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    23/09/2017

A che punto è la notte del Pd?

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Renzi e De LucaAVELLINO – “A che punto è la notte?”. E inutile rivolgere al Partito democratico napoletano e campano questa domanda che risuona due volte in una notte di tregenda del Macbeth di Shakespeare e fa da titolo a un fortunato romanzo di Fruttero e Lucentini. La notte del Pd, qui da noi, con il passare dei giorni, delle settimane e dei mesi, pare farsi sempre più fonda, cupa e interminabile. Pare anche che, mai come nel caso dei dirigenti democratici nostrani, valga l’adagio: “Deus demendat quos vult perdere” (Dio fa uscir di senno chi vuol mandare in rovina).

Lo spettacolo inverecondo che questo partito sta dando di sé ha un che di incredibile e di sconcertante, oltre a essere francamente indecente. Ne ci viene da dire una cosa diversa, se solo pensiamo che il Pd, governando pressoché dovunque, dovrebbe almeno tentare di farsi carico del compito di varare provvedimenti e assumere iniziative per far fronte alla spaventosa situazione di crisi economica, sociale e civile in cui si trovano la Campania e Napoli. Invece, è ridotto a un coacervo di bande e di fameliche clientele in gara arrembante per il potere, il sottogoverno e le relative vettovaglie.

Lasciamo stare la nostra provincia dove il Pd è da mesi  lacerato da uno scontro all’arma bianca tra il segretario provinciale che non vuole dimettersi e i suoi ex sodali che vogliono “fargli la festa” e scalpitano per votargli la sfiducia. E lasciamo pure stare il Comune di Avellino dove, in quasi tre anni di amministrazione, l’unico record o dato da menzionare è il numero (ma se n’è perso l’esatto conto) di giunte che il sindaco ha azzerato. Ricordiamo soltanto che ha annunciato qualche giorno fa che si accinge ad azzerare anche l’attuale giunta ancora fresca d’inchiostro, giacché l’aveva nominata a fine estate.

Ma, tutto  sommato, il Pd  irpino e il Comune capoluogo della nostra provincia sono parva res a fronte della tragedia di questo partito ridicolo che è il Pd campano e napoletano. La sua tragedia, anzi la sua masochistica farsa, si consuma in Regione e a Napoli, data l’imminenza delle elezioni amministrative che si terranno nella primavera In Regione, dove si era insediato con piglio napoleonico sei mesi fa, Vincenzo De Luca non è riuscito, a tutt’oggi, neppure a cavare il classico ragno dal buco. Poveraccio, non è colpa sua. Non riesce a fare un accidenti di niente, giacché è perseguitato da una caterva di guai giudiziari, mentre Cinque Stelle e Forza Italia e persino l’estrema sinistra gli danno botte da orbi.

Dopo la tegola della singolare vicenda, di cui si sta occupando la magistratura napoletana, del suo intraprendente quanto fidatissimo segretario-factotum, il presidente De Luca vede incombere su di sé la mannaia della decadenza per 18 mesi in virtù dell’applicazione della legge Severino. Si tratta, detto in breve, di questo: De Luca è stato condannato in primo grado a un anno e tre mesi di reclusione per abuso d’ufficio consumato quando era sindaco di Salerno. La condanna non ha però comportato la sospensione dalla carica di presidente della Regione grazie alle sospensive che gli hanno concesso i tribunali campani in attesa della pronunzia della Corte Costituzionale. La quale, a gennaio prossimo, dovrebbe sentenziare. È difficile prevedere che cosa deciderà, anche se qualche mese fa ha stabilito, affrontando il caso de Magistris, simile a quello De Luca, che la legge Severino è costituzionale e va applicata per l’abuso d’ufficio.

Per completezza d’informazione dobbiamo dire che De Luca aveva la possibilità di sottrarsi al pericolo della Severino se la Corte d’appello di Salerno si fosse pronunziata in questi giorni a suo favore, cancellando la sentenza di condanna di primo grado e assolvendolo. Ma a bloccare la celebrazione della causa d’appello è stato proprio De Luca che ha cambiato avvocato difensore, ottenendo un rinvio fino a metà gennaio.

A questo punto non si sa se la sentenza della Corte Costituzionale verrà prima o dopo di quella del tribunale d’appello. L’unica cosa che si sa – giacché i giornali ne hanno parlato a lungo – è che da più settori dell’opposizione, che ha presentato anche interrogazioni parlamentari, sono state avanzate forti riserve sul presidente del collegio giudicante dell’appello di De Luca a causa di vicende che in qualche modo lo collegherebbero all’illustre imputato.

Sic stantibus rebus, solo nei primi mesi dell’anno prossimo sapremo se De Luca resterà presidente o sarà sospeso per 18 mesi, durante i quali non si capisce chi lo dovrebbe sostituire. A prescindere poi – ma come si fa a prescindere? – dal fatto che in una regione disastrata come la Campania, che peraltro è per abitanti la seconda d’Italia, un’anomalia del genere sarebbe una insostenibile indegnità. Se a qualcuno poi punge vaghezza di sapere che cosa dicono su una così delicata e decisiva questione il comitato regionale, la direzione regionale e la segretaria regionale Tartaglione del Pd e, con lei, la sua nuova segretaria, si può rispondere facilmente citando il titolo di  un bel film di diversi anni fa: “Madonna che silenzio c’è stasera”.

Naturalmente, non possiamo sottrarci dall’esprimere lo sconforto che suscitano in noi questi che dovrebbero essere i nuovi dirigenti, la classe politica preparata, responsabile e seria della Campania che Renzi  ha prodotto con la sua “rottamazione” e i cui fasti si accinge a celebrare a giorni nella sesta Leopolda fiorentina.

In realtà, se Renzi è un ottimo presidente del Consiglio, è anche un pessimo segretario di partito. Ha fatto molte cose buone per tirare l’Italia fuori dalla crisi, pur se larga parte del suo governo non è buono neppure per amministrare un condominio; ma quel che è più grave è che, almeno fino a oggi, ha abbandonato il Mezzogiorno al suo destino di crisi endemica, di disoccupazione (specie giovanile e femminile) e di povertà sempre più diffusa e grave. Di più e peggio: se si eccettua qualcuno, dalla rottamazione Renzi ha salvato, almeno in Campania, tutto un vecchio e meno vecchio personale democristian-doroteo-gavianeo e craxiano, oltre ai peggiori arnesi dell’ex Pci, per lo più provenienti dal migliorismo filocraxiano. Sono proprio costoro che a Napoli le stanno tentando tutte per sbarrare ad Antonio Bassolino la strada della candidatura a sindaco. E questo nonostante che Bassolino, per esperienza, autorevolezza e carisma, come ha ricordato qualche giorno fa un illustre politologo come il prof. Calise, è l’unico che può consentire al centrosinistra e al Pd di tornare al governo di Napoli e por mano e realizzare un progetto di rilancio forte, realistico e globale del capoluogo partenopeo.

Il livore antibassoliniano dei più esagitati tapini della suburra Pd si spiega. Se Bassolino diventa sindaco, il loro potere e i loro privilegi di ras dei democratici finiscono miseramente. Inoltre il modo di governare Napoli da parte di Bassolino, per efficienza e trasparenza, è stellarmente  lontano da quello a cui sono abituati. La dimostrazione è nei risultati del suo splendido settennato (1993-2000) alla guida del capoluogo partenopeo. E così il Pd napoletano, dopo aver deciso di fare le primarie, a tutt’oggi non ne ha ancora fissato la data; anzi non si sa neppure se e quando si faranno.

A Milano, invece, le primarie per la scelta del candidato sindaco di centrosinistra si faranno il 7 febbraio. E a Napoli? Vuoi vedere che c’è una questione meridionale anche delle primarie? Vuoi vedere che il ritardo socio-economico e civile meridionale e napoletano diverrà, per il Pd, un ritardo anche temporale? Ma, tutto sommato, “nihil novi sub sole” (niente di nuovo sotto il sole): anche il calendario della Russia zarista era in ritardo di settimane rispetto a quello dell’Occidente. La rivoluzione bolscevica eliminò il ritardo insieme agli zar. A Napoli, dove c’è un Pd degno di Franceschiello, le persone oneste e perbene e i veri democratici si augurano una rivoluzione incruenta eppur liberatoria.

 

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