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    23/11/2017

Piazza Libertà, uno spazio senza pace

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Piazza Libertà con le fontane in primo pianoAVELLINO – Sabato sera anche Avellino ha ricordato e manifestato per le stragi di Parigi. Un gruppo di studenti delle superiori, abbastanza nutrito, si è radunato prima in Piazza della Libertà. I ragazzi hanno poi sfilato per il Corso, senza raccogliere adesioni, tra gli sguardi di rapida approvazione e quelli bovini di chi ha altro a che pensare. Infine hanno sostato davanti all’ingresso della villa comunale, chiusa da tempo per urgentissimi ed indifferibili lavori.

L’attenzione della città, o solo dei cronisti, è rivolta in questi giorni all’inizio dei lavori per il rifacimento della piazza. Potrebbe risultar utile soffermarsi su due aspetti, un prima ed un dopo, e a quel punto, forse, sarà più comprensibile il perché del ricordo parigino.

A differenza di tante piazze italiane, sedimentate e ormai consolidate da tempo e nei tempi degli spazi urbani, la nostra piazza è un luogo che non ha pace da decenni. L’attuale configurazione ha soppiantata quella, ripetuta in tante città pugliesi e siciliane, dello spazio sgombro cintato da alberature, i lecci potati nelle vecchie cartoline. Più che un punto di sosta e di aggregazione, di confluenza, la piazza del sindaco Nicoletti era lo sfondo, il confine della nuova Avellino, quella che a partire dagli anni Cinquanta, gli anni dell’espansione burocratica, aveva ribaltato e consolidato il centro cittadino nell’area periferica del Corso e del viale dei platani.

La piazza, il gioco delle fontane, la parete d’acqua alla fine del Corso ponevano ai margini il centro storico, ne negavano il ruolo. Un degrado annunciato. Non più piazza ma giardino finale, dove sostare per poi riprendere lo struscio verso la villa e i primi platani. Il venir meno del mercato in Piazza del popolo - già meno “centrale” dagli anni Settanta - e l’incremento del traffico automobilistico che tagliava la piazza dal Corso, costituirono  gli elementi del definitivo declino.  Dagli anni Novanta in poi, in pieno dopo terremoto, il cruccio di una piazza non più centrale, riprese ad angosciare gli amministratori avellinesi. L’architetto Luca Zevi elaborò e ridisegnò più volte la piazza, talvolta lasciando stupefatti sindaci ed assessori. Non se ne fece nulla.

Ma la piazza continuava a nascondere uno dei segreti meglio conservati della nostra storia repubblicana. In decenni pieni di complotti, voci, pentiti e delatori, mai, in nessun momento, sfuggì a sovrintendenti e funzionari connessi che avevamo due monumenti, sconosciuti ai cittadini avellinesi. Noi pensavamo monumento e l’immaginazione andava al Duomo, alla Dogana. No. Le due fontane erano i monumenti da preservare. Gli architetti si affannavano ad architettare e gli amministratori ad amministrare. La sovrintendenza aspettava silente al varco. Prima o poi le carte sarebbero arrivate sul tavolo giusto e lì avremmo scoperto di essere avellinesi, dunque ignoranti dei propri tesori. Si resta perplessi e divisi tra il considerare l’atteggiamento tenuto come esempio encomiabile di vigile attesa, oppure una dimostrazione da manuale di inefficacia amministrativa. Tanto lavorio inutile, tempo perso, pagine scritte e pasti pagati: potevano avvertirci prima dal carcere borbonico.

La seconda considerazione riguarda l’occupazione dello spazio. Gli avellinesi di una certa età, ancora “giovanili”, ricordano una piazza funzionale per essere attraversata (il mercato),  vissuta dai mestieri vari (i mediatori, gli operai in attesa d’ingaggio, il tribunale, i carretti e le carrozze, i taxi per traslochi e gli spostamenti, lo vie oscure dietro Palazzo Caracciolo ), palcoscenico per adunate e democratici comizi post-bellici. Uno spazio sgombro, reinterpretato e riempito da persone in vario modo.

La piazza di Nicoletti e quella dell’attuale progetto, frettoloso sostitutivo di uno che aveva vinto un  bando nazionale - una sorta di arrogante spoil system da Galasso a Foti, comunicato al volgo a giochi fatti -, sancisce l’occupazione di una parte dello spazio, con una serie di oggetti inamovibili: le fontane e tre piccoli manufatti di dubbia utilità da aggiungere alle due edicole. Per i manufatti aggiunti, resti il beneficio del dubbio, dopo il fallimento di esperimenti simili nella piazza di Valle e nel Kennedy park. Finanche il verde, dove non calpestabile, può togliere spazio a percorsi ed aggregazioni, all’ombra del nuovo albero che soppianta un cedro, troppo in fretta dichiarato moribondo. Se applicassimo diagnosi e terapie simili a certi amministratori…

Ogni progetto sconta una validazione posteriore. Nel nostro caso la nuova piazza somiglia ad un vestito nuovo: forse anche bello in vetrina, ma come starà addosso agli avellinesi? Diventerà una seconda pelle, oppure lo confineremo nell’armadio delle occasioni perdute?

Azzardiamo una tesi. Molto dipenderà da una maggiore riflessione sulla sovrapposizione di due funzioni nel medesimo spazio: piazza comunque che sia, e snodo del trasporto pubblico. Fino ad ora abbiamo letto ed ascoltato di due progetti, per caso incidenti. La piazza e poi anche il nuovo tram, come due oggetti che si sfiorino senza dialogare.

La piazza potrebbe risaltare anche nelle mappe mentali come uno snodo di nuovo centrale nella vita quotidiana, se iniziassero a ragionare in Comune e con le agenzie regionali “all’uopo preposte” sulla riorganizzazione del trasporto pubblico, l’interazione tra il nuovo (il tram) e il vecchio (gli autobus) e la trasformazione  dei percorsi in una nuova gerarchia. Forse allora le manifestazioni partiranno dalla villa comunale per concludersi in piazza.

 

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