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    26/09/2017

I morti di pietra/L’Irpinia piange ancora i suoi figli

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Calcio2_av-varese1.jpgAVELLINO – L’Irpinia piange ancora i suoi figli: così, con questo semplice ma sentito pensiero, i ragazzi della curva Sud hanno voluto ricordare ieri, con uno striscione apparso sugli spalti dello stadio Partenio-Lombardi durante lo svolgimento della gara tra Avellino e Varese, i morti causati dal terremoto del 23 novembre del 1980. Un gesto semplice, spontaneo, molto bello, soprattutto se si considera che viene da parte di ragazzi, di giovani che quei fatti li hanno sentito raccontare dai loro genitori, dai loro nonni. Noi facciamo nostro il messaggio di quello striscione e ci sentiamo di proporre ai nostri lettori quanto abbiamo scritto in occasione dell’uscita del numero 1 di questo giornale, L’Irpinia, allora periodico a stampa, il 20 marzo del 1982, ad un anno e mezzo circa, dunque, dal terremoto dell’80. Il titolo di apertura era I morti di pietra che riproponiamo insieme con quello dello striscione dei ragazzi della curva Sud.

*  *  *

Una domenica di novembre. Una giornata limpida, luminosa, sotto un cielo di un azzurro carico. Lo “struscio” di mezzogiorno a Corso Vittorio Emanuele rallegrato dal sole benevolo di una prolungata estate di San Martino. Il ragù denso delle nostre donne pronto in anticipo sui fornelli per consentire agli uomini la presenza puntuale sugli spalti. Puntuale anche l’attesa strapazzata dei “lupi” agli ospiti ascolani. Il pomeriggio trascorso pigramente dinanzi alla tivù cala verso la sera umida, fredda, vivificata da una luna piena, bianchissima, spettatrice in prima fila di imminenti ed inattesi attimi di morte.

È la mala notte. Uno scossone unico, violento, interminabile, di quelli che lasciano il segno, dentro. È la voce, già altra volte ascoltata, di una natura ribelle. L’ennesimo tentativo di frantumare una civiltà di gente mai doma, difficile da piegare, legata ad una terra ostinatamente ostile, segnata nei volti da sempre protesi verso un riscatto per il quale ancora si combatte.

Giunge il momento del risveglio, il risveglio di insonni tra morti, le macerie, con la paura di vedere. Uno sguardo veloce ai titoli dei giornali a nove colonne. Gli altri sanno. Si aspetta con sopra alla testa gli elicotteri rumorosi, in circolo quasi di guerra, con le carlinghe cariche, non dei primi soccorsi.

E poi…E poi i ritardi colpevoli, non ancora puniti; le polemiche assurde di incoscienti incalliti; la fuga oltreoceano di irresponsabili dalla faccia di bronzo. E poi il Papa, e gli altri. E poi Zamberletti. L’esodo, non voluto, verso il mare di superstiti senza niente; l’opera inqualificabile di sciacalli impazziti; la calata dei “lanzi”, questa volta armati di buona volontà; le inchieste sulle rovine di cartone; gli arresti, gli scandali, il lavoro nero, la camorra. E ancora: l’emergenza, il reinsediamento, la ricostruzione, lo sviluppo.

Tutte parti di un teorema ancora da dimostrare. Che occorre, però, dimostrare senza scomodare pratiche pseudo religiose o antichi esorcismi molto semplicemente ritenuti indispensabili, fuori dalla retorica di maniera piovutaci addosso in più d’una occasione, senza generiche invocazioni ad un meridionalismo finora soltanto chiacchierato o limitato ad assistenzialistiche assicurazioni, senza più marce per scoprire, come fanno questa mattina Valenzi o Occhetto, dove sta il terremoto.

Il terremoto dei morti, dei morti di pietra.

 

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