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    17/11/2019

Avellino rende omaggio ai ragazzi del ’72 tra amarcord e forti emozioni

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Calcio4_rgazzi.jpgAVELLINO – Erano davvero in tanti, oltre ogni immaginazione, e la sala “Blu” del carcere borbonico si è rivelata troppo piccola per contenere questo mix di nostalgia e riconoscenza, di entusiasmo e di memoria. E c’erano soprattutto loro, “I ragazzi del ‘72” come sono stati opportunamente chiamati da Felice D’Aliasi, l’autore del libro scritto per ricordare l’impresa di quella squadra, che nel 1972/73, al termine di un duello feroce ed indimenticabile col Lecce, ottenne la prima promozione dell’US Avellino, in serie B, nel calcio professionistico.

Di quegli eroi, erano presenti in undici: i portieri Carlo De Amicis (che svolse solo la preparazione estiva) e Spinello Ducci, i difensori Stefano Codraro, Piero Fraccapani ed Ezio Cattaneo, il centrocampista Giorgio Zoff, gli attaccanti Giuseppe Palazzese, Antonio Bongiorni, Desiderio Marchesi e Bruno Nobili e poi lui ‘o masto, il capitano Mauro Pantani; mancavano Piaser, Piccinini, Violo e Agostini e il tecnico Giammarinaro mentre più volte sono stati ricordati i compianti Miniussi, Zucchini e Caocci, oltre , ovviamente, il leggendario presidente Sibilia.

La cosa sorprendente è stato vedere nel pubblico la presenza non solo della gente di quel tempo: al fianco degli anziani e dei cinquantenni (tantissimi, ripetutamente con gli occhi lucidi), si sono notati moltissimi giovani che in quell’epoca non erano nati o al massimo avevano pochissimi anni di vita, tutti sinceramente affascinati da una storia meravigliosa raccontata attraverso diversi interventi, moderati da Gianni Porcelli.

Ha cominciato Toni Giammarinaro, l’indimenticato mister, che attraverso il telefono ha espresso l’emozione di ricordare quella squadra e soprattutto Sibilia, che al di là delle memorabili schermaglie era un presidente meraviglioso. Ha proseguito il presidente di oggi, Walter Taccone, che ha voluto in particolare ricordare i propri trascorsi da “ultras” ai tempi di quell’Avellino, sottolineando, con un pizzico di amarezza come il tifo odierno non sia paragonabile a quello straordinariamente generoso di quell’epoca.

È toccato poi a Felice D’Aliasi, autore del libro, raccontarne le motivazioni: fondamentalmente egli ha sentito il bisogno di non lasciare nel dimenticatoio (come purtroppo, ha affermato, è accaduto per lo sfortunato Avellino del 1948, battuto “a tavolino” dal Catania), una storia stupenda come quella dell’Avellino 72-73. E ha spiegato come si sia quasi meravigliato dell’entusiasmo degli ex atleti nell’accogliere l’invito a ritornare per un giorno in Irpinia.

Forti emozioni e, forse, qualche lacrima negli occhi dei protagonisti e degli sportivi quando chi scrive, a quel tempo tifoso quattordicenne, ha dedicato, nel suo intervento, ad ogni singolo protagonista di quel trionfo, dai giocatori al tecnico, al presidente, un ricordo dell’emozione che ciascuno di loro gli ha suscitato in quella indimenticabile stagione, sottolineando, in tal modo, come quella squadra, in realtà fosse stata la miccia che aveva fatto scoppiare ad Avellino un senso profondo di comunità. Quando ha concluso dicendo “Grazie e che Dio vi benedica!”, molti degli atleti hanno chiuso gli occhi per nascondere l’emozione fortissima.

Cosimo Sibilia ha ricordato, naturalmente, suo padre rivelando come in realtà a quel trionfo egli pensasse da tempo e di come tutte le scelte tecniche fossero state frutto di una programmazione ragionata. Ha voluto altresì indicare come segreto di quel successo il fatto che la squadra fosse formata da uomini veri, prima ancora che da bravi calciatori.

Anche Pierpaolo Marino ha dato spazio ai ricordi indicando nel proprio genitore colui che gli aveva inculcato la passione per il calcio; per tornare poi a quegli anni, l’ex presidente dell’Avellino ha ricordato come, per andare a seguire la gara dell’Avellino a Lecce, egli sia scappato di casa, di nascosto, e di come a fine gara il suo pullman sia stato quasi rovesciato dagli ultras salentini.

Da Milano collegamento coll’inviato della Gazzetta dello Sport Nicola Cecere, che ha raccontato le proprie esperienze da raccattapalle, durante le gare interne dell’Avellino, in particolare nel corso della gara decisiva col Lecce.

Parola ovviamente ai protagonisti di quella stagione indimenticabile: per tutti ha parlato il capitano Mauro Pantani. “Io sono stato il capitano della squadra – ha detto l’ormai 76enne ex numero 10 – ma i veri protagonisti sono stati loro (rivolgendosi ai compagni)”. In particolare ha parlato di Nobili come di un autentico fuoriclasse, con un piede mancino che egli ha visto in pochi altri calciatori. E tanti complimenti anche a Giammarinaro (“un tecnico intelligente come pochi”). E  infine spazio per il presidente Sibilia: “Per spiegarvi l’affetto che avevo per lui, vi dico che ogni volta che sono transitato da queste parti, uscivo dall’autostrada per venirlo anche solo per un attimo a salutare”.

Infine, conclusioni ad Antonio Corbo, giornalista irpino di Repubblica, che ha sottolineato la grande novità costituita da quella squadra e soprattutto l’immensa intelligenza di Sibilia che seppe conseguire un ruolo di grande rispetto nell’ambito del calcio italiano, evitando di far diventare la società irpina (a differenza di quanto accaduto con altre società meridionali) una sorta di “cimitero di elefanti” per giocatori a fine carriera: “I ciucci viecchi morono ‘a casa ‘ro fesso!” gli confidò una volta “Don Antonio” .

Al termine abbraccio e foto da parte di tutti i presenti con “i ragazzi” e tanti commenti increduli “fuori campo”: bellissimo quello “in coro” di Bongiorni, Palazzese e Marchesi: “Non immaginavamo di essere stati tanto importanti per questa città”.

 

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