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    16/02/2019

Il pensiero ed il rigore di Dorso nella lezione di Federico Biondi

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Federico Biondi (foto di Carmine Bellabona)AVELLINO – Ripeto oggi quel che dissi durante il convegno che si svolse in occasione della presentazione ad Avellino del libro-testamento sulla sua esperienza nel Pci (in pratica una vita): Federico Biondi, spentosi ieri, è stato l’unico uomo d’acciaio che la città di Avellino avrebbe potuto offrire alla causa della rivoluzione meridionale. Perché gli uomini d’acciaio che Dorso indicava come gli unici possibili protagonisti di una grande ed epocale rivolta del Meridione d’Italia contro la forma di Stato che gli era stata calata addosso – quella della monarchia, dell’apparato centralizzato di derivazione napoleonica (prefetti, questori ed intendenti) – non erano soltanto uomini inflessibili, ma anche protagonisti di una invasione culturale di ogni anfratto della società italiana. E se Guido Dorso pensava che questo processo dovesse partire dal Sud era per la sua constatazione di quanto sgangherata fosse la realtà meridionale e di quale infezione il Meridione era stato portatore e di cos’altro ancora sarebbe stato capace di produrre.

Per compiere questo immane lavoro ci sarebbero voluti uomini pratici nell’agire, intellettuali, dirigenti politici eccezionali. È su questa grande proposta politica che un giovanissimo Federico Biondi (sedici anni appena) apre gli occhi sia per l’insegnamento paterno che per le sue audaci frequentazioni che gli costeranno anche un breve soggiorno nel padiglione dei prigionieri politici voluti prima dal fascismo, poi dal governo Badoglio.

Le discussioni con gli antifascisti avellinesi, come - dopo l’8 settembre - l’incontro con Guido Dorso nel cosiddetto palazzo della Cei in Piazza Libertà,  rimasero sempre fortemente impressi nel suo cuore prima ancora che nella sua mente. La dissoluzione elettorale degli Azionisti di Dorso – che verrà subito a mancare – gli lasceranno una sola strada riformatrice da percorrere: il Partito comunista che gli sembrava l’unica arma per far prevalere, in Irpinia ed il tutto il Meridione, le ragioni di una società contadina emarginata. E pensò con convinzione che a guidarla verso il riscatto dovesse essere sempre una classe dirigente intellettualmente forte e sul piano organizzativo  ben guidata. E dentro il Pci fece sempre prevalere le ragioni del dialogo e dell’apertura verso chi aveva visioni completamente diverse, come fece quando nel 1968 espresse – insieme con Gino Anzalone – sul giornale Il progresso irpino il dissenso per la radiazione dal partito del gruppo che aveva osato pubblicare un suo giornale, Il manifesto, per criticare la linea ufficiale del Pci su tante questioni.

Se Guido Dorso fosse vissuto di più quanti uomini d’acciaio avrebbe trovato per la sua grande causa (“la rivoluzione sarà meridionale o non sarà…”). Ad Avellino io ne avevo trovato uno: Federico Biondi, protagonista intemerato, tra l’altro, della politica in città, tema vasto che conviene trattare in un’altra occasione. Riandando indietro con la memoria ne trovo un altro a Lacedonia, il sindaco-poeta Nicola Vella (tanti scritti ed anche tanti silenzi nella storica tipografia Pergola di Piazza Solimene) ed un altro ancora, socialista lombardiano negli anni Cinquanta per un breve periodo sindaco di Ariano, il professor Mario Ortu. La mia memoria si spinge fino al piccolo grande sindaco di Santo Stefano del Sole, il professor Angelo Di Meo, anche consigliere provinciale, che rimase nell’ombra quando i suoi amici di partito nella Dc ed in Italia divennero forti ed onnipotenti.

Dorso voleva certo uomini d’acciaio. Io ne ricordo soltanto quattro in Irpinia che pure è stata la terra dei “magnifici sette”. Ma questi ultimi non erano d’acciaio, erano tutti d’oro…

Addio professore, e perdonatemi se ancora oggi, malgrado i vostri inviti, non riesco a darvi del tu.

Aggiornamento del 18 maggio 2014, ore 10.30 - Caro sindaco e carissimo Tonino, sei e resti un principe della scrittura e del pensiero storico-politico fatto di intelligenza illuminante e anima grande. Lo dimostra ancora l'articolo bello e sublime su Federico, il migliore tra quelli scritti dopo la sua morte. Con la tua elegante ed essenziale poeticità meditante hai detto tante cose giuste e profonde di cui una va felicemente oltre il pensiero dorsiano: quella di dover essere - come il nostro professore lo fu - "protagonisti di una invasione culturale di ogni ogni anfratto della società italiana" per puomuovere la dorsiana rivoluzione meridionale. Gino Anzalone

 

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