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    23/04/2026

La lezione di Morbelli/La solitudine e la sofferenza degli anziani al tempo del coronavirus

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Angelo Morbelli, Giorno di festa al luogo Pio Trivulzio (1892; olio su tela, 78 x 122 cm; Parigi, Musée d’Orsay)AVELLINO – Non avremmo mai creduto - né mai avremmo potuto prevedere - che quelle patetiche immagini  così commoventi e silenziose, intrise di malinconia, degli anziani, malati e derelitti, dipinte per circa trent'anni da Angelo Morbelli (Alessandria, 1853 - Milano, 1919, uno dei grandi artisti del divisionismo) nel Pio Albergo Trivulzio di Milano (istituto fondato nel 1766 per volere del principe Antonio Tolomeo Gallio Trivulzio), sarebbero diventate un giorno, oggi, ai tempi del coronavirus, simboli artistici degli anziani abbandonati, vittime innocenti del disimpegno morale e cristiano e della crudeltà di uomini (governanti, politici, amministratori, personale socio-sanitario) senza scrupoli, atterriti dal contagio del virus ed insensibili al dolore altrui.

Quelle immagini della solitudine, della disperazione e dell'abbandono della vecchiaia si sono trasformate - e si ergono ora - a simbolo dell'ingiustizia sociale, della cattiveria umana, del trionfo del male sul bene. Non avremmo mai immaginato che quelle squallide camere d'Ottocento, abitate da anziani soli, mesti, chini e abbandonati, diventate nel tempo fredde ed attrezzate strutture di riposo per anziani con tutte le comodità materiali moderne, avrebbero rivelato in questi giorni di mortale pandemia il loro vero volto, quello di stanze intimamente vuote, prive di sentimenti di umanità, senza calore di affetti, senza cure dell'anima, senza sorrisi, senza carezze: la fotografia reale della sofferenza degli anziani senza difesa, senza conforto, senza lacrime, senza saluti d'addio. E ci accorgiamo oggi (ahimè, in ritardo!) che dinanzi a quelle immagini di squallida solitudine dipinte da Angelo Morbelli noi spettatori avremmo dovuto reagire, correre ai ripari, allertare la sensibilità e l'umanità di tutti, degli uomini, lo spirito di solidarietà e d'altruismo, e, soprattutto, avremmo dovuto prendere posizione, una posizione, beninteso, “vissuta all’interno della società”.

Avremmo dovuto riflettere sulla verità dipinta dal Morbelli: sull'imprescindibile necessità dei valori umani, spirituali, che sono i soli a dover guidare l'assistenza agli anziani. Forse avremmo potuto evitare così di arrivare al desolante spettacolo di morte dei tanti vecchi oggi vittime del coronavirus, all'attuale spettacolo di imperdonabile loro abbandono e di disumana crudeltà che ha sporcato le nobili intenzioni iniziali del principe fondatore del Pio Albergo Trivulzio a Milano (l'istituto sarebbe dovuto essere, nelle intenzioni del fondatore, soltanto luogo di caritatevole riposo e di amoroso conforto per gli anziani).

Riconosciamo l'errore di aver considerato con colpevole leggerezza e superficialità, come spettacolo “che rientra nella normalità di vita”, il commovente spettacolo di squallida solitudine e di abbandono dei vecchi dipinte tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento da Angelo Morbelli. Inizialmente era stato considerato (o s'era tentato, forse, di far passare) "come uno spettacolo che rientra nella normalità di vita" anche lo spettacolo offerto in questi giorni nel centri di riposo dagli anziani vittime del coronavirus (uno spettacolo giustamente evidenziato, presentato e denunciato dalla televisione e dalla stampa). Eppure qualche anno fa lo storico dell’arte Michael F. Zimmermann opportunamente ammoniva: "Quando s’ammira un quadro i cui protagonisti sono anziani segregati in un ospizio, quello che si contempla” - ammoniva - non è un aspetto per così dire normale della nostra cultura". E si riferiva proprio ai dipinti che Angelo Morbelli aveva ambientato al Pio Albergo Trivulzio di Milano.

Secondo Zimmermann, “non è Morbelli ad inquadrare il ‘vero’ sociale, ma è lo spettatore che non può rimanere indifferente a quello che il pittore gli mostra”. Nello spettatore, che deve a sua volta necessariamente diventare anch'egli attore, deve prevalere, sempre, il sentimento del bene sul male, lo spirito e l'anima sul corpo, la salvezza  sulla morte, la solidarietà e la  carità sull'egoismo cieco degli accumuli dei beni materiali.

Il racconto offerto dalle immagini pittoriche di Angelo Morbelli e quello, ora di attualità, offerto dagli operatori dell'informazione pubblica, giornalistica, hanno un senso ed avranno un seguito solo se capaci di sfidare la società con il messaggio che devono sottendere. Morbelli ci sia maestro. Egli per smuovere le coscienze di proposito dipingeva gli ospiti del Pio Albergo Trivulzio, "vecchi allontanati dalla società perché non ritenuti più utili, lavoratori che s’erano messi al servizio della nascente società industriale e che diventano emarginati nel momento in cui nessuno ha più bisogno di loro, anziani senza mezzi di sostentamento economico condannati a trascorrere gli ultimi scorci delle loro esistenze assieme a tanti altri derelitti come loro, in enormi ambienti promiscui, lontani da qualsiasi affetto. Primi rifiuti d’un mondo che cominciava a diventare frenetico, a sradicare abitudini secolari d’una società fino ad allora in gran parte contadina, a travolgere chiunque non avesse le forze per stare al passo" (Federico Giannini, Quando Angelo Morbelli dipingeva l'abbandono e la disperazione degli anziani del Pio Albergo Trivulzio, in "Finestre sull'Arte", 15 aprile 2020).

Giorni…ultimi! s’intitola, non a caso, il dipinto che inaugura questa poetica dell’abbandono, della desolazione, della sofferenza: un’opera giovanile, che precede la svolta divisionista di Morbelli, un’opera di “cronaca impietosa”, come ha ben sottolineato Giovanna Ginex, autorevole esponente della critica morbelliana. Ma quell'opera impietosa del Morbelli non è bastata: a giudicare dai risultati che stanno emergendo dalla cronaca di questi giorni, il contagio del coronavirus al Pio Albergo Trivulzio vede coinvolto, forse, il comportamento di molti responsabili del settore "indegni". La storia si ripete. E si ripetono, le stesse immagini: vecchi che siedono sulle lunghe panche del grande albergo dedicato alle piccole attività quotidiane, mentre la luce radente fa risaltare i loro volti spenti e malinconici. Alcuni leggono, altri hanno lo sguardo perso, altri ancora si reggono la testa e pensano. C’è chi tenta di scrivere, chi dorme, chi si guarda attorno spaesato" (Federico Giannini, Quando Angelo Morbelli dipingeva l'abbandono e la disperazione degli anziani del Pio Albergo Trivulzio, in Finestre sull'Arte, 15 aprile 2020).

Saggiamente Fortunato Bellonzi suggeriva a suo tempo, ma inascoltato,  di "cogliere la tensione di questa scena osservando alcuni specifici dettagli: l’ordinamento delle panche e delle pareti, la lampada appesa al soffitto che diventa anch’essa personaggio, il tubo che taglia in obliquo la parete di fondo, il personaggio che per cercare un po’ di calore appoggia le mani all’enorme stufa".   Dobbiamo (ma avremmo dovuto già farlo prima) guardare le immagini del Pio Albergo Trivulzio a Milano passate alla storia (quelle dipinte ieri e quelle giornalistiche ed informatiche trasmesse oggi dai mezzi di informazione) quali raccapriccianti scenari simbolici delle problematiche e della necessità dell'assistenza spirituale prima ancora che fisica dei vecchi soli al mondo, costretti a consumare negli ospizi-prigione gli ultimi giorni della loro esistenza.

Già nel dipinto Giorni...ultimi! emergeva prepotente il problema - non meno attuale - del sovraffollamento degli ospizi e il dramma della promiscuità: ieri come oggi non sempre "gli operatori del ricovero non sono in grado di dividere i sani dai malati". Ed ecco indicata la strada più rapida per agevolare il diffondersi delle malattie... Il tema della “marginalità" è il protagonista assoluto nelle opere del Morbelli, intesa come "angosciosa esclusione dalla vita attiva, come mancanza di reali motivazioni a sopravvivere, come disancoramento dagli affetti familiari” (Luciano Caramel). E ciò perché "i patimenti di questi anziani sono interiori ancor prima che fisici, ed è per tal ragione che è impossibile trovare in Morbelli la malattia nella sua più palmare evidenza tangibile, fatta di segni che infieriscono sul corpo (al contrario di quanto accadeva, per esempio, in Daumier, pioniere della pittura di denuncia sociale ottocentesca, dove non sono rare le figure di anziani piegati dallo scorrere degli anni o dalle sferzate della miseria)" (Giannini, Quando Angelo Morbelli dipingeva l'abbandono e la disperazione degli anziani del Pio Albergo Trivulzio, in "Finestre sull'Arte", 15 aprile 2020).

La sagace penna di Giannini centra il cuore del "problema degli anziani" quando scrive una graffiante verità: "i vecchi di Morbelli appaiono sempre in uno stato di buona salute, quanto meno apparente. Forse perché radice di tutto è l’abbandono. Forse perché a lasciare le ferite più profonde non è il morbo, ma la consapevolezza d’esser stati messi da parte, scartati, traditi, dimenticati. Forse perché tutti i problemi che storicamente hanno afflitto e che oggi continuano ad affliggere gli anziani nei ricoveri sono problemi di umanità, prima ancora che problemi d’ordine medico o sanitario. Forse, ciò che fa davvero più male è spegnersi lentamente nell’oblio. I vecchi del Pio Albergo Trivulzio dunque altro non sono che involucri rimasti vuoti, sospesi in un’attesa amara, penosa e indefinita".

Quanta “sconcertante mestizia” in quegli interni “con vecchini e vecchine sfiorati dagli ultimi raggi del tramonto” (Corrado Maltese) in cui (vedi Un Natale al Pio Albergo Trivulzio, del 1909, attualmente alla Gam di Torino) il tema del giorno di festa nell’ospizio diventa un'evenienza che acuisce il drammatico senso di solitudine che opprime l’esistenza dei vecchietti abbandonati nei ricoveri! Quanta tenerezza, ed insieme anche quanta tristezza, in quei raggi di sole che filtrano dalle finestre e si proiettano sulle pareti e sui banchi nei dipinti del Morbelli! Sono dipinti che documentano l’isolamento esistenziale obbligato dei vecchi, soli nella vastità dello spazio vuoto: "i pochi ospiti sono lì soli, distanziati non solo fisicamente ma anche nell’animo, sono immobili, si lasciano andare".

Acquista un significato simbolico particolare la scena tenera ma angosciante nello stesso tempo dell’anziano che s’appoggia con ambedue le mani alla stufa: quella stufa è il simbolo dell'unica fonte di  calore che questi poveri esseri umani possano ancora trovare, il calore solo fisico d’un apparecchio termico. Certo è atroce l'ossessività con cui Morbelli rappresenta quei vecchi soli, anche quando sono insieme agli altri, tutti lì, in un unico ambiente, a trascorrere un giorno desolato uguale a tutti gli altri inutili giorni. Ed è agghiacciante quel "clima di sospensione" che Giannini definisce "una mesta e ineluttabile attesa della fine".

Angelo Morbelli sviluppa il tema della senilità nelle sue accezioni più strazianti: solitudine, noia, nostalgia, tristezza, abbandono, morte. Non a caso negli occhi degli anziani si legge un'aria assente. Mi ricordo quand’ero fanciulla è il quadro in cui il pittore esplicita meglio il senso di "quell’aria assente:"gli anziani assumono quell'aria perché, lontani dagli affetti, sconsolati per un finale che evidentemente immaginavano diverso, sono costretti a vivere in un ambiente anonimo assieme a tanti altri infelici sconosciuti". "Quelle vecchiette nei dipinti di Morbelli - ribadisce Giannini - hanno quell’aria assente perché sono lontane dagli affetti, sconsolate per un finale che evidentemente immaginavano diverso". È l'aria assente di chi si estranea dal presente, di occhi rivolti altrove, immersi nel passato, nel ricordo. "E che altro possono fare se non vivere nel ricordo?", si chiede infatti, arrendevole, Giannini. Ed aggiunge: "Le flebili impronte del passato, come sa chi ha avuto la fortuna di condividere una parte della propria esistenza con un anziano giunto alle fasi finali della sua vita, rivestono per loro, anziani,  un’importanza estrema, dacché è il ricordo una delle poche certezze in grado d’allietare i loro ultimi giorni disperati". Gianni descrive con intensa partecipazione emotiva Il Natale dei rimasti: "vi è rappresentato un grande salone vuoto, abitato solo da cinque figure che non interagiscono tra loro, ma s’abbandonano ai loro tragici pensieri, perché “nel giorno della festa - come ha scritto Giovanna Ginex - il salone è quasi deserto, svelando la drammatica solitudine di chi non ha una famiglia che possa accoglierlo, neppure per Natale".

Sicuramente un testamento, una meditatio mortis lasciata  ai posteri, a noi tutti, è il Il Sogno e la Realtà, Poema della vecchiaia. Giannini così efficacemente ne sintetizza il contenuto: "una coppia di poveri anziani è seduta in un interno, rischiarata solo da bagliori che sottolineano i loro volti colti in controluce. Entrambi si sono addormentati, mentre attendevano alle loro piccole attività quotidiane: un lavoro di maglia per lei, la lettura per lui. La signora s’è assopita coi gomitoli e i ferretti ancora sul grembiule, mentre il compagno ha riposto il libro, a denotare che il sonno era premeditato. Al centro, un emozionante notturno, l’elemento che rende quest’opera una delle più commoventi della pittura italiana tra Otto e Novecento: su di un terrazzo chiuso da una balaustra liberty, due giovani s’abbracciano e si lasciano trasportare dal loro tenero sentimento mentre guardano le stelle, con lei che s’abbandona sognante sulla spalla di lui. È la più evidente evocazione del ricordo che rende più sopportabile la vecchiaia: i due anziani rammentano quell’età felice che non potrà tornare, cercando di distogliere i pensieri dalle amarezze che il futuro riserverà, e dai dispiaceri d’un presente che li condanna a vivere di memorie per rendere meno sgradevoli le sofferenze del quotidiano".

 

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