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    26/09/2017

Urbanistica/Quel no folle e deciso a Fiorentino Sullo

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Fiorentino SulloDavanti a questa sorta di cataclisma che si sta abbattendo sull’Italia sotto forma di maltempo e conseguenti frane, allagamenti e smottamenti, sono in tanti – politici e giornalisti – ad indicarci le cause di tanto disastro. Oggi implacabili sono le narrazioni di Gian Antonio Stella mentre per il passato tutti ricordano – anche perché la sua micidiale e previdente inchiesta sull’invasione del cemento riguardava proprio la Liguria – il racconto dell’assalto di imprenditori e cittadini benestanti alla regione che negli anni Sessanta si offriva per il suo clima, il suo paesaggio, le sue spiagge come il punto di riferimento dell’Italia che stava benissimo (il Nord). Stiamo parlando di una micidiale inchiesta di Indro Montanelli che, vedendo quanto accadeva a Rapallo cementificata, coniò il termine “rapalizzazione”.

Montanelli andava (Stella ancora oggi lo fa spesso) indietro nel tempo per ricostruire gli errori dei legislatori e della politica in genere che hanno poi generato lo sbracamento urbanistico (che cede al cemento settanta ettari al giorno, otto metri quadrati al secondo, soprattutto in Lombardia), con conseguente aggressione alla campagna, alle periferie delle città, a rive, litorali, spiagge, prelibate aree panoramiche. Chissà perché, pur andando indietro nel tempo, soprattutto ai fondamentali, per questa materia, anni Sessanta del secolo scorso, la loro ricostruzione si ferma sempre ad un anno fatidico: il 1963, l’anno delle elezioni politiche che segnarono una brutta sconfitta per la Democrazia cristiana che pagò il conto della nazionalizzazione dell’energia elettrica e della paventata e mai varata riforma urbanistica (fatta passare dalla destra e dai moderati, con in prima fila il Corriere della Sera – in Campania il Roma di Lauro – come la nazionalizzazione dei terreni e della casa).

Quella data, quello scontro hanno un antefatto interessante, un nome che ha molto a che fare con la nostra provincia e con le lotte del mondo cattolico più avanzato per fare dell’Italia un Paese moderno soprattutto dal punto di vista sociale. Il nome è quello di Fiorentino Sullo, il politico che fece di Avellino la città campana più repubblicana al referendum monarchia-Repubblica, che mise la Democrazia cristiana irpina, pur sostenuta da un elettorato moderato, nell’ambito della cosiddetta sinistra Dc.

Di Sullo si è dimenticato il suo progetto sull’urbanistica e soprattutto si è dimenticato che la mancata approvazione del sua idea di riforma rappresentò la sconfitta di tutti quelli che di lì a poco si qualificarono come ambientalisti, paesaggisti e simili. La riforma urbanistica di Fiorentino Sullo mirava a regolamentare il fenomeno edilizio che il cosiddetto “miracolo economico” scatenò. Sullo, insieme con urbanisti e tecnici di assoluto valore come Bruno Zevi, preparò un buon progetto che però spaventò subito costruttori e proprietari di terreni al punto che Moro e Fanfani (segretario del partito il primo, capo del governo – il più avanzato del tempo – il secondo) dovettero invitare l’irpino ministro dei Lavori pubblici a ritirare la sua riforma e lo abbandonarono al suo destino. Il Pci, allora, finse di guardare altrove.

Di lì a poco Sullo si ritrovò tutta la Dc contro. Resistette in Irpinia e nella circoscrizione dove raccolse centocinquantamila preferenze ma dopo qualche anno – strangolato da un’opposizione locale legata all’astro nascente De Mita che allora (allora!) puntava molto sul rinnovamento del gruppo dirigente locale e sull’abolizione di un clientelismo sfrenato e dilagante (promessa, quest’ultima, mai onorata) – sparì dall’orizzonte vagando verso il Psdi e qualche altro leader Dc, fino alla morte che lo colse in quel di Salerno, città dove si era trasferito per segnare un’inutile ed incompresa protesta verso Avellino che, a suo dire, l’avrebbe tradito.

Da allora, è il caso di dire, silenzio tombale sul suo ruolo, sulla sua riforma urbanistica, sul suo impegno come soggetto progressista in anni ed in un contesto davvero reazionari. Colpisce, in proposito, il muro che i Basisti, il gruppo che lui in dieci anni aveva creato, costruì intorno alla sua figura. In tanti anni di attività, proprio quel gruppo, soprattutto in Irpinia, mai ma proprio mai ha trovato il tempo ed il modo di dedicargli un convegno, un dibattito, neppure sull’argomento urbanistica che intanto stava esplodendo e soffocando l’Italia.

Colpì molto, un anno fa, che in apertura di un convegno che si svolse nella chiesa del Carmine proprio sui temi dell’urbanistica, un qualificato docente come Vezio De Lucia – ex assessore a Napoli nella giunta Bassolino e “padre” del Piano regolatore che la città partenopea finalmente si diede – dedicasse il suo intervento proprio a Sullo. “Ho accettato l’invito a venire in Irpinia per rendere omaggio all’unico politico italiano che si sia posto correttamente il problema dell’indisciplinata espansione edilizia. Quante devastazioni ci saremmo risparmiate se il Parlamento avesse accettato il suo progetto”. Oggi il prof. De Lucia dedica alla devastazione di Napoli e di tutte le altre città e paesi d’Italia un libro dal titolo Nella città dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemento. Dalla sconfitta di Fiorentino Sullo a Silvio Berlusconi (ed. Castelvecchi). Libro citato sera fa in tv da Bruno Vespa. Di quella mancata occasione riformatrice si sono ricordati anche un osservatore attento della realtà italiana come Ernesto Galli Della Loggia ed un fine intellettuale come Tomaso Montanari: entrambi hanno fatto riferimento al libro di De Lucia.

I terribili fatti meteorologici e geologici di questi giorni offrono a tanti l’occasione per ricordare un po’ di nefandezze. Qualche esempio? Messina che su settantadue corsi d’acqua ne “inscatola” la metà con i risultati delle inondazioni e frane di tre anni fa. Genova invece “tomba” tutti i suoi ottanta e più corsi d’acqua (chi la guarda dal mare dice “ma sono a Napoli?”). In Calabria, poi, è normale costruire villette a schiera e persino qualche supermercato nell’alveo delle sue tante “fiumare”. Milano ha strade e piazze che coprono due fiumi, il Seveso, super inquinato, ed il Lambro. In Campania il fiume Sarno non ha mai poi avuto davvero completato il lavoro di contenimento del suo vasto bacino.

Il ricordo di alluvioni storiche ben fissate nella nostra mente ci riporta alle gigantesche, terribili vicende del Polesine (1951), di Salerno (1954), di Firenze (1966) alle quali aggiungiamo la Genova dei nostri giorni, lo sfascio delle Cinque Terre di due anni fa e poi l’entroterra messinese, Sibari – dove fango ed acqua coprirono le vestigia della colonia greca – e tanto altro ancora. E per non perderci nulla ricordiamo la follia di tre condoni in edilizia negli ultimi trent’anni (il primo di questi condoni nacque sulla spinta delle giunte di sinistra dopo un travolgente successo elettorale del 1975: bisognava “sanare” l’esplosione edilizia abusiva dei grandi centri, edilizia che in termini di voti contava molto…). In Campania, soprattutto in provincia di Napoli, si rincorre ancora, sul filo di interpretazioni e di date, una sorta di minicondono. Riguarderebbe zone “insignificanti” tipo zona rossa dell’area vesuviana, isole e costiere sorrentina e amalfitana.

Ma si può? Ecco allora che torna alla mente quel gelido silenzio su Fiorentino Sullo da parte di De Mita e del suo forte gruppo. Silenzio che calava su paesi, città e campagne mentre l’edilizia divorava tutto. Siamo stati capaci in pochi anni di coprire di cemento un’area grande quanto l’Umbria. Forse è per questo – per questo disastro messo a confronto con il gelo ed il silenzio di cui prima dicevamo – che ha molto colpito la partecipazione di Ciriaco De Mita ad un convegno sulla figura di Sullo. Da quanto riferito dalla stampa in quella occasione si è parlato di alta politica con dialoghi sui massimi sistemi, temi sui quali, si sa, non c’è chi possa battere De Mita.

Ma il problema, il vero problema, è che Sullo e la sua politica sono quelli raccontati più volte da Vezio De Lucia. E poi, qualcuno ricordi a Gianfranco Rotondi – l’altro protagonista del dibattito in ricordo di Fiorentino Sullo – che quest’ultimo non è catturabile, neppure post mortem, né da Berlusconi né da Casini.

Sullo comunque rimane – pur con i limiti del contesto locale che lui stesso aveva contribuito ad alimentare (con l’aggiunta delle sue furbizie delle quali, alle Politiche del 1958, rimase vittima lo stesso De Mita) – un padre della Repubblica, un progressista ed un grande riformatore sia da ministro del Lavoro (c’è chi ricorda il suo viaggio tra i lavoratori italiani in Svizzera?) che da ministro dei Lavori pubblici. Per questo Avellino gli ha intitolato una piazza, sull’area dell’ex macello, che prima o poi dovrà pur essere realizzata.

 

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