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    23/09/2017

Referendum/Destra e sinistra nel fronte del No per abbattere Renzi

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L'aula di MontecitorioAVELLINO – Sul referendum costituzionale in programma il prossimo 4 dicembre ospitiamo un intervento di Luigi Anzalone, ex presidente della Provincia di Avellino, già assessore al Bilancio nella giunta Bassolino.

*  *  *

A chi è di sentimenti e di convincimenti democratici e di sinistra suscita tristezza e amarezza, ma non giunge, almeno in parte, come una notizia inattesa e sorprendente quella per cui, capeggiata da Massimo D’Alema con fiero cipiglio e con la solita supponenza, una parte del ceto dirigente di quel che fu il Pci non solo è intenzionata a votare No al referendum costituzionale, ma sta facendo una campagna elettorale forsennata, sparando ad alzo zero contro i ben più miti e dialoganti sostenitori del Sì.

La mancata sorpresa, che pure non lenisce il dispiacere, dipende dal fatto che la sinistra, o meglio la parte peggiore di essa, non è nuova ad imprese in cui si pone oggettivamente e, diciamolo, soggettivamente a servizio della destra in nome di uno pseudo ultrasinistrismo confuso, plebeo, d’accatto. Nel caso dell’appuntamento referendario del 4 dicembre prossimo, D’Alema e i suoi sodali – senza provare né imbarazzo o esitare – si stanno caratterizzando come l’appendice servizievole della Vandea clerico-fascista, reazionaria e pericolosa, talvolta corrotta e corruttrice, spesso mafiosa e sempre manigoldesca, che si oppone alla riforma costituzionale e vuole far cadere Matteo Renzi. Basta fare i nomi dei leader (si fa per dire) della tutt’altro che raccomandabile armata Brancaleone della destra per provare un moto insieme di ripulsa e disgusto – politico, morale, umano – per personaggi come il capo della Lega Matteo Salvini – che, senza sentirmi razzista, non riesco a credere che appartenga alla razza umana, l’unica che, sulla scorta di Einstein, riconosco –, di Beppe Grillo e dei suoi accoliti, il cui squadrismo verbale, unitamente alle posizioni di ultradestra in politica estera e in tema di immigrazione e alla risibile inconcludenza del programma grillino, dà il senso della decadenza antropologico-culturale della politica italiana – a Berlusconi per il quale parlano “ad abundantiam” le cronache giudiziarie, alla fascista e dialettale Meloni, alla quale auguriamo di diventare presto mamma e di crescere un figlio che le insegni a ragionare con la ragione. En passant, sul No di Sel sorvoliamo: da quando,  per due volte, la prima con l’attivo aiuto di D’Alema (1998 e 2008) fece cadere il governo capeggiato da Romano Prodi, si è capito che agisce come chi, sciente o insciente che sia e senz’altro a titolo gratuito, sta a servizio permanente effettivo  della destra più illiberale, opaca e malsana di questi ultimi decenni.

Per fortuna che, a sinistra e nel Pd, a sostenere, con intelligenza e anche il giusto spirito critico, le ragioni del Sì ci sono personalità come Arturo Parisi, intellettuale finissimo, cattolico autenticamente di sinistra, ideologo primo dell’Ulivo, e Antonio Bassolino, un “ombre vertical”, già sindaco di Napoli, maltrattato da quella parassociazione a non fare bene che è il Pd napoletano. Tra i giovani, mi permetterei di segnalare Pina Picierno per la sua valentia mentale e limpidezza morale, cui dovrebbe aggiungere maggiore coraggio nel battersi per un Pd campano che onori la politica pulita.

Ma torniamo a D’Alema. Nel motivare il suo No, senza “se” e senza “ma”, colui che una volta era chiamato il leader maximo del Pds  e dei Ds, che anche io ho tanto stimato  e amato,  proclama che la riforma costituzionale è un “papocchio”, che si accompagna a una legge elettorale antidemocratica  e liberticida, che conferisce al premier una serie mostruosa di poteri,  tant’è che  la sua coscienza democratica e libertaria si ribella, oltre al suo gusto intellettuale per le cose ben fatte specie quando si parla di Costituzione. Aggiunge, D’Alema, che, una volta bocciata l’attuale riforma, una buona legge elettorale la si può fare in pochi mesi e, con essa, anche una riforma costituzionale altrettanto buona che riduca il numero di parlamentari e renda davvero funzionante il nostro sistema istituzionale.  E giacché il partito socialista europeo – di cui fino a qualche istante fa ha sostenuto di essere uno dei suoi massimi esponenti – ha detto che la riforma costituzionale di Renzi è buona, DAlema si è risentito e ha mandato il Pse a quel paese.

Per parte nostra, prima di entrare nel merito, vorremmo chiedergli perchè mai lui e la destra fascista e reazionaria dicono le stesse cose. Anche quella gente lì è diventata democratica e amica del popolo? E, poi, è credibile che lui e la destra faranno la riforma elettorale in pochi mesi (se non è  un nuovo Porcellum)? E faranno pure la riforma costituzionale? Chi lui, Berlusconi e Salvini, firmando un nuovo “Patto della crostata” a casa di Gianni Letta?  Certo è che, se lasciamo stare, per non andare troppo lontani, “il Patto costituzionale” di De Mita (anni Sessanta) e la “Grande riforma” di Craxi (anni Settanta), mai realizzati, ci imbattiamo in tre epici e sonori fallimenti:  quelli della bicamerale presieduta da Aldo Bozzi, liberale (1983-!985), della bicamerale presieduta da Ciriaco De Mita prima e da Nilde Iotti dopo (1993-1994) e della bicamerale presieduta da D’Alema,  proprio lui, nel 1997.

Ma di più: come si fa a non sentire che spira sull’Occidente un cupo vento di destra, qualcosa di brutto e di torbido, che è fatto di una miscela di razzismo, xenofobia, nazionalismo, darwinismo sociale, egoismo, avventurismo plebeo e miserabile, fascistoide? Dice niente a nessuno Trump in America, la Brexit in Gran Bretagna e il fanatico rigurgito canagliesco destroide antireferendario in Italia? Vogliamo anche una Brexit italiana? O è ancora possibile un po’ di “recta ratio”? Non sappiamo ancora come andrà a finire nelle elezioni americane. Speriamo bene. Anche con la Brexit sinora si è evitato il peggio. Infatti, grazie all’Europa unita, la competizione tra il capitalismo inglese – che è avvalso delle frustrazioni sociali di chi se la passa male dando all’Europa quella colpa, che è invece sua – e il capitalismo tedesco si è risolta con un referendum e la fuoriuscita del Regno Unito dalla Ue. Si è evitata così una guerra, come la Prima guerra mondiale, scatenata, per dirla con Lenin, per stabilire quale dei due gruppi di banditi della finanza, quello  inglese o tedesco, dovesse  avere la parte del leone. La cosa finì, come si sa, con decine di milioni di morti e feriti e immani distruzione.

Veniamo ora al nostro referendum. Limitiamoci, in questa sede, alla questione della legge elettorale, riservandoci in un successivo articolo di entrare nel merito della riforma. Indubbiamente, la legge elettorale va cambiata. Occorre rendere i cittadini  italiani davvero protagonisti della scelta di chi li governerà sia come partito o coalizione sia come parlamentari. Una cosa del genere non solo è giusta in sé, ma  – diciamolo pure – accadrebbe per la prima volta nella storia d’Italia, anche se un precedente è rappresentato dal sistema elettorale con i collegi uninominali e la correzione proporzionale del 1994.

Senza sfidare il paradosso e dicendo la verità vera possiamo dire  che, in Italia, dal 1948 al 1994, si è votato in modo quasi del tutto  libero  solo due volte.  La prima  fu nel 1948 allorché  il popolo italiano, reduce dalla dittatura fascista e dalla catastrofe della Seconda guerra mondiale, rifiutò una nuova dittatura, quella comunista. E si affidò alla Dc di De Gasperi e ai suoi alleati centristi (Pli- Psdi-Pri). Da quel momento in poi, per 46 anni, l’Italia è stata una “democrazia bloccata” in quanto  le elezioni politiche non sono più servite a stabilire chi governava e chi andava all’opposizione, giacché era un a priori, puntualmente confermato dall’a posteriori elettorale, che avrebbe dovuto vincere  la  Dc e avrebbe dovuto perdere il Pci. Elezioni o non, l’Italia apparteneva alla sfera di influenza occidental-americana. In un divertante e amaro film degli anni Sessanta,  Colpo di Stato di Luciano Salce, si mette in scena il disperato sconcerto dei dirigenti comunisti perchè hanno vinto le elezioni. Poi, grazie a una serie  di brogli, concordati tra Dc e Pci, tutto torna a posto: il Partito comunista ha avuto una grande avanzata, ma ha vinto lo scudo crociato.

Ma almeno i propri deputati gli italiani li sceglievano di testa loro? Quando mai! Vediamo come andava nei due maggiori partiti, la Dc e il Pci. Le liste democristiane erano formate in base alla divisione per correnti o bande che dir si voglia, manuale Cencelli alla mano. Ogni banda aveva i suoi candidati ed eserciti e coorti di clienti-elettori che davano le preferenze (quattro). La preferenza dell’elettore isolato era ininfluente. Era eletto deputato o senatore o consigliere comunale o regionale il prescelto dal capo-bastone della corrente. Ovviamente, anche i pubblici concorsi erano truccati al 100%. Valeva la raccomandazione non la preparazione, sicché i concorsi erano il pascolo abusivo degli asini raccomandati.

E nel Pci? Era peggio che andare di notte. Da noi imperava il  centralismo democratico. In base al centralismo, già gli organismi dirigenti non erano scelti, al termine dei congressi, votando i  candidati di più liste, ma quelli di una lista – la cosiddetta “lista bloccata – che ne conteneva un numero pari a quello da eleggere.  Si votava con voto palese per alzata di mano. E guai a non alzarla, la mano. Per gli eletti nelle istituzioni, a cominciare dai deputati e senatori, si celebrava l’apoteosi  dell’antidemocrazia. La  lista dei candidati era divisa in due parti: quella dei  “designati” dagli organismi dirigenti a essere eletti e i “portatori d’acqua”, ossia coloro che dovevano fare la campagna elettorale ma non essere eletti. Le sezioni, poi, sulla base delle quaterne preconfezionate,  distribuivano le schede perché tutto ciò che il partito aveva deciso fosse eseguito ubbidientemente  dal popolo comunista.

Bersani ha detto di recente che gli ha una concezione della democrazia superiore a quella di Renzi. Ne prendo atto, ma non mi risulta che lui, che pure è stato un alto dirigente del Pci, abbia mai fiatato in merito a questo sistema che espropriava gli elettori comunisti del diritto di scelta dei loro rappresentanti nelle istituzioni. E neppure D’Alema ha mai detto: “A o B”. Sbaglio? Ma no!

Si dirà: i vari D’Alema e Bersani avranno fatto ben altre battaglie democratiche all’interno del partito. Sarebbe stato bello, ma non è stato così. Battaglie del genere, pagando prezzi salatissimi, le ho fatte io ed altre migliaia di militanti e dirigenti di  provincia. Ad esempio, nell’anno di grazia 1969, ero giovane componente della segretaria provinciale del Pci e direttore del settimanale  comunista Il progresso irpino. Ebbene, dopo la radiazione dei compagni del Manifesto, di cui condividevo davvero poco, firmai, insieme al compianto professore Federico Biondi, un corsivo pubblicato in prima pagina sul Progresso irpino per protestare contro l’ingiusta repressione del dissenso e del libero pensiero. Fummo processati in due lunghe, stupide e annoianti riunioni del comitato federale e della commissione federale di controllo al termine delle quali fummo “sollevati” dai nostri incarichi. L’Unità pubblicò il comunicato del Cf  e della Cfc riguardante il nostro “sollevamento”. Nino Nutrizio scrisse sulla Notte di Milano un divertente articolo di fondo dal titolo “I due sollevati”. Anche Le Monde e la migliore stampa italiana e straniera sottolinearono il nostro senso di libertà e il coraggio che lo animava.

Caro Bersani e caro D’Alema, voi due dove stavate? Eravate diventati afoni in attesa di insegnare la democrazia a Matteo Renzi, che non era ancora nato? Sì, sarà stato così.

 

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