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    21/09/2017

Di Nunno, il sindaco di una città che non c'è

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Antonio Di Nunno (foto di Carmine Bellabona)AVELLINO – Domani, un anno fa, moriva Antonio Di Nunno, Tonino per gli amici e per tutti. Aveva 69 anni. Dopo aver lasciato la vita per un tempo senza fine, è tornato nella Ariano Irpino dei suoi avi per parte di madre, dove dorme un sonno senza sogni vicino ai suoi cari. La sua figura e la sua opera lo rendono degno di essere chiamato, con una  espressione spagnola adatta a pochi eletti, “hombre vertical”. Infatti Di Nunno ha onorato il mestiere di vivere donando alla sua personalità il tratto coerente e luminoso dell’autenticità e quello raro e nobile dell’inconfutabilità.

La sua morte – non poteva essere altrimenti – suscitò un’enorme emozione e un dolore sincero e partecipe in tutta la cittadinanza di Avellino. La sua camera ardente, allestita nell’abitazione di sua sorella e delle sue nipoti con cui viveva e che gli sono state vicinissime sino alla fine, fu meta di un ininterrotto, mesto e solidale pellegrinaggio di migliaia di avellinesi e non, uniti dal senso di un comune lutto. Il Duomo di Avellino, in cui si celebrarono le sue esequie il 4 gennaio, era stracolmo di gente. L’atmosfera fu triste e solenne, quella che concede al dolore una lacrima nascosta e un  silenzio le cui parole vanno direttamente al cuore di chi sa ascoltarle. Giornali e televisioni furono inondate da un vero e proprio diluvio di dichiarazioni che univano profondo cordoglio e stima incondizionata per la sua scomparsa. Non poteva essere altrimenti, dato che ci si trovava dinanzi alle spoglie mortali di un grande sindaco della città di Avellino e di un uomo di brillante intelligenza,  compiuta e gentile umanità, indiscutibile moralità e convincimenti sociali e politici caratterizzati da una esigente visione della libertà, della democrazia e della giustizia sociale, in quanto fondamenti ideali di una società di liberi ed eguali. Una società giusta e a misura d’uomo, il cui cristianesimo nasceva dall’amore di Nostro Signore Gesù per “i fratelli più piccoli” del Vangelo secondo Matteo. O, come avrebbe detto Marx, dall’ascolto e dall’operosa e insonne sollecitudine per ”il sospiro della creatura oppressa”.

Ma, per non fare torto a Tonino post mortem – gliene hanno fatto, immeritatamente, già tanto in vita – è (quasi) un imperativo categorico operare una netta e radicale distinzione tra il dolore dei cittadini di Avellino e l’ossequio dei, chiamiamoli così, “politici”. Il dolore fu corale, forte, profondo; l’ossequio di quei messeri fu, invece, obbligato e a denti stretti. Non potevano fare altrimenti. E quindi, dismettendo senza convinzione i loro naturali abiti di squali, indossarono gli abiti, parimenti ripugnanti, di scribi e farisei o di sepolcri imbiancati e non esitarono a tessere le lodi del grande sindaco e del vero ed autentico cattolico democratico. Fingendo di dimenticare, ma nessuno lo dimenticò, che proprio loro – per capirci si trattava di robaccia del sottobosco politico democristiano più zone contermini, oggi tutto presente e dominante nel Pd o in formazioni centriste – avevano osteggiato in tutti i modi, anche i più vili e miserabili, l’opera di rinnovamento  morale, politico e civile che Antonio Di Nunno, come sindaco di Avellino, aveva con determinazione intransigente sviluppato in nobile ma fatale solitudine. Dal loro punto di vista, avevano, horribile dictu, persino “ragione”. Ad Avellino, dalla metà degli anni Settanta alla metà degli anni Novanta, aveva regnato indisturbato il sistema, ovvero un sistema di potere corrotto e corruttore, che era l’esatto contrario dello Stato di diritto, del buon governo, della tutela dell’interesse pubblico. Si viveva in uno stato di perpetua e soddisfatta illibertà e di presunzione, tutt’altro che infondata, di impunità. Si rinunziava, per lo più volentieri, ai propri diritti, per richiederli, accettarli e vederli accresciuti come favori, facendosi organizzare da lor signori la vita dalla culla alla bara. Lor signori  non disdegnavano di servirsi di un esercito in servizio permanente effettivo di malfattori di vario genere e rango, rastrellatori del denaro pubblico, bricconi inveterati, spergiuri e sicofanti. Erano, per così dire, indispensabili alla circolazione, insieme ai favori, di quel che doveva circolare e, ad ogni buon conto, a tenere stretta la cittadinanza in una viscida morsa fatta di pettegolezzi, menzogne, ricatti, calunnie, infamie grandi e piccole, bassezze, disonestà. Insomma, ci si doveva crogiolare tutti nella stessa melma come elemento connettivo e trama delle relazioni umane.

Il vento di Tangentopoli però diede un colpo duro a questo squallido quanto ben collaudato sistema di potere. Non c’erano più famuli, familiari e famigli da far eleggere sindaci e assessori e adoperare come pupi, mentre le elezioni amministrative del 1995, in primis al comune di Avellino e alla Provincia, erano alle porte. Fu, quindi, giocoforza, per battere il centrodestra, affrontarle con candidati che esprimessero la politica pulita, il rinnovamento e le idee di sinistra. Al Comune fu candidato come sindaco - non senza molte sue resistenze - Di Nunno; alla Provincia come presidente colui che scrive, all’epoca segretario provinciale del Pds.

Tonino, dopo una breve esperienza di cronista di un giornale locale e di direttore della “Voce dell’Irpinia”, oltre che di consigliere comunale di Avellino, era stato assunto, verso la fine degli Settanta, alla Rai  di Napoli. E da allora, con successo ed estimazione dei suoi colleghi, svolgeva il suo lavoro di giornalista che sa accoppiare al senso della notizia una capacità raffinata di comprensione di figure, fatti e cose di cui parla. Di politica, per lui, manco a parlarne. Si era giustamente reso conto che le sue idee di cattolico di sinistra erano stellarmene distanti da quanto si faceva ad Avellino e dintorni da parte della Democrazia cristiana.

Se un giorno sarà pubblicata almeno una raccolta dei suoi scritti politici, che videro la luce non solo sulla “Voce”, ma anche su “Quaderni irpini” e su “Politica”, due riviste da lui fondate e dirette,  in cui la cultura e la politica progressista, laica e cattolica, si cimentavano in uno sforzo di analisi di proposta  meridionalistica, si vedrà che Di Nunno era dotato di forte e vigoroso respiro concettuale e di felice immaginazione prospettica nel proporre soluzioni ad un tempo concrete e lungimiranti per i mali che affliggono la nostra società. Né poteva essere altrimenti. Di sentimenti e formazione cristiana a tutto tondo, che sostanziava con la sua vasta cultura storico-politica e letteraria, Tonino  sembrava una figura a mezzo tra il biblico profeta Amos, che tuonava contro i ricchi, e  Thomas Muntzer, il “teologo della rivoluzione” immortalato da Ernst Bloch. La sua Bibbia era la “Bibbia pauperum”, quella del “Dio che rende nuove tutte le cose”. Politicamente, era vicino a Moro, colui che Aniello Coppola definì “il volto nobilmente afflitto del potere democristiano”. Ma forse, se vogliamo trovare, un suo padre politico-spirituale dobbiamo riferirci a Giuseppe Dossetti e al suo invito ai cattolici in politica ad “avviare una «reformatio» del corpo sociale e una maggiore «aequalitas» fra gli uomini”, così da diventare  “liturghi di Dio”. Anche la “Nuova frontiera” dei fratelli Kennedy, con la sua innovante carica sociale e libertaria e con il suo spirito ardimentosamente sognante, aveva conquistato Tonino e, insieme a lui, Federico Biondi, Giuliano Minichiello, Carlo Silvestri, Enzo Venezia e chi scrive.

Nel mese di maggio del 1995 Tonino e chi scrive furono trionfalmente eletti sindaco e presidente. Era la primavera dell’Ulivo voluto da Romano Prodi. Ma quella primavera fu, come e più di ogni stagione, una stagione breve. Certo, Di Nunno restò sindaco quasi per due mandati, fin quando nel novembre del 2003, gettò la spugna esausto e si dimise. Infatti, quel quasi decennio fu segnato da una sorda, costante, subdola, malvagia opera di opposizione da parte degli ex Dc contro tutto ciò che l’amministrazione Di Nunno fece di bello e di buono: dal Piano regolatore – finalmente non svilito a strumento per la devastazione speculativa del territorio – alla lotta per fermare la morte per amianto all’Isochimica, al risanamento delle casse comunali, alla buona e onesta amministrazione,  alla valorizzazione e all’ampliamento delle zone di verde pubblico (il suo sogno era “la città giardino”), facendo crescere il prestigio di Avellino come città vivibile e civile. Ovviamente, cacciato Di Nunno, tutto è tornato come prima, anzi a stare alle cronache di questi mesi e giorni, tutto va peggio di prima.

Ma non possiamo fermarci a dire questo. Ciò che colpisce, e non può passare sotto silenzio, è che la maggioranza dei cittadini di Avellino si è subito riadattata al malgoverno dei vecchi e nuovi padroni, di cui come cliente spera in qualche favore. Come dire che Di Nunno è stato il sindaco di una città che non c’è. Che l’Avellino che ha amato come un amante che non vuole essere deluso, non esiste o, comunque, “tarderà a nascere, se nasce”. Ma la sua giornata politica non si concluse come quella di un Cristo sconfitto, se si pensa che Egli ha voluto seguire  l’insegnamento di Giorgio La Pira, l’indimenticabile e da lui ammirato sindaco di Firenze, quando diceva che, pur per cammini impervi, “siamo entrati in una fase della storia nella quale i cristiani dovranno nuovamente essere la luce del mondo”.

 

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