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    23/09/2017

Inquinamento, eco-mafiosità ambientali e ruolo della politica

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita3_vdesab.jpgAVELLINO – Sul tema dell’inquinamento ambientale e del ruolo della politica ospitiamo un intervento di Aldo D’Andrea, presidente “Amici di Fondazione Sudd” di Avellino.

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Mesto è il rilievo che delittuosi eventi avvenuti in luoghi diversi della nostra provincia sono causati sempre da ragioni legate ad avidità e incuria. L’insieme delittuoso degli inquinamenti ambientali di Borgo Ferrovia, della Valle del Sabato, del Mandamento di Baiano, del fiume Irno e di altre aree della nostra provincia dà frutti velenosi per le sue genti tanto che, stando ai rilievi scientifici del Crom di Mercogliano, il Baianese ed il Solofrano sono le aree irpine ove il tasso di incidenza delle patologie di natura oncologica è maggiore e sovradimensionato.

L’affaire Isochimica, poi, parla per sé, abbondantemente pubblicizzato, finalmente, come pure le scelte dei cittadini della Valle del Sabato che denunciano paure e preoccupazioni con la civiltà e la compostezza delle loro giuste marce di protesta. Quasi vi fossero ragioni “oggettive” per una sorta di silenziosa tolleranza al vilipendio costante perpetrato ai danni dell’ambiente e dell’ecosistema, atteggiamenti di bonomia e di distinguo fanno corredo giustificativo per quelle che sono assolute nefandezze, nella assenza, al contrario di come si dovrebbe, dell’allerta ad innalzare muri di dinieghi indignati, rabbiosi verso chi attenta alla sanità dei luoghi e delle persone. La incuria e la avidità, perfidamente coniugate, offre ai disagi esistenziali delle persone di quei territori in cerca di lavoro il contrappunto della rapacità del profitto, inventando un colpevole mix culturale per elevare il delitto ambientale a dibattito filosofico dove ad un lato si pone la richiesta legittima di lavoro, all’altro il contrappunto speculativo del non rispetto di norme e vincoli di legge.

Scorribande di profitti, colonizzazione di territori, complicità peccaminose, beata ignoranza sono perciò le condotte da sopportare in termini di costi marginali privati e di scelte positive unicamente volte agli interessi aziendali. L’impiego dei lavoratori in mansioni pericolose, le loro scarse o nulle tutele, perciò, devono essere il costo marginale sociale sull’altare di un profitto che ignora, elude, sottovaluta ciò che può chiamarsi principio di benessere individuale e sociale. Non vi è traccia di questo nefasto comportamento né nel popolarismo cattolico né nel marxismo socialista. L’esigibilità del dovere di vigilanza sul generale andamento del ciclo di lavorazione fa obbligo di porre in essere misure di prevenzione per la tutela della salute dei lavoratori e della salubrità dell’ambiente, cosicché orientare la complessiva gestione aziendale verso ragioni di sicurezza.

La questione così investe lo stesso sistema democratico nel quale è contemplato che gli interessi sociali vanno salvaguardati come o più di quelli economici, essendo scritta nei principi della democrazia la tutela dei lavoratori e dei ceti più deboli. Perciò, la condotta da tenere in termini di prevenzione ambientale e antinfortunistica è fatto rilevante in sé e, pertanto, ogni violazione degli specifici termini di prevenzione è prima di tutto delitto culturale perché la mancata adozione delle misure cautelari dovute, stante la sussistenza del rapporto di causalità tra la violazione delle norme antinfortunistiche e l'evento-patologia riconosciuta, fa decadere del tutto quel giusto principio del benessere individuale, determinando una elevazione del livello di rischio sia sulla persona che sulla società.

I livelli istituzionali, gli eletti dal popolo, gli enti pubblici preposti hanno un dovere ineludibile, che è il controllo e la tutela dei territori, a salvaguardia del diritto di “vivere” e della sanità dell’ambiente. Non è assolutamente accettabile che superficialità, incuria, indolenza siano l’incivile corredo di amministrazioni democratiche, specie, ma non solo, di quelle municipali.

È esigenza politica, dovere dei suoi dirigenti e rappresentanti, evitare che l’avidità e l’illegalità prevalgano e generino quell’orrido conflitto che svaluta gli uomini e annichilisce la cultura del lavoro quale fonte di sostegno ad una vita operosa e dignitosa. Chi interra rifiuti tossici è colpevole quanto coloro che li producono e quanto quelli che disattendono i controlli del territorio; la magistratura ha diritto e dovere di perseguire costoro, tutti, e l’opera che compie deve essere considerata e gratificata, divenendo essa guardiana della democrazia, ancor prima che della giustizia. In questo, la Procura della Repubblica del Tribunale di Avellino sta esercitando quanto deve e quanto può nell’interesse di noi cittadini, facendo argine alle diffuse eco-mafiosità ambientali che purtroppo si stanno mostrando presenti nella nostra provincia. Occorre riformare la politica.

 

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