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    16/02/2019

Mezzogiorno, classe dirigente e credibilità delle istituzioni

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L'aula del Consiglio regionale della CampaniaAVELLINO – Sulla vicenda politica italiana e sul ruolo del Mezzogiorno nel processo di rinnovamento riformistico che il presidente del Consiglio Renzi sta portando avanti ospitiamo un intervento di Aldo D’Andrea, esponente del Pd irpino.

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“Ai piedi del faro non vi è luce”: lo sguardo rivolto all'orizzonte fa trascurare quanto a noi è più vicino. E ai piedi del faro vi è, irrisolta, la questione meridionale, preda di pastoie burocratiche, di inefficienze, di mediocrità e corruttele politiche, di bande criminali e parassitarie, mentre, all'orizzonte, lo sguardo si illanguidisce per il declino di un Paese logoro nei costumi, impoverito, sfiduciato nella idea del suo futuro. Non c'è “luce”, né nelle vicinanze né in lontananza. È un quadro, questo, tanto drammatico quanto veritiero, che non può e non deve perpetuarsi. Bisogna agire. Occorre che le stanche liturgie delle “camarille”, inconsistenti, inopportune, improduttive, siano spazzate da una violenta ripresa della coscienza comune, capace di opporsi alla crudezza di un destino che ancora non smette di accanirsi nell'immobilizzare il Paese in una sorta di melma paludosa che l'affonda.

Ripartire dal Meridione, “dai piedi del faro”, significa salvare l'Italia intera perché solo dai suoi luoghi la riscossa può avere inizio, e la Campania, per grandezza e densità abitativa, non può sottrarsi ad assumere ruolo decisivo ed essenziale. Una nuova e giovane classe dirigente lontana da collusioni da “suburra” urge al più presto, se davvero si vuole coltivare la speranza di sconfiggere “camorrie” e schifezze di vario genere e rango. Così, solo così, si diventa credibili nella decisiva battaglia da intraprendere ora e subito, in risposta ai rinnovati attacchi contro il Sud-Italia che da giorni si stanno orchestrando sui mass-media, purtroppo motivati, sia pure strumentalmente, dalla incapacità dei nostri governanti locali di utilizzare e spendere i fondi europei previsti. L'antimeridionalismo di ritorno sta caratterizzandosi lungo linee di pensiero anche intriganti, di banale “appeal”, ma davvero cattive nel loro sintetico semplicismo, arroganti nel loro utilitarismo specioso, nichiliste.

Tra queste risalta l'anatema lanciato da Grillo che rappresenta la linea antimeridionale più perfidamente diffusa, secondo la quale, dando “soldi al Sud, si finisce solo per finanziare le mafie”, o quell'altra, decisamente cervellotica, che insinua e lascia intravedere il possibile sgravio fiscale in cambio della definitiva abolizione delle erogazioni dei fondi europei, previsti a vantaggio delle regioni del Sud. Inutile sottolineare che questa ultima “genialata” nasce in ambienti del Centro-Nord cui conviene “spararla grossa” per prendere quanto loro riesce possibile, nella antica e consolidata arte di accaparrare e accumulare; un po' come già avvenne per i fondi Fas, destinati al Sud, ma in gran parte distratti e dirottati verso altre aree geografiche. Fu colpo grosso partorito della “creatività tremontian-berlusconiana”, e l'operazione riuscì in pieno.

Non deve mai sfuggire, né sottacersi, tanto per ricordarcelo, che gli unici finanziamenti in conto capitale a vantaggio delle regioni del Sud sono quelli che arrivano dall'Europa; Roma, la matrigna, ci ignora da lungo tempo. Ora, l'intenzione malcelata, anzi il tentativo concreto, di sottrarre anche questi, è davvero l'ennesima immensa porcheria che si sta tentando di consumare sulla parte di italiani più debole e bisognosa di lavoro e di assistenza, al di là delle sciocchezze o scemenze “cui si è usi al dir” in passerelle convegnistiche, ove salottieramente si disquisisce su dottrine e si danno interpretazioni eleganti dei reconditi misteri del persistente divario di sviluppo tra il Centro-Nord e il Sud-Italia, malgrado l'apporto dei loro superbi sforzi e delle loro sofferte tribolazioni mentali a 15-20000 euro al mese “cadauno”, direbbe Totò, buonuscita e vitalizio a parte. Se fossero onesti, e non lo sono, volgerebbero lo sguardo alla vicina Germania, e ne trarrebbero le conclusioni corrette. Loro, i tedeschi, meno salottieri, più concreti e con retribuzioni inferiori, il problema della Germania dell'Est lo hanno affrontato e risolto in un lustro o poco più. Potrebbero, volendolo, imparare da loro, ma non vogliono, né forse sarebbe, questo, “l'affare” conveniente.

Certamente, dal Consiglio regionale della Campania ben difficilmente potrà ora levarsi forte “il grido di dolore”, o la rabbia delle ragioni, o l'esortazione alla saggezza; vi sono 56 membri di quella assemblea, su 61, cui si chiede di rendere conto alla giustizia e, per molti di loro, per ipotesi di reati seri. Con questi fardelli, la credibilità della Istituzione è andata già da tempo a farsi benedire.   Eppure, comunque il “tavolo deve essere rovesciato”, e lo si deve fare mettendo da parte minuetti e fioretti, pena il mantenimento della imbelle inerzia, dello status quo. L'opera in atto della “rottamazione” renziana non può, né deve, risparmiare le Regioni, specie quelle del Sud, specie quella campana. Renzi, al governo del Paese, sta ridando all'Italia una benedetta ritrovata dignità, attraverso cambio di mentalità e di classe dirigente, che non può non coinvolgere anche le Regioni. Se così non sarà, lo sforzo del presidente del Consiglio, nonché segretario del Partito democratico, si rivelerà vano, illusorio, inconcludente; impegnarsi ad evitare questo, che sarebbe dramma, dare forza a Renzi, è spinta a facilitare quella svolta indispensabile nel porre freno alla caduta dell'Italia e del suo Meridione.

 

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