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    26/09/2017

La sconfitta di Avellino e il parco negato

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita_torre_orologio.jpgNon lasciamoci fuorviare dalla pur rilevante questione delle dimissioni del sindaco Foti (questione rilevante per la città ma anche, e soprattutto, per come la vicenda si è svolta e per la stessa persona; ribadiamo, soprattutto per la persona). Hanno colpito a tradimento o con sfacciataggine il sindaco di Avellino, ma in realtà hanno voluto accompagnare con la mestizia della circostanza il funerale, la progressiva deriva del ruolo di Avellino nel contesto irpino. In questo caso è evidente che ci riferiamo al variegato mondo dei tanti effervescenti (giustamente, era ora) ambiti territoriali della provincia.

Delle faide comunali avellinesi si occupi con la necessaria, autorevole e previdente certezza il Pd. Un partito che in Irpinia deve decidersi ad essere tale. Aggiungiamo nel conto sia il fuoco micidiale usato da qualcuno nell’aula consiliare per impedire a Foti di salire al vertice dell’Ato rifiuti, sia il bombardamento sul consorzio idrico Alto Calore, consorzio che ha visto protagonisti del suo affossamento finanziario proprio alcuni improvvisati censori. Quel che colpisce invece – che va subito analizzato e trasformato in un serio dibattito politico – è la motivazione che sta dietro a questa pseudo riforma dello Stato, alle nuove idee, soprattutto, di aggregazione e gestione del territorio. Con un particolare doveroso riguardo al Sud del Paese (meridionalisti veri, dove siete?).

La riforma dell’apparato statale ereditato dal post Risorgimento e dal fascismo – quell’Italia prefettizia che ci troviamo ancora davanti – non fu scalfita (salvo l’ovvia, sia pur parziale, eliminazione dell’abito da Statuto albertino da parte dell’assemblea costituente). E si pensò che così tutto sarebbe cambiato, che lo Stato sarebbe stato più leggero. Erano gli anni in cui Guido Dorso dava un’altra interpretazione della storia del Risorgimento che ci veniva propinata a scuola e chiedeva una radicale trasformazione dell’apparato statale. Stiamo parlando, lo si ricordi, di un periodo in cui si pensava che sarebbe stata la sinistra, prima o poi, a rimettere le cose  a posto.

Così non fu perché il riformismo della vincente Democrazia cristiana fu prevalentemente indirizzato – su valutazioni dell’immenso Alcide De Gasperi – sulla ricostruzione di una Paese povero e stremato e sulle prime conquiste sociali allora subito possibili: la casa, la scuola, l’agricoltura e primi assaggi di nuovi rapporti nei luoghi di lavoro. Dove il lavoro c’era, naturalmente. Nel Sud, come si sa, il lavoro nasceva tutto dal lavoro dei campi. Quando non ce n’era ecco l’emigrazione, sia quella spontanea verso gli Usa sia quella organizzata proprio dal governo verso le miniere di carbone del Belgio e della Germania (io vi mando tante braccia, voi ci restituite carbone). Tutto questo rappresentò la base del successivo “miracolo economico”.

Inutile ricordare il corposo dibattito sulle Regioni che avrebbero davvero dovuto cambiare l’Italia. In verità le Regioni arrivarono tardi e male. La Dc e la destra temevano che avrebbero terremotato tutto il Paese. Il governo diede il via al regionalismo soltanto nel 1970, anno di nascita di un centrosinistra di svolta, ma lasciò in piedi le prefetture che poi erano il suo strumento di controllo del Paese. Il risultato di questo compromesso contestato dal solo leader repubblicano Ugo La Malfa (“Abolite le Province, attenti ai conti di Province e Comuni”) fu che ogni Regione è poi nata come una sorta di minigoverno con tanto di costosissime assemblee, giunte e relativi eserciti di personale.

È di fronte a queste esagerazioni non più controllate o controllabili che il governo in carica (ma anche quelli a guida Monti e Letta) hanno cominciato a pensare a riforme audaci. In pratica è come se fossimo tornati indietro di più di mezzo secolo. Tentiamo di abolire le Province producendo la vergogna – con le elezioni indirette – che ci è da poco passata davanti (risparmi ridicoli, elezioni fasulle riservate ad un elettorato ristretto che con molta enfasi qualche autorevole politico più vuoto che sciocco ha subito definito “il meglio della classe dirigente locale”, e personale tutto da ricollocare), poi il capo del governo, Renzi, capisce che non basta tutto questo perché bisogna far quadrare i conti della costosa macchina dello Stato ed annunzia altri sacrifici per i Comuni, e soprattutto tagli alle Regioni. Che naturalmente protestano.

Ci domandiamo: visti gli sprechi ormai accertati nelle Regioni, non sarebbe più giusto semplificare questi enti, ripensandoli come strutture di mero indirizzo programmatico e riconducendoli tutti a semplici strutture territoriali di programmazione? Su quelle assemblee come parlamenti, sui loro assessorati più folti ed intricati dei ministeri, sulle loro società partecipate quanto si può incidere (con risparmi favolosi in termini di soldi e di impedimenti burocratici)?

Un’altra iniziativa di questo governo – tanto per risparmiare alla cieca – è l’ipotesi di ridurre della metà le prefetture. Sembra un’iniziativa antiprefetture (“le riduciamo della metà”) ma così non è. In Campania, ad esempio, sopravvivrebbero con le loro funzioni le prefetture di Napoli e di Salerno. Non è proprio la rivoluzione dorsiana che ci aspettavamo e lo Stato non risparmia nulla.

Se ora torniamo alle nostre vicende locali ci accorgiamo che la riforma della Provincia è stata un bluff. Le Province avevano due grandi difetti: il sistema elettorale che consentiva a tanti – con alle spalle il forte e campanilistico sostegno del proprio Comune, di accedere con facilità al cosiddetto Parlamentino; la mancanza di rapporto tra quest’ultimo e la giunta con una istituzionalizzata assemblea dei sindaci, rapporto oggi concesso proprio mentre si scassa tutto. Avere (apparentemente) abolito l’ente serve ora soltanto a dare via libera alle cosiddette aggregazioni, consorzi, unioni (fate voi) che dovrebbero assumersi oneri non più dell’ente scomparso (per finta). Come se i consorzi avessero dato fin qui – fatta qualche lodevole eccezione – grandi risultati, soprattutto economici.

Ma riflettiamo un attimo su quanto accaduto al sindaco Foti ed alle sparse resistenze annunciate o fatte capire in provincia nei confronti del ruolo di Avellino. Ruolo “straripante” secondo alcuni, comunque in debito verso il resto dell’Irpinia. A parte il “caso Comune di Avellino” e la sincera delusione per qualche autorevole e bravo sindaco neppure coinvolto con le candidature (il bravissimo Salzarulo di Lioni, l’ottimo Bianchino di Montoro, la competente Martino di Greci, l’ex sindaco di Aiello nonché consigliere provinciale uscente Caputo o Rosanna Repole alla guida del Comune di Sant’Angelo dei Lombardi) non pare ci siano bocciature eclatanti o carriere stroncate: quante cose capiremo con le Regionali…

La verità è che molti hanno dato battaglia contro il partito per una vera e propria lotta tra gruppi egemoni. E sono molti i dubbi circa la comprensione di quanto sta avvenendo dentro e contro Avellino dal punto di vista del lavoro (ma quanto produce, da questo punto di vista il consorzio Asi che qualcuno si tiene ben stretto?): la declassificazione della città sta comportando un avvilimento generale. Avellino ha approfittato del ruolo di capoluogo per ottenere qualcosa? E come, con chi, se persino con la tanto sbandierata ferrovia Napoli-Bari non è riuscita a recuperare il gap ultracentenario che ne fa l’unico capoluogo campano senza collegamento ferroviario diretto con Napoli?

Persino la sua stazioncina ottenuta a suo tempo come terminale della ferrovia dell’Alta Irpinia dai grandi irpini di Morra e di Castel Baronia (nel caso di Morra ci riferiamo, naturalmente, a Francesco De Sanctis) è stata chiusa. Allora, di che parliamo? Di carriere folgoranti di chi è stato al vertice dell’ente? Mettiamoli in fila questi nomi e riflettiamo.

Dopo l’unico avellinese Doc, il primo presidente del dopoguerra, l’avvocato Vincenzo Barra, poi senatore, proveniente da una famiglia che da sempre ha dato politici ed amministratori alla città, ecco l’avvocato Angelo Scalpati del Vallo di Lauro. Poi Raffaele Ingrisano, della Valle dell’Ufita. Poi toccò a Giovanni Clemente di Cervinara, al professor Cocozza di San Martino Valle Caudina e Peppino Gargani di Morra De Sanctis. Un intermezzo del professor Fedele Gizzi di Ariano Irpino, poi fu la volta di Michele Giannattasio di Montoro Superiore, presidente della prima giunta di sinistra della Provincia. Quindi Angelo Di Stasio, Ciriaco Cardillo, Silvestre Petrillo, Giacomo Carpenito,  Francesco Iapicca, Benito Sepe, Carmine Ragano, Valerio Capone e Rosanna Repole: nessuno di loro di Avellino. Quindi, i presidenti eletti direttamente dai cittadini: Luigi Romolo Gesù Anzalone (originario di Flumeri, ma avellinese di studi ed impegno politico), Francesco Maselli, Alberta De Simone  e Cosimo Sibilia.

Dobbiamo continuare a parlare magari dei superassessori che in quell’ente hanno trovato spazio o dei presidenti dei comitati di controllo sugli atti degli enti locali? E dove andremo a finire? E quanti tradimenti e cambi di casacca dovremmo raccontare? E poi, diciamolo, i presidenti del ritorno alle autonomie locali – prima comandavano soltanto podestà e federali – vivevano in un’Irpinia che non era altro che un pezzo di un Meridione che viveva di un’agricoltura poverissima che salutava un acquedotto o una scuola come eventi stravolgenti.

Ma oggi la verde Irpinia, la terra cioè che dà da bere a più di cinque milioni di persone, che offre ospitalità, vini pregiati, gastronomia ed un’agricoltura che produce sviluppo, che dopo il sisma dell’Ottanta ha recuperato monumenti ed opere d’arte, tutto un mondo culturale della cosiddetta “Terra di mezzo”, può essere proposta, tutta per intero, come un unico grande parco provinciale? Non sembra che da fuori Avellino sia venuta per la nostra terra un’idea così forte e vincente. La politica è soprattutto questo. Ma da noi – dove al massimo ci sono proposte di ambito locale o a malapena intercomunali (parleremo di miracolose “aree vaste”?) – un disegno così ampio, stavamo per dire…vasto, è stato tralasciato.

È proprio vero: la politica è una cosa, i politicanti sono ben altro. Ma sono quelli che hanno fatto perdere Foti ed Avellino. E di politicanti, ormai, la nostra provincia è piena. È di tutto questo che dovrà tener conto il presidente eletto Gambacorta che ha l’esperienza, la competenza e la cultura (Ariano) per capire e far ripartire il vero programma che l’Irpinia attende.

 

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