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    23/11/2017

Primarie, riforme e deriva della democrazia

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Amalio SantoroAVELLINO – Sul tema delle riforme costituzionali ospitiamo un intervento di Amalio Santoro, coordinatore del comitato irpino per il no.

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In  questo tempo politico le democrazie sono erose da tanti “dilemmi della modernità”: i rischi di nuovi conflitti, il grido soffocato dei poveri del mondo, le questioni ambientali sono alcuni interrogativi taglienti che possono ridurre le democrazie ad esperienze  malinconiche, ostaggio degli interessi di pochi e di nuove  e vecchie paure. Di fronte a questioni epocali il dibattito politico italiano appare sempre più asfittico, condizionato dall’opportunismo e dal trasformismo di sempre.

Nel nostro Paese la fine della stagione ideologica, la crisi delle cosiddette grandi narrazioni ha trascinato con sé idee ed idealità: siamo passati in fretta dal “troppo al niente della politica”.

Il tramonto dei partiti popolari, incapaci di essere alternativi a se stessi e corrosi da logiche di potere, ha indebolito le ragioni della rappresentanza, ha infiacchito la democrazia parlamentare, ha spezzato il rapporto tra partiti e società.

Negli anni ‘90 si è provato a recuperare “la politica” e la fiducia della gente  fissando  nuove regole   che hanno favorito un rapporto più diretto tra cittadini ed eletti. Le regole sono una risorsa della politica  ma non la riassumono per intero, non suppliscono alla sua miseria. In  quella stagione è fallito il tentativo di  ricostruire soggetti  politici credibili, “rispettosi e rispettabili”, la possibilità di “rinnovare senza rinnegare”. Ha prevalso una interpretazione mercantile del confronto politico e si è  abbandonato il campo alla semplificazione, agli interessi berlusconiani, a cui in tanti si sono piegati! Si è affermata una “dittatura del presente” che annulla i pensieri lunghi, gli obiettivi differiti: il confronto si è ridotto alla  ricerca  disperata della vittoria ad ogni costo.

Abbiamo vissuto l’imbarazzante stagione della Margherita e l’ambigua “rivoluzione liberale “dei Ds. Negli ultimi anni  si è mostrata debole  la “rivincita della politica” rappresentata dal Pd, un partito nato male da un mero accordo tra ceti dirigenti, nazionali e periferici, esausti ed autoreferenziali. Il dato quantitativo del Pd non si è trasformato in qualità della proposta, in un messaggio di ragionevole speranza per la gente, schiacciata dalla crisi economica e sociale. Le primarie, stigma del nuovo corso della storia, sono state al più una finzione, spesso un imbroglio, in genere la corsa sgangherata verso il vincitore di turno. Un partito “malato” inganna se stesso e si perde anche se pratica metodi innovativi per la selezione dei candidati; servono forze politiche credibili e dirigenti indiscutibili per coinvolgere i cittadini nelle proprie scelte, per allargare la partecipazione e gli spazi di libertà.

La vittoria mutilata del centrosinistra nelle elezioni politiche del 2013 ha spianato la strada  ad una nuova generazione, ad una leadership post-ideologica, pragmatica, a tratti spregiudicata. Il Pd renziano ha cambiato pelle, ha assunto i caratteri di un contenitore omnicomprensivo, una sorta di non luogo, un bivacco di gente pronta a “tutte le rivolte ed a tutti i pentimenti”. Il Pd del nuovo corso si presenta e si rappresenta come una forza moderata, un partito trasversale, segnato da un segretario nazionale in titanica solitudine e da una assoluta permeabilità in periferia. Il disastro politico e morale del Pd in Campania - in Irpinia  prevalgono tratti macchiettistici - ne sono la plastica conferma.

Il Pd 2.0 è una forza molto diversa dal partito immaginato in continuità con l’esperienza dell’Ulivo, con le sue culture fondative. Constatiamo inoltre che la crisi del berlusconismo, l’estremismo leghista ed il populismo grillino creano un vuoto politico, soprattutto a destra, occupato dall’eclettismo e dalle narrazioni renziane. Si ripete stancamente che “fuori del Pd non c’è salvezza”, si tratta di un’espressione consolatoria perché alla lunga le democrazie senza alternanza, dominate da un partito ”pigliatutto”, si ripiegano e si perdono, spesso si consegnano a poteri oscuri. La democrazia italiana è dunque ancora bloccata, si conferma la sua “anomalia”, si allontana l’obiettivo di un bipolarismo maturo.

In questo quadro politico le riforme istituzionali imposte dal governo non solo consegnano tutto il potere al presidente del Consiglio ma “ingabbiano” la difficile democrazia italiana, riducono gli spazi di partecipazione, mortificano l’autonomia dei corpi intermedi, cancellano il disegno moroteo  di una democrazia compiuta.

Le cosiddette riforme consentono al capo dell’esecutivo di imporre le sue decisioni ad una Camera di “nominati” con l’Italicum. Si potrà conquistare la maggioranza dei deputati pur essendo  espressione di una ridotta minoranza dei votanti. Il Senato è  una sorta di “dopo-lavoro” regionale, il decentramento viene di fatto annullato, sopravvive con altre sigle il “pasticcio” della  Provincia.

La Carta Costituzionale nata dalla Resistenza e dalla lungimiranza dei “Costituenti”  viene dunque stravolta, è necessaria una straordinaria mobilitazione per impedire questa deriva “asiatica” della nostra democrazia.

Dire no alla controriforma renziana è la condizione per restituire “lo scettro” ai cittadini, per ricostruire soggetti politici democratici, per dar respiro e futuro alla democrazia italiana.

 

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