AVELLINO – Vorrei averne la certezza, ma ogni processo dinamico fondato sulla volontà e sulle azioni nelle comunità ha bisogno di verifica obiettiva e, soprattutto, di pazienza. Perché mi sono chiesto, lasciando la sala dell’ex carcere borbonico dove abbiamo celebrato il quinto anniversario della scomparsa dell’ex sindaco di Avellino, Antonio Di Nunno, se non avessimo solo proceduto ad un dolce rito della memoria, magari con il rischio che perda vigore, anno dopo anno. E sì che ciascuno di noi, che ha avuto a che fare con Tonino, per diversi motivi, ha avuto in dono un’eredità di valori non barattabile. Ma se tutto dovesse rimanere solo patrimonio personale, o di una piccola cerchia, sarebbe in fondo un tradimento, un fallimento.
Prevale, allora, in modo ostinato e contrario, la convinta speranza che portare la comunità avellinese, e non solo, a ragionare sulla valenza dell’operato politico e amministrativo Di Nunno primo cittadino nell’arco temporale 1995-2003, serva utilmente a riflettere intorno ad alcuni concetti che possono tramutarsi in progresso civile e sociale della civitas. Discuterne, come anche stavolta s’è fatto, significa tener desta l’attenzione su criteri fondanti, e mai superati, di una corretta azione amministrativa. Penso ad alcune parole pronunciate e declinate: identità, coraggio, anima, cultura, visione urbanistica, concretezza. Scelta, soprattutto.
Non sono, si badi, termini vuoti, facili slogan da affidare a veicolatori efficaci dei tempi social senza il necessario, insostituibile contenuto. Perché, se vogliamo, la politica dei sempre più ambiziosi programmi, senza preoccuparsi della loro realizzabilità, ha finito per “costituire” la stessa, povera essenza della politica di oggi.
Di Nunno, nella cornice di quei concetti (come dimenticare il sogno-progetto della “città giardino”?) - e lo hanno ricordato Picone, Santoro e Bassolino nel dibattito organizzato da L’Irpinia e dal gruppo di amici di Tonino - ha sempre dispensato contenuti reali, decisioni, con “connotazione di senso politico - ha sottolineato Santoro - degli atti amministrativi”. Mi piace ribadire, e aggiungo anche qui, con un “profumo di pulizia” degli stessi.
E ci si è chiesti, ragionando sul titolo della serata, se la “stagione dei sindaci” sia ancora attuale o meno. Pensare nostalgicamente di ribadirla, e lo ha ricordato Picone, rischia di non essere utile e soprattutto possibile. Vero, perché ogni tempo ha la sua stagione e quell’innovazione rivoluzionaria, unita alla disarticolazione sempre più evidente del rapporto Stato-Enti Locali, non consente una trasposizione sic et simpliciter negli anni che stiamo vivendo. Ma resta il dato, l’ha spiegato Bassolino, che la legge sull’elezione diretta dei sindaci costituisce riforma ancora straordinariamente rivoluzionaria ed attuale. Il problema resta sempre, vigendo quella legge, chi eleggiamo alla guida della comunità. E se ci chiediamo che cosa stiamo determinando, per noi e per gli altri, con quel voto.
La lezione dinunniana rimane allora una ed incredibilmente semplice, direi quasi scontata: l’interesse assoluto e disinteressato per le proprie comunità. Declinato in maniera moderna, all’insegna della capacità, senza lasciarsi imprigionare da maggioranze talvolta labili o da meri calcoletti politici sul “che carriera politica mi attende dopo che ho fatto il sindaco”. Lanciare cuori oltre l’ostacolo della guida di una città, allora, è ciò che ancora serve. Serve ad Avellino, guardandola mai come piccolo unicum, ma piuttosto come specifica identità in un contesto campano e meridionale complesso e poco generoso, dove guardare al meglio, al più bello, al più efficiente, al più moderno, rimane l’unico criterio guida.
Difficile, viste le condizioni attuali del dibattito politico provinciale e dei livelli assembleari? Senz’altro. Impossibile? C’è sempre la speranza che le cose, se la memoria non è corta e l’osservazione è disincantata, possano evolvere e non avere ulteriore involuzione. L’intelligenza, l’attenzione, la convinzione in sala che ciò di cui si discuteva non aveva solo il carattere nostalgico del ricordo, ma poteva costituire qualcosa in più, anche se in nuce, può dunque portare a pensare che non sia finita qui. C’è altro da vivere, immaginare, progettare, sognare oltre il primo lustro della scomparsa di Tonino. Di Nunno aveva insegnato a guardare avanti. A non fermarsi davanti alle difficoltà, seppur quelle attuali, ad Avellino, sono plasticamente davanti agli occhi di tutti.
*Vice redattore capo, Il Mattino




