofila. Ma il vero problema, oltre a questa sorta di infantilismo strapaesano, è che stiamo andando verso il pur strano rinnovo dei vertici di Palazzo Caracciolo ma questi argomenti sembrano non interessare, tanto che i partiti di tutto parlano tranne che delle cose di cui abbiamo fin qui trattato. A cominciare dal lento retrocedere di Avellino.

I vincoli sul territorio, lo stop allo sconfinamento inarrestabile dell’edilizia sulle campagne? Coinvolgono poche persone, pochissime forze politiche. È per compensare il vuoto che è stato da tempo creato attorno alla città di Avellino che è nata la candidatura del suo sindaco Paolo Foti al vertice della Provincia, pur essendoci altri sindaci di prestigio e di valore. Sarà sufficiente a ricreare un giusto equilibrio, almeno politico, in Irpinia? Dipende dal voto dei sindaci e dalle capacità del sindaco Foti.

Dietro tutto questo c’è tanta storia politica, tanti errori, tanti egoismi, ma anche tante non banali visioni di sviluppo economico basate sul turismo, sull’enogastronomia, sul paesaggio, sulle risorse idriche e sulle montagne (da non assalire o trivellare). Accanto a tutto questo c’è poi, lo ricordiamo con modestia, la storia e la cultura. Ogni borgo irpino racconta un mondo: romano, bizantino, longobardo, normanno, svevo, angioino, aragonese, preborbonico, borbonico, murattiano, risorgimentale, brigantesco. E poi ci sono i centri stracarichi di questo. È il caso di cittadine come Ariano Irpino, Montefusco, Nusco, Sant’Angelo dei Lombardi, Avella, Atripalda, Candida, Prata Principato Ultra, Mirabella, Bisaccia, Monteverde, Calitri, Greci. E poi i centri sorti alle pendici dei parchi del Partenio e del Terminio-Cervialto. È necessario ricordare Bagnoli Irpino ed il suo Laceno? Verteglia, Montella e la Piana del dragone?

Sapremo costruire, con tanta ricchezza culturale ed ambientale, un vero futuro per la nostra Irpinia? Così come un sicuro futuro si stanno costruendo, con i loro amministratori, centri di moderna propulsione come Montoro e Grottaminarda. Dipende certamente da una rinnovata classe dirigente, ma dipende soprattutto dai cittadini che dovranno imparare a vedere la ricchezza in tutto quello che  è stato visto per qualche secolo soltanto come condizione di assoluta povertà.

 

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