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    21/09/2017

Di Nunno/Rigore morale, passione civile ed utopia

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Una seduta del Consiglio comunale con Di Nunno sindacoAVELLINO – Non amo il genere della retorica commemorativa e normalmente non mi applico nella pur suggestiva religione dei ricordi e tuttavia alcuni eventi suscitano, sul piano emotivo ma anche razionale, l'incomprimibile esigenza di esternare alcune considerazioni sentite oltre che di fissare dei punti fermi nella memoria.

Ho conosciuto Tonino Di Nunno, più grande di due decenni, sin da poco dopo la mia adolescenza (1979), quando iniziai il mio impegno nel movimento giovanile della Democrazia cristiana irpina (all'epoca guidato da Arturo Iannaccone), apprezzandolo sia per l'attività giornalistica che per i vivaci trascorsi politici di cui avevo sentito parlare.

Alcuni lustri dopo, nella primavera del 1995, siamo stati competitori in un'esperienza politico-elettorale particolarmente significativa per la città di Avellino quando – in una fase di trasformazioni epocali – si sperimentò per la prima volta il sistema della elezione diretta del sindaco con il turno di ballottaggio, a seguito della riforma del 1993 (sintetizzata dalla formula "Il sindaco del popolo" con "la giunta del sindaco").

Eravamo in un'epoca di grandi cambiamenti, all'indomani di "tangentopoli" e della discussa transizione dalla "prima" alla "seconda Repubblica" – in un momento  ancora confuso ed incerto di totale rinnovamento – con la sperimentazione nel governo locale del metodo elettorale di tipo "presidenziale". Sul piano politico si era appena consumata la clamorosa spaccatura degli ex democristiani tra il Partito popolare di Gerardo Bianco, alleato del centrosinistra, e il Cdu di Rocco Buttiglione alleato del Polo delle libertà, con i suoi traumatici risvolti locali.

L'elezione diretta del sindaco nei Comuni al di sopra di 15.000 abitanti, con il collegato premio di maggioranza a favore della coalizione vincente, era finalizzata a stabilizzare la vita delle amministrazioni locali – sottraendola alle continue crisi di ingovernabilità – e dava luogo alla "stagione dei sindaci", dotati di maggiori poteri, facendo emergere nuovi protagonisti su base territoriale (i cd. "sindaci leader") in luogo della vecchia dirigenza politica. Emergevano, primo fra tutti, Bassolino, vittorioso nel 1993 al Comune di Napoli, dopo le macerie della "tangentopoli" campana, e lo stesso Vincenzo De Luca a Salerno.

Ad Avellino, al primo turno del 23 aprile, quale candidato sindaco dello schieramento di centrodestra, articolato in quattro componenti (Forza Italia, An, Ccd e Cdu di Rotondi, di cui ero espressione), superai largamente con oltre il 40% dei voti il risultato di Di Nunno, fermo a poco più del 25%, che in prima battuta era espressione del solo Partito popolare, in continuità formale con la precedente amministrazione Romano.

Al successivo ballottaggio del 7 maggio Tonino Di Nunno, che era riuscito nel frattempo ad aggregare la coalizione di centrosinistra, ben più ampia ed eterogenea (associando Rifondazione comunista di De Gruttola, i Ds che avevano candidato De Socio, i socialisti e socialdemocratici di De Fazio e Santoro, i Verdi), ribaltò il dato del primo turno vincendo, di stretta misura, con circa il 52% dei suffragi. Io ottenni circa il 48% dei consensi, che ha rappresentato la percentuale più elevata mai conseguita dal centrodestra nelle elezioni comunali di Avellino, nonostante lo schieramento a mio sostegno fosse rimasto immutato rispetto al primo turno, senza cercare nuovi possibili apparentamenti (in particolare con la lista civica di Gerardo Cucciniello).

Nel 1995 Di Nunno ebbe la capacità di coniugare il consolidato radicamento dei partiti di centrosinistra – e, soprattutto, del Partito popolare-ex Democrazia cristiana  di De Mita e Mancino, Bianco e Gargani – con una notevole capacità di mobilitazione ed entusiasmo. Egli seppe comunicare in modo efficace una pulsione innovativa sintetizzata in alcuni slogan ("dare un'anima alla città", "la città giardino"), nonostante la sua candidatura ed il suo stesso schieramento si ponessero in formale continuità con le precedenti esperienze e con il sostegno attivo dei vecchi leader.

L'esperienza del ballottaggio costituì una significativa novità che, superando gli schemi tradizionali di svolgimento della campagna elettorale, poneva in diretta competizione i due candidati maggiori, anche attraverso ripetuti e caricati duelli televisivi. Nella competizione Di Nunno seppe interpretare, meglio di me, con genuinità e verve, lo spirito del ballottaggio esprimendo una vivace capacità di comunicazione, prontezza e simpatia mediatica, trasmettendo un messaggio di maggiore scioltezza e passione rispetto alla mia impostazione, apparentemente più fredda e dottorale.

Io sottovalutai le insidie del turno del ballottaggio e lo schieramento di Di Nunno, pur assai eterogeneo, seppe sprigionare maggiore capacità di trascinamento, anche con il sostegno dei componenti del mondo cattolico, sindacale ed associativo, risultando decisive le mosse degli ultimi giorni di campagna elettorale. Giovò alla vittoria di Di Nunno anche l'incastro di alleanze Popolari-Ds tra il Comune capoluogo e l'amministrazione provinciale dove Gino Anzalone – sostenuto dal Partito popolare che (con il candidato Pennetta) non era arrivato al secondo turno – sconfisse di larga misura il candidato del centrodestra Cosentini, mentre Antonio Rastrelli venne eletto alla presidenza delle Regione Campania sfruttando la spaccatura del centrosinistra.

Dopo lo scontro diretto, ci siamo costantemente confrontati per l'intero quadriennio della consiliatura '95-'99, Di Nunno da sindaco ed io da capogruppo dell'opposizione, in dibattiti vivaci ed animati – nei banchi consiliari e talvolta attraverso gli organi di informazione – ma in un contesto sempre costruttivo e misurato, orientato sulle scelte amministrative sui contenuti delle politiche cittadine, senza che il confronto scendesse mai al di sotto della corretta dialettica. Successivamente gli itinerari politici e personali si sono diversificati, segnando percorsi per taluni versi imprevedibili, ma è rimasto un rapporto di amichevole cordialità nelle rispettive esperienze, anche se non coltivato con adeguata frequenza.

Al secondo mandato, nelle comunali del 1999, Di Nunno sfiorò la vittoria già al primo turno con il 48% dei consensi e vinse di larga misura al ballottaggio su Angelo Romano, candidato del centrodestra, conseguendo la maggioranza di circa il 69%, in una difficile consiliatura che però si concluse anticipatamente con una rottura traumatica dell'amministrazione.

Di Tonino Di Nunno mi restano impressi l'assoluto rigore morale, lo spirito libero ed anticonformista, l'amore per la città, la visione progettuale, il senso del sacrificio – che gli è costato anche sul piano della salute – la correttezza e sobrietà dello stile di vita, l'autentica passione civile ed ideale, la lealtà nei rapporti, l'autonomia e sincerità delle posizioni, lo spirito critico di un carattere focoso, l'assenza di ogni forma di opportunismo e cinismo. Tali indubbie caratteristiche lo hanno reso uno stimato  punto di riferimento della vita cittadina, indipendentemente dai risultati conseguiti, anche dopo la sofferta cessazione del mandato sindacale e le sconfitte politiche, ma fino all'ultimo egli ha contribuito ad animare la discussione  producendo stimolanti articoli e riflessioni.

Sul piano culturale ed amministrativo si è caratterizzato soprattutto per una penetrante attenzione rivolta all'assetto urbanistico della città, alla sua evoluzione ed ai suoi aspetti critici, nella preoccupazione costante di salvaguardarne gli equilibri di vivibilità curando un profilo ambientale sostenibile, volto alla riqualificazione, contrastando le tendenze espansionistiche e speculative dell'edilizia privata ricorrenti nella storia cittadina. In definitiva dopo l'urbanistica della ricostruzione post-sismica, dell'edilizia privata e delle opere pubbliche ex lege n. 219/81, che ha introdotto anche  elementi di gigantismo e sovraedificazione nelle periferie, si è trattato di gestire negli anni Novanta la fase – delicata e complessa – dell'assestamento, del riammagliamento dei nuovi quartieri e della riqualificazione attraverso la formazione degli attuali strumenti di pianificazione.

La principale qualità di Tonino Di Nunno può sintetizzarsi nella sua profonda tensione etica e generosità d'animo, che tante volte sfociava nella vera e  propria utopia, rappresentando il suo vero limite operativo e funzionale ma anche la ispirazione positiva della sua esperienza amministrativa e politica. Certamente la sua dipartita determina un vuoto rilevante nello scenario umano, politico e culturale del nostro impoverito capoluogo.

 

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