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    19/04/2019

Nel Parco dell'Irpinia l'esempio della Valle dell'Ofanto

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Irpinia3_conza_oasi.jpgAVELLINO – L’iniziativa varata – con etichetta Val d’Ofanto – dalle province e dai Comuni posti sulle colline e sulle piane comprese nell’ambito geografico della cosiddetta Valle dell’Ofanto è una delle più felici prese al tempo stesso a tutela e a garanzia di sviluppo del territorio nel nostro Paese. Già sorprende in positivo che tanti enti locali – quattro province, Avellino, Foggia, Potenza, Bat (Barletta, Andria, Trani) e tanti Comuni (36 della sola Irpinia) – abbiano deciso di mettersi insieme. Ma ancora più positivo e promettente è che a prendere la decisione di puntare sull’ambiente come fattore di sviluppo sia un bel pezzo di Sud. Ed è almeno sorprendente, poi, che finalmente si intraprenda una difesa dell’ambiente – in particolare dell’acqua, in questo caso – secondo un’ipotesi proposta qualche decennio fa, ma poi lasciata cadere.

La soluzione in passato indicata da ambientalisti avveduti consisteva nel considerare parchi tutti i bacini dei fiumi, a partire dalle sorgenti, comprendendo tutti gli affluenti (a cominciare dai rigagnoli, dai torrenti che mano a mano li alimentano ed ingrossano) fino alla foce. Naturalmente le tutele (niente scoli inquinanti, niente scarichi da industrie, niente cemento presso le rive) andavano gestite e garantite con estremo rigore ed accorta tutela dei contesti.

A parte la zona del Lambro ed in parte quella del Ticino, ben poco è stato fatto di quanto allora pensato perché nel nostro Paese di tutela ambientale si può – elettoralmente parlando – morire. Noi meridionali, proprio per questo, ne abbiamo combinate di tutti i colori, anche da un punto di vista letterale del terminale. Perché è diventata bianca la Solofrana prima di finire nel Sarno e perché il Sarno diventa rosso (di pomodoro) quando attraversa Scafati e gli altri centri prima di sfociare in mare ed avvelenare il golfo di Napoli? E cosa abbiamo fatto dei “regi lagni” , superba opera idraulica di epoca borbonica?

L’inquinamento del fiume Sabato comincia dal Fenestrelle, dalla collina delle selve (dove sgorgava “l’acqua del Paradiso”) dove sono tanti gli scarichi fognari di tante e tante ville costruite negli ultimi venti anni, e prima ancora comincia da Monteforte e Torrette di Mercogliano. Poi c’è il resto nell’aria industriale di Pianodardine. E poi a Benevento quando il Sabato è già diventato Calore e figuriamoci quando poi diventa Volturno…C’è mai stato su questo versante un tentativo di fare dell’acqua, dei fiumi un’arma vincente? No, non c’è stato. Però su questo versante c’è il Parco del Partenio e c’è il Parco del Terminio ovvero il fulcro di quel sistema di sorgenti che fa dell’Irpinia il più grande serbatoio idrico del Sud.

Ed ecco che se una considerazione fuori testo può essere fatta ai sostenitori del logo Val d’Ofanto è proprio questa: non aver pensato che sia tutta la provincia, con tutto il suo sistema idrico, a dover essere tutelata, e che se parco doveva nascere doveva essere il Parco dell’Irpinia a tutela certamente delle sue acque, ma anche dei suoi monti (quasi tutti situati nell’Irpinia d’Occidente), dei suoi paesaggi e dei suoi paesi.

Non dimentichiamo che quando si parlò di vincolo Unesco su tutta l’Irpinia (1996) si parlò, appunto, di tutta l’Irpinia ed in quella battaglia in prima fila c’erano l’amministrazione provinciale ed il Comune di Avellino. E per la verità non si udirono discorsi o proposte né dalla cosiddetta Irpinia d’Oriente né dalla comunità che oggi giustamente si stringe attorno al Patto dell’Ofanto.

Peccato, peccato davvero.

 

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