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    23/11/2017

Matetich: «Qual è l’idea di Avellino da portare a Expo 2015?»

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Barbara MatetichAVELLINO – Ospitiamo una nota di Barbara Matetich, consigliere comunale, sulla partecipazione della città di Avellino all’Expo 2015 in programma a Milano.

*  *  *

Rispetto al recente dibattito  relativo alle “chiamate” da parte  dell’amministrazione comunale per l’imminente partecipazione all’Expo, mi sento in dovere, un po’ per studi, un po’ per passione e professione ed un altro po’ per coinvolgimento nell’azione amministrativa, di condividere alcune riflessioni. Una delle prime delibere, la n. 29 del 29 agosto 2013, di questa amministrazione  aveva ad oggetto proprio  l’istituzione di uno sportello Expo di cui, però, pare non essersi fatto più nulla. Dopo di allora, dove siamo?  Dopo quasi due anni ci saremmo aspettati dei temi, delle visioni, degli obiettivi e, soprattutto, un’idea di città da portare a Milano. Acquisisco, in maniera forse ancora poco condivisa, che Avellino deve assumere ufficialmente il ruolo di “porta d’ingresso dell’area rurale della Campania”. Questa almeno l'idea centrale fin qui elaborata dallo staff che collabora con l'assessorato al Piano strategico. Ma se di area rurale vogliamo parlare, dovremmo tener ben presente che rurale nei nostri luoghi non è solo sinonimo di terra e di prodotti agroalimentari, ma anche di risorse materiali, di beni tangibili come la breccia irpina di Fontanarosa, di merletti realizzati a tombolo, di pastifici di eccellenza che lavorano grani delle nostre colline, di ceramiche, di fiumi e di tutte le acque, di percorsi naturalistici e storico-artistici e di risorse umane, beni intangibili e patrimoni irriproducibili in nessun’altra parte della nostra regione perchè i nostri territori sono ancora incontaminati e parlano ovunque di leggende e tradizioni, artigianato, design, arte, autoproduzione attraverso maestranze che esportano manufatti d’eccellenza ovunque, rimanendo qui quasi sconosciuti.

La porta d’ingresso dell’area rurale per andare dove? Intanto l’area rurale è patrimonio delle terre d’Irpinia che da sempre conservano e con orgoglio proteggono i loro patrimoni, non solo dal punto di vista morfologico, del rurale. E il suo capoluogo deve solo aprire la porta? Deve solo rappresentare un passaggio verso l’Irpinia? O il rurale è da intendersi riferito alla ruralità dei nostri beni culturali o architettonici che sono, purtroppo e per diverse ragioni, quasi solo un appello alla memoria? Ad Avellino, capoluogo dell’Irpinia abbiamo risorse che nella geografia della nostra Regione mancano: la pietra, il legno e artigiani delle materie. Non sarebbe ora di integrare il sistema? Abbiamo scuole ed enti formativi di altissimo livello (penso al nostro Istituto d’Arte, al Conservatorio di Musica Cimarosa) che esprimono talenti e patrimoni. Avellino è la connessione contemporanea al rurale.

Questa la prima questione: il tema. Infatti la “chiamata alle arti” mi sembra essere rivolta al contemporaneo sia dal punto di vista dei linguaggi sia dalla scelta dei referenti da coinvolgere. Non c’è stata la chiamata ai viticoltori, ai produttori di eccellenze, né alle pro-loco o alle soprintendenze.

La seconda questione è il metodo. Se lo staff del piano strategico per l’Expo stava coordinando una chiamata alle arti  avrebbe dovuto costruire un percorso nel tempo fatto di confronti, dibattiti…ma c’è stato poco tempo, è vero. Allora avrebbe dovuto presentarsi alla città ed ai suoi artisti con i più semplici elementi che queste azioni accompagnano. Forse ci saremmo aspettati un direttore artistico, una planimetria dei luoghi dove esporre, i dettagli degli espositori, delle luci, le assicurazioni che normalmente accompagnano le opera d’arte e i dettagli sul loro trasporto.

L’ultimo punto è che in un momento in cui la città vive un vuoto forte soprattutto in materia di identità, è troppo facile legare tutte le tematiche alla cultura. Una parola, abusata, ingigantita e messa quasi alla berlina, che ormai entra in ogni dove.

Certo a voler entrare sulle dinamiche dell’Expo, che pur restano aperte a diverse ed opposte letture, la connessione più forte dovrebbe essere quella con le politiche della promozione della città. Ma se non c’è una strategia da promuovere cosa bisogna promuovere?

La promozione di una città non è soltanto una questione di brand o un’azione di marketing. La promozione passa prima di tutto per l’identificazione della città, poi per la sua valorizzazione attraverso la cura. Per promuovere un territorio bisognerebbe lavorare sul versante dei valori condivisi ma anche saper comprendere appieno quali sono le effettive potenzialità di quel determinato territorio e le possibili reti per la sua valorizzazione. E se la programmazione del Piano strategico non è pronta in questo senso, mica è obbligatorio partecipare alle esposizioni anche se sono universali.

Se si è fuori tempo non è forse meglio dedicarsi nell’immediato ad un’operazione Expo Avellino? Con azioni semplici, tematiche e connesse ai luoghi che abitiamo in modo da avere gradualmente sotto i nostri occhi una esposizione tematica e, da costruire nel tempo, almeno cittadina. Ci vorrebbe un piano tematico che interagisca con le dinamiche fisiche dei luoghi. Stiamo rifacendo i marciapiedi a Corso Europa: perchè non dedicare su quei corridoi chilometrici una mattonella ogni cento metri agli artisti in modo da poter ottenere un percorso, un camminamento che parli  in modo nuovo di ciò che siamo? I lavori sulla collina della Terra: perché non integrarli con la segnaletica relativa ai pochi monumenti insistenti sull’area e magari curarci un po’ dell’illuminazione? E nello spazio antistante al Duomo che a breve sarà liberato perché non iniziare a programmare una rassegna di musica classica estiva coinvolgendo gli allievi del conservatorio o un campus estivo coinvolgendo artisti europei che potrebbero produrre opere sulla loro visione della città in cambio di  ospitalità nelle pur tante abitazioni vuote che gravitano nella zona?

Azioni che servirebbero nell’immediato a rianimare quello che definiamo centro storico e nel lungo termine a stabilizzare flussi. Perché non istituire una borsa di studio rivolta agli Istituti d’arte?  E il cantiere di Piazza Libertà perché non coinvolgere anche artisti affermati?

L’idea o il tema di Avellino non può essere una vetrina per l’Expo. E mentre c’è chi si sta occupando di ampliare contenutisticamente la connessione territoriale di Avellino capitale dell’Irpinia con il suo Laceno d’Oro, chi si sta occupando del Piano strategico della città? Chi ha cura della visione e dell’idea di città da condividere con chi la città la vive?

La città è vuota e va riempita di contenuti che ogni tanto pur compaiono, ma che, senza essere messi a sistema, poi scompaiono. Ricordo che in qualche Natale fa, passando per Piazza Kennedy, la struttura in corten dimostrava fierezza, orgoglio, voglia di comunità e di bellezza. Sembrava quasi di essere ad un fuori salone, eppure eravamo ad un fuori Avellino.

*Consigliere comunale di Avellino

 

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