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    19/07/2019

Avellino-Roma: così distanti?

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Il segertario nazionale del Pd BersaniAVELLINO – Due riflessioni: una di carattere nazionale, una provinciale. Per quel che riguarda il livello nazionale, mai tanta confusione è regnata sotto il cielo del centrosinistra. La cosiddetta fusione a freddo tra le anime ex Dc e quella ex Pci, con un piccolo innesto socialista, non ha mai portato grandi risultati. Questo vale per tutto il ventennio della seconda Repubblica ma vale tanto più oggi con la discesa in campo del rottamatore fiorentino, figura in tutto e per tutto del tipo berlusconiano.

Il peccato d’origine sta nell’aver cercato di unire due debolezze sperando che ne venisse fuori una forza. Erano disperati gli ex Dc e gli ex Pci entrambi alle prese con nodi mai risolti. Per i primi un fallito ritorno alle origini degasperiane, per i secondi il non aver mai voluto fare i conti con la storia del progressismo occidentale che, in tutto il mondo, si  chiamava e si chiama socialismo. Bisognava liquidare la storia nobile del Psi utilizzando vie giudiziarie ed approfittando degli errori - moltissimi sul piano comportamentale, pochi su quello politico - per chiudere i conti col progressismo riformista, da sempre incarnato dagli eredi di Nenni, Saragat e del grande presidente Pertini.

Ancora oggi, tranne timidi, tardivi riconoscimenti, si fa di tutto per evitare finanche di chiamarsi socialisti quasi che, prima di Livorno, non fossero tutti sotto quella unica bandiera. Troppo lontano ci porterebbe una disamina completa. Quello che non si può tacere è che i nodi sembrano venuti finalmente al pettine grazie ad una sciagurata legge elettorale ed all’irruzione sulla scena del duo clownesco  Berlusconi-Grillo. Se si aggiunge il Fonzie fiorentino il panorama è completo.

Quale la soluzione? Ritornare al popolo sovrano per chiedergli, una volta e per tutte, di risolvere l’intricata situazione politica. Chi, come me, non ha fregole politiche ed elettorali, può tranquillamente affermare che la responsabilità dello stallo è degli italiani. Siamo un popolo che, non avendo fatto i conti con una autentica rivoluzione, anche con sangue versato,  che portasse ad un’autentica pacificazione nazionale, continua a baloccarsi nell’inseguimento dell’uomo salvifico che risolva i problemi che sono, invece, insiti nella nostra natura fatta di capacità di lavoro, di sacrifici, di inventiva, di intelligenza diffusa ma che ha un comune denominatore: la furbizia, la cura del proprio particulare in spregio ad ogni senso civico. Se si aggiunge la questione Vaticano e cattolicesimo, il quadro è completo. Perché porsi il problema di vivere rispettando regole ed avendo comportamenti virtuosi quando basta un’Ave ed un Pater per risolvere ogni cosa?

Volendo evitare di farsi prendere la mano da voli tanto pindarici quanto velleitari, ritorno all’attualità politica. Svanito il sogno di tenere insieme il diavolo e l’acqua santa, lasciando ad autentici conservatori il riordino del proprio campo, si riappropri, la sinistra riformista e democratica, del suo spazio dove laici e cattolici, possano reintrodurre il nostro Paese nel novero delle nazioni occidentali. Per fare ciò è necessario che il Pd rompa la sua  unità fasulla? Ben venga. Renzi si faccia il suo partito con i finanzieri finanziatori. L’anima progressista e riformista ritrovi il bandolo della matassa affidandosi a persone alla Barca o alla Civati e ritrovando un totale comune sentire con Vendola ed i suoi. Un partito progressista non può essere rappresentato da uomini della finanza internazionale, quella stessa che ha fatto diventare oggetto di speculazione finanche il grano ed il riso scommettendo al rialzo o al ribasso quasi che dietro le loro operazioni non ci fosse il dramma di uomini, donne e bambini che muoiono di fame. Ci si potrebbe attardare sui guasti del denaro che crea denaro senza favorire sviluppo per le imprese che producono beni materiali ed occupazione, ma per far questo di ben altro spazio ci sarebbe bisogno.

*  *  *

Non fosse per il pulpito da cui viene la predica, verrebbe proprio da dire che il comunicato del circolo Foa abbia colto nel segno. Lo spettacolo offerto dal Pd sulla scelta primarie sì-primarie no, sul balletto Gabrieli sì-Gabrieli no e su tutte le strambe evoluzioni, involuzioni, doppi salti mortali, con e senza avvitamento, è davvero dei meno commendevoli. Il partito è allo sbando. Manca una guida sicura e finanche i canali di comunicazione che legano quelli che contano a quelli che ufficialmente reggono il partito si sono completamente interrotti. La segretaria, sempre più sull’orlo di una crisi di nervi, non sa più a che santo votarsi. I deputati sono bellamente latitanti. Le “ispirazioni”, che un tempo non mancavano, sono legate più a fenomeni di arteriosclerosi che a disegni politici chiari. In questo quadro il rischio serio e concreto che la città sia affidata alla destra appare sempre più vicino. Per dirla tutta, gli errori affondano nella preparazione delle liste per Camera e Senato. Un partito serio mai avrebbe permesso al sindaco in carica di dimettersi per inseguire velleità personali tanto più che si usciva da un decennio di fallimenti e di riduzione dei cittadini di Avellino al rango di sudditi questuanti.

Galasso ha fatto danni che richiederanno, per essere superati, ben più del decennio che li ha generati. Per uscirne serviva un seppur implicito riconoscimenti degli errori commessi. Tralasciando la prima consiliatura quando era troppo forte il rischio di perdere, per non raschiare il barile del consenso fino a recuperare finanche la feccia ( in senso strettamente vinario), l’errore è stato permettergli di ricandidarsi e di coltivare velleità e carrierismo. Il Nostro non ha esitato a minacciare sfracelli e passaggi di campo. La conclusione è stata che il passaggio di campo c’è effettivamente stato; che il partito non ha avuto tempi e modi per immaginare una “successione” ragionata non solo al sindaco ma anche alla pletora dei “portatori” di voti che lo hanno affiancato fino in fondo. In questo quadro, era facile immaginare quel che sarebbe successo. Se si aggiunge la mancata elezione del senatore De Luca ed i suoi problemi di salute, si capiscono bene gli esiti di oggi.

Per ricapitolare, c’è stato il maldestro tentativo di escludere Gabrieli dalla corsa alle primarie; la rottura dei rapporti con l’unico alleato politicamente ed elettoralmente praticabile – Sel - e la sceneggiata del ricorso alla magistratura per porre fine alla disputa. Il tutto intervallato dalle solite trame di chi non si è rassegnato, e non si rassegna, al ruolo cui il passare del tempo e l’insipienza politica lo condannano: starsene a casa in panciolle pensando ai suoi problemi giudiziari. Accuse e controaccuse di volere il sacco della città e di essere referenti del mondo del mattone si sprecano tra i duellanti. Appelli, lanciati per cercare di far ragionare le forze del centro sinistra, lasciati bellamente cadere da chi più aveva interesse a ritessere una tela di rapporti ormai lacerata. Tutto si è fatto tranne l’unica cosa che si doveva: prendere atto che le primarie in salsa italiana, tanto più irpina, sono una comica e che bisognava che i partiti si assumessero la responsabilità di una scelta che avrebbe lasciato sul terreno dissapori e mugugni ma che mai avrebbe generato le divisioni irrecuperabili della fase attuale e di quella che verrà, se non si dovesse recuperare il bandolo della matassa.

Tornando all’incipit, cosa ha fatto il circolo Foa ed il suo referente per evitare il disastro? Le solite manfrine, i soliti abboccamenti dietro le quinte col Ciriaco alla ricerca di nomi condivisi. Naufragato il tentativo di allargare all’Udc (antico sogno del datato manovratore) si è pensato bene di ritessere la trama con Montefalcione: tutto vano! Non è riuscito al Fierro, dietro trame ed intrighi, il giochino riuscito con l’elezione della sua giovane protetta: nascondere la pochezza del seguito elettorale che solo errori altrui può esaltare. Basta ricordare le ultime elezioni regionali dove l’abbandono della povera Grassi a favore di Pennetta provocò l’elezione di Rosetta D’Amelio. Il problema era che Donatino aveva un forte legame con il famoso giudice-geometra (o tempora o mores!) – che, in qualità di grande elettore, aveva saldi legami con i potenti della Dc  irpina. Basti pensare che finanche io, che mai avrei scelto la sociologa di Lioni, finii col votarla pur di scongiurare un male peggiore. Cosa si può fare a distanza di ore dalla celebrazione delle primarie? Poco o niente se non resettare tutto e riprendere le antiche liturgie degli interpartitici con la speranza che si riesca a trovare un candidato condiviso, scelto tra quelli che si sono proposti alle primarie ma, perché no, anche al di fuori dei “magnifici” 7 o 8 che siano. Non provarci significherebbe ammettere che Avellino manchi di uomini e donne dabbene e questo è tanto inaccettabile quanto falso.

 

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