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    21/09/2017

Gestione delle acque, D’Andrea: «No alle imposizioni, si rispetti il referendum»

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Aldo D'AndreaAVELLINO – Sulla questione della gestione delle acque in Irpinia e nel Sannio ospitiamo un intervento di Aldo D’Andrea, segretario dell’associazione Amici di Fondazione Sudd: “L'on. sottosegretario Del Basso De Caro, attraverso le colonne del “Mattino”, ha spiegato quello che a lui appare essere il modo migliore per affrontare la questione delle acque in Irpinia e nel Sannio. Posizione la sua rispettabile, ma alla quale è necessario che diano forte contrasto i tanti che al referendum di pochi anni fa optarono per la gestione pubblica delle acque.

Il 95% degli italiani scelse così. In democrazia la volontà popolare è sovrana, assoluta, e il popolo, attraverso quel referendum, ha “ordinato” che la gestione deve essere e restare pubblica, al di là dei “pensieri” e delle logiche del sottosegretario. Minacce, perché tali mi sono sembrate le parole da lui profferite, per come riportate, quali “...poi la vedremo con le preferenze e l'elezioni politiche...” appaiono del tutto avulse dal contesto, né possono usarsi a mo' di bastone per usi o persone non individuabili. Qui si parla di acquedotti e di gestione integrata, di depurazione, di luce, di gas e, in sintesi, si consenta,…di milioni di euro.

La stragrande maggioranza della popolazione d'Irpinia, che ricordo essere intorno ai 450.000, mi appare essere interessata a due punti: primo, che la gestione delle acque sia in mano interamente pubblica - vedi referendum - e secondo, che l'acqua sia potabile, piuttosto che....“commestibile”. Poi, per stare alle parole dell'on. sottosegretario, spocchiose in verità, malgrado si sia poco “scienziati” in Irpinia, poche volte, in queste terre, ha difettato la consuetudine al confronto nel rispetto dei criteri di persuasione; vale a dire che chi sapeva di possedere più “scienza”, aveva la pazienza di spiegare meglio a chi se ne mostrava sprovvisto.

Forse, davvero, siamo di “coccio”, ma, a suo tempo, mal comprensibili già apparvero le scelte di escludere dal collegio elettorale dell'Italicum una parte d'Irpinia o quella di sottrarre ad Avellino il ruolo di capoluogo di una provincia che conservava i requisiti per restare tale. Ombre, rimaste tali, in lotta con i principi di fisica generale, per fini e scopi ultraterreni, vane nel sostenere che sia “il pesce piccolo a mangiare quello grande”. Nessuno scorda che, al di là di simpatie e orientamenti delle sue genti, questa nostra piccola parte di Campania si è popolata e si popola tuttora di persone cui non ha mai fatto, né fa, difetto riconoscimento di rango e intelligenza; oggi, che l'infarinatura di quel mulino si è dispersa invano e sono stati imboccati i sentieri dello scadere, vanno tessendosi scene irriguardose per la nostra comunità e regie di contrasto alla sovranità del popolo.

Si dice: l'alternativa all'accordo Acs-Gesesa è la gara europea. Risposta: perché no? Perché la gara no e questo accordo sì? Ma perché non un’azienda interamente pubblica, come da referendum? Le soluzioni si trovano e i debiti, mai sufficientemente spiegati, si pagano, se resiste la volontà di rispettare il referendum, piuttosto che far strame di esso. È alla scuola della persuasione che bisogna iscriversi, non a quella delle imposizione, magari con ricorso a termini anglofoni e recondite speranze di generare confusioni di sorta.

L'on. Del Basso De Caro dice che lui fa gli interessi dell'Irpinia; sono contento, a patto che precisi pure da quando intende iniziare e vedrà che potrebbero pure non mancare preferenze e simpatie per questo. Al momento non basta invocare, ma forse a sua discolpa, la solidarietà di splendide figure irpine come il presidente dell'Alto Calore, il presidente del Consiglio regionale, il presidente dell'Ato, perché potrebbe darsi che la maggioranza degli irpini non gradisca per niente quanto vada profilandosi, né abbia voglia di vedere disattese le scelte compiute attraverso lo strumento referendario; mal ne incorrerà, in questo caso, perché tradire consapevolmente la volontà del popolo è il peggior reato che può commettersi in democrazia”.

 

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