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    23/09/2017

Il «mio» Di Nunno: la traccia di una speranza

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Lintervento-Politica_dinunnoant.jpgAVELLINO – Ci eravamo sentiti solo dieci giorni prima della sua morte, alla vigilia di Natale del 2015: gli avevo fatto sapere che lo cercavo per invitarlo all’evento in ricordo di mio fratello Mimmo e lui mi telefonò. La sua voce era affannata e interrotta da frequenti colpi di tosse: “Gennà, anche se dovessi venire in barella, non mancherò!”. Queste le ultime parole che gli ho sentito pronunciare. Sui manifesti avevo prontamente inserito il suo nome fra i protagonisti della tavola rotonda su quella “stagione della speranza” di cui egli fu l’attore principale e Mimmo un suo convinto compagno di viaggio. Quel 28 dicembre, al circolo della stampa, invece non c’era; Tonino Gengaro mi avvertì che era stato necessario ricoverarlo e io mi proposi di andare al più presto a fargli visita. Non avevo però capito appieno la gravità delle sue condizioni per cui mi attardai, aspettando la fine delle festività. Quando mi giunse la telefonata della sua morte, provai un misto di dolore, rammarico e senso di colpa. Ai funerali, quella domenica, in Cattedrale, piansi tantissimo e me ne sorpresi: conoscevo Tonino da quasi quaranta anni (prima come collega in Consiglio comunale di mio padre, poi diventando io collaboratore di Radio Irpinia, la prima emittente giornalistica avellinese di cui Tonino era stato fondatore), ma non avevo con lui quell’intimità che potesse giustificare tanto dolore. Il giorno dopo fu per me indispensabile recarmi, sul far del giorno ad Ariano Irpino, al cimitero, e fermarmi da solo per oltre un’ora, davanti alla sua salma, nella cappella, in attesa della tumulazione, per pregare e avere quasi una sorta di dialogo con lui, prima che venisse deposto nella tomba di famiglia.

Meditando con calma compresi il perché di quella mia profonda sofferenza: negli stessi giorni nei quali, dieci anni prima se ne era andato mio fratello, salutavo un altro protagonista, il principale, di quella stagione. Una stagione nata nel 1995, in risposta al berlusconismo rampante, fresco reduce dal trionfo delle “politiche” dell’anno prima, pronto a prendersi anche la città di Avellino. Di Nunno, ebbe il coraggio di lasciare la “comodità” del suo prestigioso lavoro di giornalista Rai, per gettarsi in una sfida impossibile, facendo leva sulla sua incredibile conoscenza della storia di questa città, dei suoi angoli più reconditi, dei suoi problemi grandi e piccoli.

Una battaglia apparentemente impari, soprattutto dopo il risultato del primoturno (48 contro 26 % a favore di Stefano Sorvino), ma una battaglia condotta da trascinatore ostinato e feroce. “Ridare l’anima alla città” il suo slogan, una pattuglia di giovani entusiasti al suo seguito (Gengaro, Bruno, Mimmo e tanti altri), un consenso via via crescente soprattutto negli ambienti della società civile e della cultura e finanche delle parrocchie, che ebbe la sua svolta in due momenti fondamentali: la sottoscrizione di un manifesto comune di tanti personaggi stimati della “buona Avellino” e il comizio finale di via De Concilij, in cui molti leader nazionali di partito vennero a sostenere lui e Anzalone (candidato alla Provincia) e che si concluse con un appello appassionato e trascinante di Walter Veltroni.

Il sorpasso finale (52 a 48 % per Tonino) fu un evento quasi ovvio, marcato dalla grande festa che esplose spontanea ed irrefrenabile per il “Corso”. Lo zenit di quella parabola certamente fu il piano regolatore “Gregotti-Cagnardi”, l’idea dell’Avellino del futuro, liberata dagli interessi di palazzinari e grandi proprietari terrieri. Ricordo le notti insonni di mio fratello che, all’interno del suo partito, talora anche con esuberanze fisiche, difendeva ferocemente i contenuti di quel disegno urbanistico attaccato soprattutto dall’interno. Intorno a quel progetto doveva costruirsi la nuova città bella e vivibile, il sogno della “Città giardino” che più volte Tonino dichiarava.

Quel sogno però si spense lì! Fu colpa della malattia che rese Tonino fragile e più incline alla reazione verbale violenta piuttosto che all’arte diplomatica mostrata nel primo mandato? Fu la vecchia politica a riorganizzarsi? Fu la città a non seguire adeguatamente e a non credere fino in fondo in quel sogno? O fu la marcia indietro di tanti protagonisti di quel tempo che preferirono tornare “a casa propria” per non essere coinvolti in una battaglia che si preannunciava dura e complessa?

La risposta sicura non c’è: forse fu un poco di tutto questo. In Tonino Di Nunno io, anche quando quella stagione si concluse, ho visto un protagonista non facile da interpretare, con tante spigolosità caratteriali, ma soprattutto, io credo, il simbolo di un azione amministrativa partecipata, dove il cittadino poteva anche solo sognare di essere protagonista attivo e non semplice oggetto di un’azione. In quella tavola rotonda, per molti, anche per chi ne aveva fatto parte, quella stagione si era conclusa con un fallimento: non condivisi quel parere e, riflettendoci sopra, continuo a pensarla così.

Certamente l’esperienza Di Nunno terminò drammaticamente e traumaticamente in quell’autunno del 2003, si andò alla gestione commissariale, molte delle realizzazioni avviate non vennero compiute e soprattutto si “sfilacciò” quell’aggregazione di società civile e politica nuova, nata quasi dal nulla 8 anni prima. Ma l’orizzonte tracciato da quell’esperienza, forse non ancora pronto, a quel tempo per essere pienamente compiuto (un po’ come, fatte le debite proporzioni, avvenne per la Primavera di Praga e Solidarnocsz), va guardato come un progetto probabilmente perfettibile, e  che  per questo, attende attori nuovi: attori più giovani, ricchi di quella stessa passione, desiderosi di esprimere con un impegno concreto quell’amore per la buona politica e soprattutto per Avellino.

Quell’amore che animò la vita e l’azione civile di un uomo che ogni giorno concludeva la sua giornata con una lunghissima passeggiata per le strade di questa città e che in questa maniera semplice imparò a volerle bene come pochi: questo è stato per me Tonino Di Nunno!

 

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