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    21/09/2017

Uno slancio di futuro nella lezione di Di Nunno

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Antonio Di Nunno in una foto del giugno 1998AVELLINO – In vista del convegno che il nostro giornale, come si può leggere in altri articoli, ha organizzato per domani, presso la sala blu dell’ex carcere borbonico, per ricordare l’anniversario della scomparsa di Antonio Di Nunno, ospitiamo un intervento di Luca Cipriano.

*  *  *

L’anniversario della scomparsa di Antonio Di Nunno non può certo ridursi al tradizionale, sincero o di circostanza, esercizio di retorica. La morte, due anni fa, di un uomo e di un sindaco così incisivi nella storia della città di Avellino, non può essere soltanto celebrata nel ricordo, nel rimpianto, nel cordoglio. La morte di Antonio Di Nunno merita uno slancio di futuro piuttosto che malinconico passato. La morte di Antonio Di Nunno richiede un gesto rivoluzionario per celebrare appieno lo spirito, la morale, la passione e l’insegnamento di quello che ormai in tanti ricordano come l’ultimo, vero sindaco della città di Avellino. Quando Di Nunno è scomparso la città ha perso una voce libera e fastidiosa, veritiera e pungente, irritante e visionaria, moderna e lucida. La politica ha detto addio ad un personaggio scomodo, capace di generare tanto slancio e passione quanto di alimentare polemica e divisioni.

È vero. Antonio Di Nunno è stato un uomo che ha diviso, che ha diviso l’utile dall’inutile, il mediocre dall’eccellente, il piccolo cabotaggio dal respiro di prospettiva, la politica dagli affari, la città dai suoi padroni. È stato un sognatore, a suo modo un rivoluzionario, un integro e fedele sostenitore della pulizia morale come insegnamento di vita e di agire politico. È stato il primo sindaco eletto direttamente dagli avellinesi, e per questo più di tutti amato e odiato allo stesso tempo dai concittadini che vedevano in quel giornalista appassionato e testardo, irascibile e gentile, il “loro” sindaco, quello che avrebbe dovuto risolvere all’improvviso tutti i problemi, anche quelli più impossibili, anche quando tutto e tutti hanno remato contro.

E così non è stato, chiaramente. Di Nunno fu fermato, tradito e abbandonato da generali e soldatini di giornata che ancora oggi pascolano nei campi della politica senza lasciare traccia di alcuna utilità.

Usato e messo da parte prima che l’urbanistica degli affari venisse censurata, che la più grande operazione di recupero di edifici storici a vocazione culturale prendesse piede, che la qualità fosse eletta a criterio per la selezione delle classi dirigenti, che il ruolo di un sindaco fosse collegato alla capacità di avere idee, progetti, visioni, umanità, lealtà, passione. Di Nunno frenò bruscamente la sua corsa senza avere paracadute alcuno. Si fece male, molto male.  La sua anima sensibile, la sua acuta intelligenza, il suo fisico fragile credo ne abbiano risentito ben più di quanto sia stato mai raccontato o percepito.

Due anni fa la morte. Da allora il ricordo non si spegne, tenuto vivo soprattutto da quel gruppo di colleghi ed amici che instancabilmente omaggiano l’uomo ed il politico in ogni modo possibile, non ultimo con il ciclo di eventi sull’urbanistica ad Avellino, altra storica passione del sindaco Di Nunno. Tutto questo non può finire con la morte dell’uomo. Tanta tenacia ed energia, tanto spirito di servizio, tanta irrituale concezione della politica, tanto rigore ed estro, concretezza e innovazione non possono spegnersi e ridursi a ricordi sempre più sbiaditi.

Nei nove anni in cui è stato sindaco, Antonio Di Nunno ha dimostrato che un’altra Avellino è possibile. Non lo ha solo enunciato, lo ha fatto. Non si è limitato ad un racconto della realtà (lui che con le parole era molto bravo) ma ha saputo costruire la realtà, plasmarla e modellarla in maniera diversa, originale, unica. Non è mai stato un cantastorie, un chiacchierone, bensì un uomo saldamente concreto. Ha rifiutato con coraggio l’idea che la politica fosse “vuota” e l’ha “riempita” di progetti, iniziative, speranze, visioni, persone.

Antonio Di Nunno aveva rimesso le persone al centro del suo agire politico. Persone che, come lui, lavoravano per altre persone, i cittadini di Avellino. Ecco cosa, forse, gli sarebbe piaciuto. Che persone, tante o poche, smettessero di lamentarsi e si “sporcassero” le mani. Che persone condividessero oggi la sua idea di città, fossero animate dalla sua stessa passione, avessero la sua capacità di indignarsi, di reagire. Che persone guardassero con fiducia alla politica perché può essere attività libera, pulita, semplicemente bella. Che persone avessero voglia di fare qualcosa per gli altri, per la città intesa come bene comune. Che persone continuassero quel progetto di costruzione di un’altra Avellino. Quella che lui aveva visto per primo.  Quella che ci ha dimostrato può esistere davvero.

 

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